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3) sentire delle parole a cui poi non corrispondo i fatti, sentirsi illudere e precipitare poi improvvisamente in una terribile realtà
4) Uscire dalla doccia e non avere l'accappatoio lì vicino..
5) sapere che comunque, che tu scelga o non faccia nulla, qualcuno gioirà e qualcun'altro soffrirà
6) vedere che le persone molte volte aprono la bocca senza credere veramente in quello che dicono...
7) vedere tradita la mia fiducia

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1) Chiudere gli occhi la sera e dire: ho fatto del mio meglio
2) vedere ogni giorno una nuova alba
3) capire che una persona non è come sembrava...ma molto meglio!
4) Accogliere (con fatica) una scelta non condivisa ed essere profondamente sereni: non mi sono venduto.
5) rendersi conto che nonostante tutto quello che gli altri ti hanno fatto di male, non riesci proprio ad essere un bastardo
6) Spiegare a qualcuno il nostro punto di vista, e sentire che anche se non è d'accordo con noi l'abbiamo colpito, e abbiamo lasciato qualcosa, anche di piccolo, nella sua vita.
7) La solarità





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domenica 16 novembre 2008 - ore 09:43


Mt 25, 14-30 - a noi
(categoria: " Pensieri ")


Verso il termine dell’anno liturgico l’evangelista Matteo guarda alla sua comunità cristiana con il desiderio di sottolineare ancora una volta come la notizia che porta gioia (=Vangelo) va vissuta nel quotidiano, sentendosi coinvolti in prima persona. L’inquadratura della parabola sta all’inizio del capitolo il regno dei cieli (Mt 25, 1), quindi siamo sempre lì dove Dio opera – la nostra realtà - grazie a chi ci sta.

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. Attenzione alle sottolineature del v. 14: c’è un rapporto di fiducia tra il padrone ed i servi. I beni sono consegnati alla responsabilità di chi li accoglie non semplicemente affidati in vista di un possibile rendere. Ancora: non ci sono indicazioni sul come farne uso, ergo piena libertà nella responsabilità personale. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì (v. 15). Ciascuno riceve secondo la propria forza, basta fare proprio il dono ricevuto. Chi ha in mano quel solo talento ha comunque in mano l’equivalente di 6000 denari (Mt 18,14 la paga di un giorno era 1 denaro!) cioè l’equivalente di 20 anni di salario.

Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due (v. 16-17). Poco importa la somma ricevuta, ciò che conta è il fare proprio il dono ricevuto: come da volontà di chi lo ha fatto. Questi servitori pur diversi tra loro, sono diventati uguali (5=5/2=2): stessa capacità di portare frutto. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone il terzo invece dice la sottolineatura del v. 18 non crede alla generosità, il denaro ricevuto non lo considera un dono fatto a lui, ma ancora di proprietà del suo padrone. E mettendo in atto i rituali della morte (=seppellire sotto terra) si mostra già un infelice.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti (=lett. sentire il racconto) con loro (v. 19). Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque (v. 20). Attenzione non è chiesta la restituzione del dono, ma il racconto (=rendere conto, fare i conti) di come lo si è impiegato! Facendo vedere il guadagno il servo dimostra di aver impiegato responsabilmente il dono. Idem quello che ha ricevuto due (v. 22). Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone (v. 21). Idem quello che ha ricevuto due (v. 23): non conta il numero dei talenti, ma la responsabilità di averli fatti propri. Il signore è felice del racconto fatto da questi servi, che non sono più tali, perché fatti amici del padrone (cfr. Gv 15, 15), partecipi della sua gioia dove non c’è più dipendenza, tutti sono signori.

Ah, il terzo! Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso (v. 24). E’ l’unico che afferma di conoscere l’altro, motivando il suo operato. Finora i tratti del signore non dicevano affatto una tale sottolineatura, eppure il terzo servo ha una sua visione distorta. Per paura andai a nascondere il (tuo) talento sotterra: ecco qui il tuo (v. 25). Questo servo è l’immagine di chi non è riuscito ad intuire che rispetto a Dio non siamo più servi, che eseguono ordini dall’alto bensì eredi che agiscono in piena libertà e responsabilmente: i talenti ricevuti sono dono per ciascuno, unica eredità divisa, secondo personali possibilità. Attenzione questo terzo non ha fatto nulla di male è vero, ma non ha fatto però proprio nulla. Una falsa immagine di Dio può bloccare il processo di crescita della persona nella quale Dio ha creduto e crede (conta su di noi!). Nascondere il talento è sinonimo di paura di rischiare e nell’avventura della vita se uno non rischia non fa fruttare i doni ricevuti.

Servo maligno e pigro, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso (v. 26) Nel ripetere la descrizione sentita il signore sottolinea la mancata crescita: il talento è stato gravoso per il servo, anzi non è stato apprezzato. Meglio toglierlo e darlo a chi ha saputo portare frutto: perché a chiunque ha (=produce) sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha (=non produce) sarà tolto anche quello che ha (v. 29). Espressione questa che di fatto possiamo verificare quando facciamo qualcosa che ci da soddisfazione: pur forse stanchi ci si sente pienamente appagati e ci sembra di poter fare ancora.


E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti (v. 30). Colui che non ha capito proprio nulla della generosità del signore, si è reso inutile nella vita sta dove ha amato stare nelle tenebre (=paura, seppellire) dove non c’è più il dono e dove non c’è gioia. La scelta di seppellire (seppellirsi) è stata fatta dal servo, l’occasione di avere in mano il talento è persa (=pianto e stridore di denti), e non c’è altra possibilità: l’avventura della vita è una. E quel signore non poteva dare indicazioni? Eh, proprio lì lo straordinario: il Dio raccontato da Gesù di Nazaret è onnipotente nel donare, perché l’uomo possa accedere a quello che Egli è. Vogliamo giocarci davvero o preferiamo stare a guardare?

Buona Domenica


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