(questo BLOG è stato visitato 7503 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
mercoledì 7 luglio 2004 - ore 11:50
capello e la Juve?
(categoria: " Sport ")
Il tecnico osserva a braccia conserte. In campo non vola una mosca
Tacchinardi: "Serviva un uomo del genere per guidare il gruppo"
Fabio Capello al lavoro
Primo abbozzo di Juventus
Niente macchine da palestra all'americana, ora si corre nei boschi
di EMANUELE GAMBA
SALICE TERME - In campo non vola una mosca. Fabio Capello, pantaloncini da corsa e occhiali da vista leggermente scuriti, osserva tutto da lontano, a braccia conserte. I bianconeri si sentono effettivamente molto osservati, come inchiodati da questo sguardo di pietra che ha una funzione chiarissima: giudicare. E i giocatori della Juventus vanno all'esame con una certa agitazione e con la timidezza che deriva dal rispetto. Non erano più abituati a questo.
Non che la Juve sia mai stato un ambiente lassista. Anzi: Moggi impone regole da caserma, vieta l'iniziativa personale, proibisce il pensiero e l'espressione (anche visuale: orecchini, tatuaggi, codini, a meno che non siano funzionali a qualche sponsor), ricorda a tutti che sono soltanto dipendenti. Lo ricordava anche a Lippi. Ma con Capello gli allenamenti si svolgono in un clima di teso rigore, la sua figura incombe su calciatori che, quantomeno, si sono già inchinati alla sua fama. "Ci voleva lui, proprio lui: serviva un uomo del genere per guidare il gruppo", diceva Alessio Tacchinardi: come se la Juve avesse bisogno di un tutore dal polso fermo, come se con qualunque altro tecnico (Deschamps, Prandelli) ci fosse il rischio di degenerare in anarchia. Dopo anni di rigide regole, ormai c'era l'abitudine all'obbedienza. Con Lippi, in ogni caso, c'era forse meno tensione, anche a causa dell'antica conoscenza fra lui e i giocatori. Il Marcello, ad esempio, non seguiva gli esercizi atletici, lasciandone il controllo ai suoi collaboratori. Entrava in scena soltanto durante le esercitazioni tattiche, fischietto e cronometro al collo: allora interveniva, interrompeva, correggeva, qualche volta urlava.
Capello, invece, segue tutto restandosene in apparente distacco. Il lavoro materiale lo fanno Italo Galbiati (stessa mascella da duro del suo campo) e Massimo Neri, che ordinano e spiegano gli esercizi, mentre il tecnico si piazza di un angolo del campo dal quale riesce a osservare tutto, e fulmina con lo sguardo. Talvolta interviene, con voce bassa ma ferma: "Devi ascoltare e guardare", diceva per esempio a un ragazzo della primavera, rosso dalla vergogna. Parla pochissimo, ma sono parole che lasciano una traccia.
Anche il tipo di preparazione è diverso: sono spariti i macchinari della palestra all'americana di Ventrone, è sparita la campana della vergogna (chi non ce la faceva più, doveva alzarsi e suonare il gong della gogna), sono spariti i riti da marines, la musica rock a tutto volume, le marce cadenzate dai cori. Capello, come si faceva una volta, li porta a correre nei boschi, non a spingere pesi con i polpacci. Stessa fatica, ma è una fatica diversa, forse più naturale. Alla squadra non ha ancora fatto discorsi, né collettivi né di gruppo: aspetta che la rosa sia al completo, aspetta che tornino i reduci del Portogallo e soprattutto che Moggi si sbrighi a comprare qualcuno: poi, spiegherà quello che vorrà fare. Finora, ha impostato un solo esercizio tattico: una difesa a quattro contro un attacco con una punta, una mezza punta e due esterni, il primo abbozzo di Juve.
Fuori dal campo, Capello fa vita a sé, limitandosi a frequentare i suoi collaboratori. Nella struttura che ospita i bianconeri non ha voluto nessun estraneo, solo giocatori e staff tecnico. Ma sulle abitudini non ha interferito: ha solamente anticipato l'orario dell'allenamento mattutino ma solo perché a Salice fa un gran caldo, mentre alla sera c'è libertà totale fino alle 22.30. Con la stampa non ha ancora avuto rapporti, ma comunque li gestirà lui: Lippi si era concesso minore autonomia, le decisioni le delegava alla società. Capello già a Roma aveva imparato a fare il dirigente. A comandare.
(7 luglio 2004)
COMMENTA (0 commenti presenti)
PERMALINK