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Thursday, December 11, 2008 - ore 08:50
Sei
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Alla fine il mio è un problema di ritardo, o meglio, di
tempismo. Ho questo problema con calendari e orologi, e non solo. Clessidre sveglie cronometri e qualsiasi cosa misuri il tempo. Maledetto tempo. Io la cosa giusta la faccio, la penso, la realizzo. Ci arrivo, ma sempre quel po’ dopo. O quel po’ prima, che però non va bene lo stesso. La cosa giusta al momento giusto nel luogo giusto. Io invece ci arrivo dopo, quando in realtà dovrei essere al passaggio successivo. Quando tutti gli altri hanno già superato il trauma, quando tutti già rielaborano e vanno avanti, e io sono ancora lì, a farmi domande e a cercare risposte.
E le cerco dove al momento non esistono. Dove esisteranno, dove esistevano. Ma non nel qui ed ora, no. Nel qui ed ora c’è la Silvia che rimbalza. E allora mi arrabbio perché va tutto male.
No, non va male, è solo
sfasato.
Qualcosa in ritardo, qualcosa in anticipo, qualcosa che c’era e ora è da un’altra parte, qualcosa che si è mosso quando non me l’aspettavo, sempre tutto così ironicamente puntuale nel dimostrare il mio insolito e indiscreto tempismo. Un tempismo insolito e sbagliato.
Perché io sto ferma, sono talmente intontita da tutto quello che mi sta venendo addosso che sto ferma. È come nei film, quando l’eroe deve fuggire a qualcosa che crolla: e invece di spostarsi lateralmente inizia a fuggire proprio nella stessa direzione in cui cadrà la torre, l’albero o quel che è. E l’ombra lo copre quasi totalmente.
Facevo per dire. Nel mio caso è un tutto che si muove e un io immobile. Tutto intorno a me cambia e si modifica, e cerca di coinvolgermi, e io lì nella mia inutile immobilità. Rimanere a galla, visto quel che mi sta succedendo, lo vedo già come una forma di forza, una presa di posizione, un volere, un credere e un tentare. Ma comincia davvero a mancarmi, in questo periodo di sconvolgimenti: e di forza ne ho talmente poca che dovrei farmela prestare.
E a quel punto arrivi
tu. Che senti quello che dico quando non parlo, che dici le parole giuste nel momento giusto. Che cammini vicino a me, e mi dai una mano. E con l’altra mi copri con il tuo ombrello colorato. E dovrei chiederti scusa, ma non me lo lasci fare, perché mi ascolti. Ed è così bello poter parlare...

È un periodo di sorprese, questo. Chi mi conosce sa che amo le sorprese. Anzi, per la precisione le adoro. Ma non troppe, no, basta, non ne posso più. Mi stanno sommergendo, mi travolgono, mi sbattono, mi schiacciano. Non riesco a contenerle, non ci stanno in questa Silvia piccola piccola.
Le proposte che arrivano tutte insieme e mi gettano in un buco di confusione, la maitress bionda cotonata che mi ha rovinato il week end, le richieste che non so soddisfare e che continuano ad aumentare, le rinunce con cui sono costretta a scontrarmi e che mi fiaccano anche se tutti credono di no, e quei maledetti cecchini che mi puntano non appena varco la soglia e sparano solo quando trovano il mio punto debole, debolissimo. Da una parte un lavoro sicuro e dignitoso, un posto fisso benché poco stimolante, ma che mi garantirebbe uno stipendio serio. Dall’altra il lavoro che volevo fare fin da piccola, senza sapere cosa mi aspetta non solo domani, ma fra un anno, fra due. Tutto alla giornata. Sacrifici, attesa, perseveranza. Ma quanto so perseverare?
Qualche cioccolatino, ma tanti, tanti
orsetti gommosi alla frutta.
Arriva tutto insieme, come una valanga. Se così è scritto e devo portarmi dietro quest’angoscia per tutta la vita, fatemi un piacere, avvertitemi prima. Che mi sposto.
E scapperei. Eccome se scapperei. Un chioschetto in Martinica. Una libreria in Provenza. Un negozio di trine e merletti in Scozia.
Come si fa a scegliere la cosa giusta? Come si fa a fidarsi di una persona se la sospetti delle cose peggiori? Come fai a gioire di una vipera in agguato? Come ci si comporta quando i dubbi si insinuano, ma non ci sono certezze? Come scegli il tuo futuro a scatola chiusa? Sono stanca delle sorprese. Si accavallano, si superano l’una con l’altra, e sormontano pesantemente i miei già fragili pensieri. E adesso cosa faccio? Detesto non avere le cose sotto controllo. Lo detesto.
Rischio di perdermi le cose belle, in questo modo.
E ci sono, le cose belle. Basta vederle. E così mi aggrappo a un’oliera che splende, a un paio di stivaletti da 35 euro, alle mele liofilizzate e a un pranzo a Mogliano con il rumore dei treni e palazzi di cemento e orrore, alla prenotazione di una cena di Natale con le donne della mia vita, a una telefonata inattesa.
Anche oggi trincea. Se è vero che il Signore non ci dà quello che non siamo in grado di sopportare, devo avere un’omonima.
Adesso tocca a me – Vasco Rossi
E adesso che sono arrivato
Fin qui grazie ai miei sogni
Che cosa me ne faccio
Della realtà
Adesso che non ho
Più le mie illusioni
Che cosa me ne frega
Della verità
Adesso che ho capito
Come va il mondo
Che cosa me ne faccio
Della sincerità
E adesso
E adesso
E adesso che non ho
Più il mio motorino
Che cosa me ne faccio
Di una macchina
Adesso che non c’è
Più Topo Gigio
Che cosa me ne frega
Della Svizzera
Adesso che non c‘è
Più brava gente
E tutti son più furbi
Più furbi di me
E adesso che tocca a me= Aggiornamento =Ipse Dixit:
«Sì, il titolo è un po’ strano. Però il comò è il mobile più comune e presente, quello dove teniamo tutti le nostre cose e volevamo far passare l’idea che il mondo è già tutto lì, ce l’abbiamo davanti agli occhi, basta saperlo guardare per imparare a sorridere».
Aldo, Giovanni e Giacomo presentano "Il cosmo sul comò" al Corriere
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