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Saturday, November 01, 2008 - ore 12:04


URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA’ 6/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Feci del Ponte delle Scimmie la mia base per molte settimane. Al mattino mi svegliavo di buon’ora e mi mettevo subito alla ricerca del mio compagno: le mie ricerche erano purtroppo estemporanee, ma per quanto alternassi a volte anche delle ricerche fatte in modo più sistematico non riuscivo ad ottenere alcuna informazione. La sera sconsolato tornavo al ponte e poi prendevo posto vicino al corso d’acqua dove dormivo. Le scimmie all’inizio presero a disturbarmi in tutte le maniere ma ben presto dopo qualche giorno la piantarono e trovarono altri passatempi più divertenti.

Per quanto al Ponte delle Scimmie ci passai solo le ore serali mi fu data l’opportunità di comprendere in qualche modo il loro modello di vita. Notai da subito che si trattava di tipi molto incostanti. Capaci in un momento di litigare selvaggiamente, ed un momento dopo di difendersi a spada tratta. Capaci delle peggiori bassezze anche nei confronti dei passanti, ma anche di gesti di generosità del tutto inattesi. Le scimmie sembravano appartenere ad una specie diversa, non sembravano possedere quei meccanismi di difesa che salvaguardavano gli aesseri umani dai danni della vita, ma sembravano anche poter vivere le gioie dell’esistenza in modo molto più autentico. Erano di un altro pianeta. Lontani dalla mia evanescente adorazione di un amico, ma anche distaccati da qualsiasi requisito morale che potesse avvicinarli agli esseri umani.
A parte questo devo confessare che le mie ricerche di Urbus si mostrarono sempre più infruttuose. Sembrava chiaro dal modo nel quale era sparito e dalla mia impossibilità di riuscire scovarlo, che la sua fuga era stata pianificata molto a lungo, e che finalmente quella sera nella quale era riuscita, aveva rappresentato il coronamento di una lunga opera di preparazione.
Così l’obiettivo delle mie ricerche si spostò lentamente, e da cercare l’indirizzo nel quale viveva il mio amico, cominciai un’opera non meno difficile e dolorosa per comprendere la ragione che spingeva me a cercare lui. Il motivo mi era sconosciuto, eppure il bisogno diventava di giorno in giorno più urgente. Non capivo due cose: perché io cercassi Urbus con tanto accanimento, e poi non afferravo ancora il pieno significato del suo sguardo il momento nel quale era andato via. Uno sguardo quasi di sollievo, di liberazione.
Molte volte ebbi quasi la percezione di essere molto vicino alla verità, ed invece questa ogni volta essa si mostrò sempre lontana. Tantissime volte ebbi la quasi certezza che il mistero mi si sarebbe dipanato, ed invece ogni volta mi dovetti ricredere. Eppure dovevo riuscire a trovare la soluzione del problema, per dare un senso a tutte le esperienze che avevo vissuto sino ad allora.

Un giorno finalmente l’ENNESIMO DUELLO ebbe un esito diverso dal solito. Vidi infatti poco prima del tramonto passare da una strada vicina al Ponte delle Scimmie un fastoso corteo di cavalli. Compresi dopo qualche attimo che si trattava di un corteo funebre. Appressandomi ad un gruppo di passanti ascoltai quello che dicevano. Pareva che vi fosse stato un altro ENNESIMO DUELLO, e che questa volta l’Uomo più Grande avesse vinto. Non era accaduto nulla, questa volta, di quello che di solito accadeva per salvare l’Uomo più Piccolo. Questi sembrava fosse stato strozzato. Eppure da quello che ascoltavo dai passanti, l’Uomo più Grande dopo averlo ammazzato non aveva infierito assolutamente sul cadavere. Anzi si era limitato ad andare via lasciando il corpo del suo rivale lì. Ora dietro al feretro dell’Uomo più Piccolo, che era chiuso in una bara lussuosissima, vi era una folla di gente gemente: l’Uomo più Grande seguiva il feretro a rispettosa distanza sussurrando con compunzione: é stato un duello leale, lo giuro, é stato tutto corretto. La gente però non sembrava credergli e lo guardava con odio.
Questo fatto mi sorprese oltremodo. Mi era parso durante tutti i loro duelli che la gente parteggiasse per il più forte, ed il più grande, ed ora che questi, senza mezzi illeciti aveva vinto, l’unico misero capitale che riusciva a riscuotere era un odio inestinguibile. Tutto oramai nella città mi appariva misterioso. Se le stranezze della mia esistenza le avevo accettate come un giusto riflesso della mia singolare vicenda, del mio peccato iniziale di essere solamente un personaggio fuggito da una tela, era anche vero che le altre stranezze mi apparivano francamente incomprensibili. Perché l’Uomo più Grande combatteva con quello più Piccolo? E perché la gente che parteggiava con lui, anche se non apertamente era contenta della sua sconfitta? Cosa aveva salvato indirettamente ogni volta, tranne quel giorno, l’uomo più piccolo della catastrofe? E soprattutto cosa mi spingeva come una calamita a cercare Urbus?

I giorni si successero in modo sempre regolare. Le solite ricerche infruttuose, le solite situazioni imbarazzanti con le scimmie, i soliti ENNESIMI DUELLI che però vedevano sempre la vittoria del più Piccolo. La mia esistenza sembrava, seppur nella moltitudine delle interazioni, chiusa in un circolo vizioso di situazioni che non sembravano potessero esplicarsi. Tutto si chiudeva, poi si riapriva, poi daccapo si richiudeva. Il ponte delle Scimmie diventava sempre più spesso il posto nel quale passavo il tempo, la città mi respingeva non sembrava mi potesse più rivelare alcun segreto. Il mio segreto, la spiegazione della mia ossessione, rimanevano sempre più oscuri.


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