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Friday, November 21, 2008 - ore 11:07


- Vorrei averlo scritto io -
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E’ un pò lungo da leggere, ma è straordinario...

"Caro amico,
hai trascorso molto tempo lontano da qui e laggiù, nelle favelas del Brasile, evidentemente ti sei dimenticato di quali siano le cose che contano nella nostra beneamata società dei consumi, quali siano le mete più ambite, quali le motivazioni di tutto il gran daffare che si danno le persone di ogni età e di ogni condizione sociale.
È per questo, forse, che sei rimasto così colpito da quelle frasi dell’onorevole Di Pietro, quando ha accusato il capo del governo di essere un grande corruttore e di aver tentato di corrompere gli uomini dell’opposizione, per addomesticarli e tenerseli buoni.
Ebbene, devi sapere che solo un ingenuo o uno che, come te, ha passato gli ultimi tredici ani fra i niños da rua, alle prese con i problemi della pura e semplice sopravvivenza, potrebbe stupirsi o scandalizzarsi del fatto che le condizioni della nostra vita politica siano arrivate - cioè, diciamo pure: discese - fino a questo livello. Ma il degrado totale della vita politica, per cui persone in odore di mafia o in stretti rapporti con colleghi in odore di mafia, sono proprio esse a tenere discorsi e comizi per esaltare la resistenza della società civile alla penetrazione mafiosa, sotto i flash dei fotografi e davanti ai microfoni delle televisioni, il degrado, dicevo, della vita politica ha inizio molto prima della politica stessa.
È un degrado quotidiano, fatto di piccole cose (o di cose apparentemente piccole) e investe, a tutti i livelli, giovani e vecchi, borghesi e proletari, persone di destra e di sinistra. Ognuno è preso da una specie di febbre, da un’ansia invincibile, da una smania di affermazione: ognuno vorrebbe sfondare, affermarsi, diventare ricco e famoso; e, perché no, giovane e bello, magari con l’aiuto del bisturi, del silicone e di un generoso trapianto di capelli.
Non è solo la smania di arricchirsi, né solo quella di scimmiottare lo stile altoborghese, sfoggiando vestiti firmatissimi e potenti automobili ultimo modello; non è solo, in altri termini, il suicidio culturale delle classi subalterne, già denunciato con orrore da Pasolini e cui nulla e nessuno è stato in grado di opporsi - ammesso che qualcuno abbia tentato di farlo.
Non è solo (solo, si fa per dire) una mutazione antropologica, per cui ciascuno vorrebbe assomigliare ai piccoli, squallidi vip del piccolo schermo, con i loro capelli biondo platino, i loro stivaloni coi tacchi a spillo, i loro medaglioni, collane e catenine d’oro massiccio e i loro orologi extralusso; e poco importa se la parlata è quella dell’ultima battona di Trastevere (senza offesa per le battone) o dell’ultimo bulletto pariolino che passa le giornate facendo il vitellone nel bar all’angolo, giocando al biliardo e ammirando il culo della cameriera in minigonna - ovviamente, con i soldi di papà e di mammà.
Eh, magari fosse solo questo.
Sembrava, una trentina d’anni fa (più o meno quando venne assassinato Pasolini, l’unico che avesse denunciato questa mutazione antropologica) che ciò costituisse il fondo più fondo, che più in basso non sarebbe stato possibile scendere. Invece non era vero, è come un gioco di prestigio con le scatole cinesi: ogni volta sembra di aver toccato l’ultimo livello, ma ogni volta si scopre che è possibile fare un altro giro più in basso.
L’ultimo livello del degrado (l’ultimo, per adesso: ma non c’è dubbio che i posteri sapranno andare oltre) consiste nella sistematica rinuncia alla propria dignità, come se fosse un fardello e un impiccio decisamente fuori moda, che non si vede l’ora di gettare via - beninteso, sempre in nome della libertà, della spontaneità e dell’autenticità.
Ecco, questo è il comune denominatore fra i politici corrotti e corruttori, i salotti televisivi degli opinionisti a un tanto il chilo, le esibizioni pubbliche dei giovanotti smaniosi di successo negli appositi programmi di Canale 5, le veline dei concorsi di bellezza e i fustoni in versione Grande Fratello, i giornalisti prezzolati e bugiardi e i professori furbastri e demagoghi che predicano ogni giorno ai propri alunni - e ne danno l’esempio con la faciloneria, la mancanza di puntualità, il linguaggio scurrile - che tutto ciò che piace è lecito, e che non vale la pena di studiare seriamente, tanto alla fine anche i più asini si troveranno col loro bel diploma e con la loro bella laurea in mano: il comune denominatore della rinuncia alla propria dignità.
Dal momento che ogni cosa ha un prezzo, compresi la coerenza, il decoro personale e la rettitudine professionale, non si vede perché le persone non dovrebbero mettersi in vendita a più non posso, né cosa ci sia di sbagliato nel chiedere ad altri di prostituirsi in cambio di favori.
L’onestà, la serietà e la competenza non pagano: chi si attiene scrupolosamente a questi valori è già sconfitto in partenza: anche l’ultimo arrivato gli passerà davanti e riuscirà ad accaparrarsi tutto ciò che è a portata di mano, senza guardare troppo per il sottile ai mezzi adoperati.
Tutti sono in vendita, anzi, tutti esigono imperiosamente un compratore: l’attricetta che non vede l’ora di infilarsi nel letto del produttore per farsi assegnare una parte in qualche programmino o per comparire su qualche rotocalco di scandali e pettegolezzi; l’assessore che vuole far carriera nell’amministrazione pubblica, senza disprezzare gli affari, e tenendo sempre un occhio rivolto al gran salto nell’agone politico; il pennivendolo che farebbe qualsiasi cosa pur di piacere a qualche proprietario di giornali, fino al punto di sostenere, senza battere ciglio, che il sole splende a mezzanotte e la luna brilla a mezzogiorno - e, questo è il bello, riuscendo a convincerne gran parte dei suoi lettori.
Insomma, non è più una mutazione antropologica; no, quella è già avvenuta negli anni del boom, è roba da archeologia sociale: quella cui stiamo assistendo è una mutazione morale. L’impudicizia, la cialtroneria, la corruzione, la prostituzione fisica e morale, non sono più percepite come disvalori, ma come cose perfettamente lecite e normali; e chi non lo capisce viene bollato come obsoleto, anti-moderno e reazionario.
Nemmeno Machiavelli era arrivato a tanto: a sostenere, cioè, che il male è bene e che il bene è male. Nossignori: il Segretario fiorentino, pur avendo affermato che il fine giustifica i mezzi, aveva detto che il principe, talvolta, in nome della ragion di Stato, deve saper entrare anche nel male: ma che il male è e rimane tale. Oggi non più: e quello che maggiormente colpisce è il vedere come questa mentalità relativista, ultra-edonista e pseudo-libertaria è ormai appannaggio fin dei ragazzini e delle ragazzine, fin dei bambini; ha contaminato tutti; tutti ci sguazzano dentro allegramente e nessuno si sente minimamente in colpa o anche solo a disagio.
Il principe di Machiavelli è un personaggio tragico: sa qual è la differenza tra il bene e il male, ma succede che le esigenze della politica lo costringano a servirsi anche del male: sempre, però, per un fine superiore, che è la stabilità del potere e, quindi, pace, ordine e lavoro per i cittadini. Si può non essere d’accordo con questa concezione (e noi non lo siamo affatto), ma non la si può banalizzare come una bassa forma di opportunismo. Per cui il suo Principe potrà anche essere un tiranno spietato e senza scrupoli - come lo fu, senza dubbio, il suo modello ideale, Cesare Borgia -, ma di certo non è un cialtrone.
L’opportunismo più basso e cialtrone, invece, si è diffuso a tutti i livelli nella fase attuale della società di massa; e il bello è che i cialtroni non percepiscono se stessi come tali, ma semmai come dei furbi: non come degli eroi negativi, ma come dei vincenti, degni di ammirazione (almeno nella misura in cui riescono a vincere, cioè ad affermarsi).
Se poi mi domandi, caro amico, come è stato possibile che siamo arrivati a questo punto, ti dirò che ci siamo arrivati per gradi, partendo dalle piccole cose e quasi senza avvedercene; e poi, dalle piccole, siamo passati a quelle medie; e infine, dalle medie alle grandi.
Non è stato difficile: già da tempo cattivi maestri e pessime abitudini avevano scalzato ogni senso di rispetto per le cose serie e fatte bene, ogni reale merito e competenza, per il semplice fatto che l’apparire già da tempo si era imposto sull’essere. E allora, come due più due fa quattro, tutti, ma proprio tutti, anche i bambini, hanno compreso il segreto del Principe dei nostri giorni: che non è importante essere bravi, seri, competenti, onesti e laboriosi, ma che basta sembrare tali.
Dunque, perché affaticarsi per produrre qualche cosa di valido, se tutto quel che serve è dare ad intendere di averlo fatto, e poi condire il tutto con laide buffonerie e con atteggiamenti assolutamente privi di dignità e di rispetto per se stessi? Bisognerebbe essere veramente sciocchi per impegnarsi sul serio, quando basta far finta.
E che altro è la presente crisi finanziaria, se non una dimostrazione di quanto si sia diffuso questo principio abnorme, non solo fra i grandi banchieri e gli uomini d’affari, ma anche fra i piccoli azionisti in cerca di denaro facile?
In fondo, il meccanismo della crisi è molto semplice. Per anni e anni non si è prodotta nuova ricchezza, non si sono prodotti nuovi beni e servizi, non si è prodotto nuovo reddito né si sono creati nuovi posti di lavoro: ci si è limitati a fingere di fare tutto questo. Si sono stampati titoli e obbligazioni per mascherare un gigantesco bluff, il bluff della cosiddetta economia virtuale, delle operazioni di borsa disinvolte, delle speculazioni mordi e fuggi, del capitalismo gratta e vinci: il tutto giocando con il denaro vero, prodotto dai lavoratori e dalle aziende.
Questo è stato il giochino delle banche: denaro buono dei risparmiatori in cambio di pezzi di carta senza valore; e, per quei pezzi di carta, le banche hanno concesso prestiti ad alto interesse a quegli stessi lavoratori e pensionati che, con il piccolo risparmio, avevano permesso loro di fare ogni sorta d’investimenti e ogni sorta di speculazioni.
Così è aumentata sempre più la ricchezza di chi era già ricco, ed è aumentata anche la difficoltà di già si dibatteva sulla soglia della povertà. Strano capitalismo davvero: dove i quattro soldi messi da parte, sempre più faticosamente, da lavoratori e pensionati, sono serviti a far salire alle stelle le quotazioni delle imprese fasulle, delle banche fasulle, delle società per affari fasulle, moltiplicando i pani e i pesci a vantaggio di chi già si era ingozzato a crepapancia.
Ogni tanto beccano uno di questi sedicenti uomini d’affari, di questi palazzinari senza scrupoli, di questi istrioni e contraffattori del mondo produttivo. Lo mettono in prigione qualche giorno, poi gli avvocati lo tirano fuori e, nel frattempo, il poverino ha fatto in tempo a scrivere (o a farsi scrivere) il suo bravo libro di memorie, stampato in centinaia di migliaia di copie e distribuito in tutte le edicole, accanto a quegli stessi rotocalchi spazzatura che magnificano le sue imprese e strizzano l’occhio alla sua sfrontatezza di furbetto del quartierino.
Domani ce lo ritroveremo seduto in Parlamento, a perorare la causa della giustizia giusta e a tuonare contro le persecuzioni giudiziarie dei giudici cattivi e comunisti. Lo sentiremo dire che la vita è diventata impossibile in questo Stato di polizia, che così non si può andare avanti, che c’è un limite a tutto e, perciò, anche all’arroganza dei magistrati rossi.
Dopodomani farà parte di qualche Commissione parlamentare per indagare sulle connessioni tra politica, affari e Cosa Nostra; oppure, meglio ancora, per concedere o negare (dieci volte su dieci, per negare) l’autorizzazione a procedere contro qualche suo glorioso collega di partito, e magari, perché no, del partito avversario: perché la cialtroneria è trasversale, e quando si tratta di far quadrato attorno alla propria impunità, non ci sono più destra o sinistra che tengano, ci sono solo onorevoli colleghi ingiustamente inquisiti. Una mano lava l’altra e tutti vivono felici, contenti e, soprattutto, impuniti.
Sarebbe semplicistico, perciò - te lo ripeto, caro amico - pensare che basterebbe un cambio della guardia a Palazzo per rimettere ogni cosa al suo posto.
Il male è giunto a uno stadio molto avanzato; tutta la società né è infetta; cialtroneria e cattivo esempio vengono da ogni parte, anche da dove meno te lo aspetteresti. Senza contare che, a dire queste cose, si passa per i soliti menagrami e brontoloni o, peggio, per coloro che «remano contro» per partito preso. Insomma, per dei pericolosi sovversivi.
Meglio, molto meglio dire che la mafia non esiste; che la corruzione è una fissazione di qualche giudice forcaiolo; che non c’è proprio niente di male a voler fare carriera in fretta, ad ogni costo e con qualunque mezzo; che la tivù non è poi così male e, del resto, offre al popolo (bue) ciò che esso vuole; che nemmeno i giornali sono poi così male, basta solo imparare a credere - dolcemente e poco a poco - a tutte le formidabili panzane che quotidianamente ci raccontano.
Insomma, basta seguire la corrente: perché fare resistenza, perché opporsi, perché fare gli avvocati delle cause perse? Tanto, a che serve? Così va il mondo, questo è il progresso; e chi si ferma è perduto.
Che squallore, però, caro amico.
Sai, ti capisco fin troppo bene quando mi dici che non vedi l’ora di ripartire; che senti più cattivo odore fra la nostra gente-bene che fra i ladri e le prostitute delle tue favelas.
Avrei voglia di partire anch’io; e ho nostalgia di quando ero laggiù, dove ho passato i giorni forse più belli della mia vita.
Ma, a parte ogni altra considerazione, bisogna pure che qualcuno resti: non ti pare?
Anche qui c’è tanto bisogno di impegno e buona volontà, perché siamo attanagliati da una miseria spirituale che è diversa, ma non meno micidiale di quella puramente materiale.
Forse, come i monaci benedettini che si sforzavano di salvare il salvabile nella tempesta che travolse il mondo antico, dobbiamo prepararci a un nuovo Medioevo.
E, se è così, avremo più che mai bisogno di persone di sostanza, in mezzo a tutta queste gente fasulla, gonfiata artificialmente come la rana della favola di Fedro, e ormai sul punto di scoppiare, a forza di voler imitare la possanza del bue."

Francesco Lamendola

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