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Sunday, November 02, 2008 - ore 00:41


Straordinari
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Da due giorni sono priva di connessione ADSL. Mi hanno detto che dipende dal fatto che quelle bizzarre missive coi numeri in neretto che arrivano a mio nome a quanto pare non sono volantini pubblicitari studiati da qualche allievo del secondo anno del corso di design dello IUAV, bensì bollette e che, in quanto tali, vanno pagate prima che passino due mesi da quel numero con le barrette, eh non quello con le virgole: l’altro.
Ad ogni modo domani il modem dovrebbe tornare ad avere una sua utilità. Per ora sfrutto la flat internet del telefonino, il quale peraltro è più veloce del mio pc a caricare le pagine. In compenso,domani avrò la tendinite ai pollici.
Volevo parlarvi del lavoro in libreria. La libreria dove lavoro appartiene a una catena, cosa che fa sì che non ci sia un titolare, ma un responsabile. Che ci siano visite settimanali di una capoarea. Che tu possa andare a parare il culo a qualche altra libreria della catena in giro per la penisola. La qual cosa, da domani e per una settimana, tocca a me.
Per uno strano calcolo della capoarea, io questa settimana faccio 47 ore. Non 38 come da contratto, non 40 come prevede il turno della ragazza che vado a sostituire. 47 (morto che parla, fra l’altro).
Se sopravvivo vi informo.
A parte queste note di colore, il lavoro in libreria è ricco di insegnamenti che manderebbero in brodo di giuggiole il più cinico dei sociologi. La realtà quotidiana del raffronto con la clientela porta la nostra coscienza a una sovrapproduzione di interrogativi dagli spunti interessanti. Ad esempio: perché i turisti mi chiedono "the Rubik’s cube", mentre gli italiani il "cubo di Kubrick"? (e non chiedetemi cosa ci fa il cubo di Rubik in una libreria, per favore). Siamo un popolo di cinefili e non me n’ero accorta?
Perché, oh tu turista americano, mi chiedi se ho altri manuali per l’allevamento dei cavalli (già non mi capacito del perché ne tenga addirittura 2 differenti) e, non contento, mi domandi se ce l’ho IN INGLESE? (ma che diamine te ne fai a Venezia in vacanza, tra l’altro???)
E anche:
donna: "Buongiorno, sto cercando un libro, ma non ricordo né il titolo né l’autore!"
sarda: "Si ricorda largomento?"
donna: "Guardi,ho sentito che ne parlavano QUALCHE giorno fa in televisione, una giornalista... l’ha visto anche lei?" (cosa fai, l’ammazzi?)
La libreria dove giaccio per 6-8 ore al dì non è una libreria per gente intellettualmente notevole, dagli interessi ricercati, dalla curiosità spiccata. È miseramente specializzata in thriller, gialli, romanzi rosa-storie pseudovere, novità di forte impatto sul popolo, libri per putei. E i libri per putei si stanno rivelando quelli scritti meglio.
Due giorni fa ho fatto il mio primo incontro con l’EVENTO: l’uscita di uno dei suddetti libri capaci di smuovere oceaniche orde di maniaci, i quali diversamente non toccherebbero un libro manco per metterlo sotto a una gamba del tavolo. Libri e saghe dei quali, fino a due settimane fa, ignoravo DAVVERO sinanco l’esistenza. E invece scopro che esistono mamme che, mentre girano il sugo per la pasta, leggono avidamente di storie d’amore tra ragazze e vampiri. Delle quali, 2 giorni fa, usciva il quarto e conclusivo tomo. Fin dal giorno prima mi piombava in negozio gente pallida in volto e dai modi ansiosi, chiedendomi "A che ora è meglio che passi domani? Se ti do i soldi mi tieni una copia?"; altri che venivano a prendersi i tre volumi arretrati, senza neanche sapere se gli potevano piacere o meno. Ragazzine timorose che venivano a sincerarsi dell’effettiva consegna il giorno successivo.
Il mattino dopo ero io da sola fino alle 14. Alle 9.05 cominciavano a passare commesse e impiegate varie: "Ti è arrivato? Ce l’hai?". Bambine spedite dalle sorelle con l’ordine di non uscire dalla libreria senza l’agognato trofeo (una è rimasta a girovagare tra gli scaffali per almeno tre quarti d’ora, prima di darmi retta e tornare perlomeno a mezzogiorno). Gente che alle nove e un quarto piombava dentro già coi soldi in mano. "Signora, gentilmente, dovrebbe dare il tempo ai corrieri di arrivare...", niente: credevano che nascondessi loro il prezioso volume a bella posta. Le vedevo andar via titubanti, convinte che le stessi allontanando senza motivo, e che tenessi i 7 scatoloni del bramato volume chissà dove, in attesa di smerciarli al mercato nero, o forse rivenderli dietro iscrizione a una lista notturna come se fossero i biglietti dell’unica data italiana degli U2.
E poi tutti, TUTTI che mi chiedevano "Ti è arrivato BRECHINDÀUN?" quando il libro, ziopinguino, si chiama Breaking DAWN. Non DOWN, cazzo. DÒUN. Alba. Cazzo. Volevo provarci: "Mi dispiace, signora, le han detto male: oggi mi è arrivato solo questo brechindòun".
Col secondo evento, che era ieri, non l’ho potuto fare: primo perché il libro si chiama BRISINGR, che anche un norvegese avrebbe difficoltà a pronunciare, figuriamoci un genitore veneziano; secondo, perché i bambini erano troppo distratti da Helloween, e sembravano più interessati a dire dolcettoscherzetto. Così ho regalato ai bimbi tutte le bandane promozionali del libro e la mia capa, che odia i gadget, è rimasta contenta Alla prossima puntata: ora nanna, perché domani lavoro 8 ore, con pausa 13-16: praticamente tutta la giornata sputtanata. Penserò molto ai morti, soprattutto di quella che ha fatto gli orari, come è tradizione veneziana. Bau.

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