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Thursday, August 07, 2003 - ore 16:37


Immondizia
(categoria: " Riflessioni ")



Ogni tanto, soprattutto in occasione di avvenimenti che riguardano qualche discarica, i media tornano a suonare la carica sul problema dell'immondizia. Infallibilmente colgono l'occasione per ricordarci che ogni italiano produce seicento kilogrammi di immondizia l'anno. Anche se mi verrebbe sempre voglia di farlo, lascio perdere tutte le solite precisazioni sulla statistica e i relativi paradossi: ci hanno già pensato egregiamente Trilussa e Twain con le storie dei polli e della lunghezza del Mississippi.

Prendiamo allora il dato per buono e parliamo, piuttosto, di quel "produciamo". Io ho un altro concetto di produzione: "produrre", secondo me, significa impiegare del lavoro per trasformare delle materie prime, più o meno grezze, in un prodotto finito il cui valore è superiore a quello dei materiali di partenza. Chi "produce" qualcosa, lo fa in genere con lo scopo di guadagnarci qualcosa, vendendo questi prodotti finiti a un prezzo superiore a quello che ha pagato per le materie prime e i costi di produzione (e spesso anche superiore al loro vero e proprio valore, ma anche questa è un'altra storia). Nel caso delle immondizie che -- secondo questi criminali di guerra che si definiscono giornalisti e/o politici -- io "produco", invece, le cose non vanno così. Secondo il mio punto di vista, quello che succede alle mie immondizie (che, ricordiamolo, visto che nella mia famiglia siamo in quattro più un cane -- anche se non è chiaro in quale misura quest'ultimo possa contribuire al totale -- ammontano a circa due tonnellate e mezzo l'anno, circa sette kili il giorno) è più o meno questo:

1. gran parte delle mie immondizie (praticamente tutte, se si escludono i resti della pulitura delle verdure e gli avanzi del cibo) è materiale già lavorato -- cioè, già prodotto -- da altri. L'unica ragione per cui questi materiali sono in casa mia è che sono stati utilizzati (si badi bene, da qualcun altro, non da me!) come contenitori di prodotti che io ho acquistato: cibi, vestiti, carta igienica, birra, sigarette. La produzione di questi articoli, a sua volta, non è per me fonte di guadagno; anzi, sono io la fonte di guadagno per i rispettivi produttori;

2. i materiali di cui sopra sono oltretutto ricavati secondo meccanismi tutt'altro che banali: carta o cartone (derivati dalla macerazione del legno), plastiche o polimeri vari (derivati dalla chimica del petrolio), metalli, vetri o ceramiche (e neanche questi crescono spontanei in natura). È pertanto ovvio che chi li ha prodotti ci abbia guadagnato e che, visto che l'utente finale di questi prodotti (volente o nolente) sono io, anche questo guadagno provenga in ultima analisi dal mio portafoglio;

3. se potessi scegliere, probabilmente farei volentieri a meno di tutto questo (non riesco a considerare la vaschetta di polistirolo una parte essenziale del gorgonzola, né la copertura di cartone una parte integrante della confezione di uova) e probabilmente riuscirei anche a risparmiarci qualche centesimo qua e là. Non avendo scelta, invece, io e i miei familiari siamo costretti a acquistare questi materiali e portarli a casa, al terzo piano, senza ascensore (due tonnellate e mezzo l'anno, lo ricordo). Forse non è immediato capire se anche questo mi costi del denaro; sicuramente, però, portare due tonnellate l'anno a otto metri d'altezza richiede l'impiego di energia che in qualche modo devo reintegrare nel mio organismo. Per quanto poco possa essere, insomma, ho il sospetto che anche questa fase avvenga a mie spese;

4. non contento di essermelo portato a casa, devo poi riportarlo in strada, con altro dispendio di energie e quindi di denaro;

5. una volta arrivato in strada, non posso ancora dire di avere smesso di pagare. A questo punto, infatti, devo iniziare lo slalom speciale: si tratta di un tipo molto particolare di sport, dove non vinco nessuna medaglia se sono bravo ma dove se sbaglio a infilare una bandierina devo ancora pagare, questa volta delle multe. Devo infatti stare attento a mettere la carta tra la carta (ma guai se non tolgo la finestrella di plastica dalle buste e se per sbaglio mi ci cade dentro l'imballaggio di nylon delle pubblicità!), l'umido tra l'umido (e guai se per caso ci infilo dentro un cartone del latte!), il secco nel secco (e guai se per caso ci ho lasciato cadere un pomodoro marcio!), il vetro con il vetro (ma senza tappi, mi raccomando; anzi, bisognerebbe pure lavare per bene i vasetti e le bottiglie, prima, in modo da rendere tutto proprio pulito e puro). Anche questo, sospetto, ha una ricaduta in termini di energia e quindi, ancora una volta, di denaro;

6. infine, dopo aver sborsato soldi per fare produrre cose che non volevo, per comperarle, per portarle a casa e riportarle in strada con cautela, veniamo premiati dal comune che ci concede gentilmente di pagare la tassa sui rifiuti.

Sento raccontare dai miei genitori che quando erano giovani (si parla di non più di 50 anni fa, la guerra era già finita) andavano a fare la spesa per le rispettive madri. Quello che compravano non aveva una confezione, ma veniva avvolto in fogli di carta (assorbente, oleata, a volte addirittura pagine di vecchi giornali) che poi finivano nella stufa a legna, sulla quale si faceva cucina e che serviva per riscaldare parte dell'appartamento. In qualche modo, insomma, parte di questi materiali superflui diventava un guadagno, seppure piccolo, per la famiglia che li portava a casa. Ora la "cucina economica" è sempre meno diffusa nelle case (il nostro appartamento non ha nemmeno il foro per il camino di una stufa) e ho comunque il vago sospetto che se qualcuno ci vedesse tentare di bruciare gli involucri che siamo obbligati a comperare ai nostri giorni, nessuno ci toglierebbe un bel procedimento a carico per emissioni moleste.

Forse mi sbaglio ma credo che con un po' di buon senso, rivolgendosi a persone specializzate (non certo ambientalisti che proibiscono la costruzione di centrali idroelettriche per non disturbare le rane della valle, penso piuttosto a ingegneri, scienziati dei materiali o chimici) sarebbe possibile arginare notevolmente il problema. Si potrebbe, per esempio,

1. tornare all'uso di involucri riutilizzabili, non semplicemente riciclabili, come per esempio le bottiglie di vetro "a rendere";

2. la riduzione al minimo degli involucri che circondano i prodotti. Non serve una vaschetta per il formaggio, basta un foglio di carta per alimenti. Non serve coprire il contenitore delle uova con un foglio di cartone colorato e incollato: il contenitore stesso è già sufficiente e sovrabbondante;

3. la riduzione della diversificazione chimica dei materiali di cui questi involucri sono fatti: evitare di usare lattine di alluminio con il coperchio di plastica, l'etichetta di carta e le scritte in tre inchiostri diversi, il tutto in uno scatolone di cartone;

4. in ogni caso, usare materiali biodegradabili o facilmente pirolizzabili senza emissioni nocive (diossina, atrazina e simili), studiando anche la possibilità di eliminare questi materiali in casa senza doverli raccogliere in puzzolenti e nocive discariche.

Certo, anche questo ha i suoi problemi. Il vuoto a rendere è sparito negli anni 70; sapete perché? Non lo so neanche io, ma ho un sospetto: chi produce birra e la commercializza in bottiglie a rendere deve prendersi carico non solo della distribuzione del suo prodotto finito (dalla fabbrica ai centri di distribuzione) ma anche del trasporto dei vuoti dal centro di distribuzione alla fabbrica e al relativo lavaggio. Una cosa del genere, insomma, sarebbe una spesa per il produttore. Se il vuoto è a perdere, invece, la spesa per le aziende è più contenuta; poco importa che ogni cittadino butti via ogni settimana kili e kili di vetri di vari colori, prima di recuperare i quali è necessario l'impiego di macchinari, solventi e procedimenti complicatissimi. Ancora una volta, insomma, torniamo alla stessa conclusione: la ricerca di incrementare il profitto da parte di chi ha già un enorme profitto si ripercuote in una diminuzione del potere di acquisto da parte di chi ha un profitto molto minore e in un danno per l'ambiente, che pure dovrebbe appartenere a tutti.

Credo, insomma, che ci sia qualcosa di sbagliato. Non è tanto il fatto che mi sento obbligato a spendere il mio denaro per qualcosa che vorrei evitare; un po' ci sono abituato e un po' mi rendo conto che, se badassi a questo, dovrei probabilmente passare arrabbiato ogni minuto della mia esistenza da sveglio. Il problema sta più che altro nel fatto che qualcuno stia cercando (o si stia illudendo) di riuscire in un'impresa riservata fino a poco fa solo agli scarabei stercorari, agli avvoltoi e a qualche altro animale poco gradevole: quella di ricavare nutrimento dall'immondizia degli altri. Quando penso che tutto questo avviene a spese di un mondo che rischia di scoppiare ogni giorno di più, non riesco a capire come tutto questo possa essere chiamato progresso e civiltà.

SILOS
Elio e le Storie Tese

Sappiamo che il nostro organismo
secerne svariate sostanze,
ma il loro utilizzo ancora ci è ignoto
per la nostra scarsa nozione del cosmo,
per la nostra scarsa nozione del corpo,
a causa del fatto che misconosciamo
le varie funzioni cui esso è preposto e perché.

Diciam che la cacca fa schifo,
ma ciò non è un dato oggettivo:
siam condizionati in questo giudizio
dal mondo rotondo che gira, che gira,
che gira, che gira, che gira, che gira
e che mai si fermerà.

Son tante le cose segrete
dal nostro organismo secrete

Ci sono i capperi, il muco,
le cacche delle ciglia,
il catarro, il sudore,
lo sporco in mezzo alle dita dei piedi.

Il tartaro, il pus, il bianco della lingua,
la formaggia, il cerume,
il mestruo, la pipì e la pupù.

E allora cantiamo in coro,
cantiamo in coro, cantiamo in coro:

Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo;
Voglio un silos, sì lo voglio un silos,
sì lo voglio per l'umanità.

I dati di cui disponiamo
ci dicono che nel futuro
le fonti di cibo più scarse saranno
per l'uomo che vive nel mondo rotondo
che gira, che gira, che gira, che gira
e che mai si fermerà.

E allora ricorso farà
a ciò che egli secernerà,
e un silos d'amor riempirà.

Serbando i capperi, il muco,
le cacche delle ciglia,
il catarro, il sudore,
lo sporco in mezzo alle dita dei piedi.

Il tartaro, il pus, il bianco della lingua,
la formaggia, il cerume,
il mestruo, la pipì e la pupù.

E allora cantiamo in coro,
cantiamo in coro, cantiamo in coro:

Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo;
voglio un silos, sì lo voglio un silos,
sì lo voglio per l'umanità.

Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo;
Voglio un silos, sì lo voglio un silos,
sì lo voglio per l'umanità.

Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.
Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.
Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.
Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.



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