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![]() GreatFang, 29 anni spritzino di Mestre CHE FACCIO? cazzeggio,sbevacchio e rockeggio :D Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO HO VISTO STO ASCOLTANDO ABBIGLIAMENTO del GIORNO ORA VORREI TANTO... STO STUDIANDO... OGGI IL MIO UMORE E'... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE Nessuna scelta effettuata |
Monday, December 29, 2008 - ore 15:25 WATERMAN … che non è Kevin Costner in Water World e nemmeno un supereroe della Marvel ma una marca di penne. Credo di aver avuto il mio primo contatto con la stilografica già alle elementari ma fu solo alle medie che mio nonno si decise a “prestarmi” la sua. Badate bene: “prestare”. Era e rimaneva sua, anche se potevo usarla a mio piacimento per tutto il tempo che desideravo. Come ogni suo piccolo tesoro, anche il prezioso cofanetto era meticolosamente nascosto fuori portata. Stava sopra la credenza, dentro un centrotavola a forma di cesto, di ceramica blu notte con il bordo dorato ed il manico a treccia, una di quelle cose che ormai, forse per fortuna, si vedono solo nelle case dei nostri nonni, ricordo di chissà che comunione/cresima/matrimonio/Dio-solo-sa-cosa. La stilografica e la sorella più sottile, una penna a sfera di quelle che non sapevi mai dove andare a prendere la cartuccia di ricarica, se ne stavano comodamente addormentate da chissà quanto tempo dentro la loro custodia: un prisma di sezione triangolare, in plastica scura, con un lato scorrevole in alluminio con su impresso “WATERMAN” con un inchiostro un po’ scrostato. Se ne stavano incastonate in piccoli scalmi di plastica, su un fondo di raso chiaro, un po’ ingiallito dal tempo. Le avevo viste tante volte, così come avevo visto tante volte gli altri tesori del nonno: croci di guerra, attestati di benemerenza, ori di famiglia, ma ogni volta, e come ogni cosa che mi presentava, mi faceva capire che era la marca migliore, il modello migliore. La stilografica aveva un fascino tutto suo: grossa, pesante, d’acciaio inox appena un po’ opaco. Mio nonno amava provare le penne apponendo la propria firma a margine delle pagine di giornale: prendeva la stilografica, un vecchio Gazzettino e lasciava scivolare fuori l’inchiostro dal pennino mentre mi spiegava che era una gran penna, di una gran marca, che era in acciaio, che se ne vedono poche, che costa tanti soldi, che quando sarai grande te ne regalerò una o magari ti presterò questa. Quando arrivò il giorno e gli chiesi la penna lo vidi tentennante, come sempre, ma alla fine me la mise in mano con il sorriso e si raccomandò di averne cura. Negli anni seguenti andare a prendermi le ricariche originali, perché solo quelle originali per la Waterman!, era diventato per lui un rito, un rito da consumarsi nell’unico negozio degno, la “cartoleria” più costosa di Mestre, quella che ancora oggi espone cose come la Parker Snake con intarsi in argento nel suo bel cofanetto nero in vera pelle, grande quando una trusse. Se non hai mai scritto con una stilografica non sai, non puoi sapere, non puoi afferrare il vero significato delle parole “versare fiumi d’inchiostro”. Le penne a sfera non grattano la pagina a quadretti, non accarezzano il foglio a righe, non sussurrano al foglio bianco. Sono mute. Ma le stilografiche… Le stilografiche ti parlano mentre scrivi, ti raccontano la loro storia, la raccontano a te e al foglio e il sangue si fa un po’ inchiostro e l’inchiostro un po’ sangue. Chi scriva alle volte non lo sai davvero ma il pensiero scivola via lungo il pennino, lungo quella lacrima colorata, e bacia il foglio. La stilografica piange con te, di gioia, di dolore, di rabbia. Grida sul foglio i tuoi pensieri, li sussurra, li canta quando ancora la tua canzone non ha versi compiuti ma solo idee e parole confuse, quando non ha scale ne note l’accompagna col suo sottofondo discreto. Lei suggerisce, obbedisce, macchia, secca, sbiadisce, sbava quando la carta non è abbastanza porosa e tu, incauto, ingenuo le porgi il fianco. Ho cantato canzoni su fogli di carta che nessuno vedrà mai, scritto lettere senza un destinatario, preso appunti per i quali ora mi servirebbe una stele di Rosetta e un buon Champollion, tentato equazioni e studi di funzione, gridato rabbia, disperazione ed amore. Ho esercitato la mia firma in maniera arrogante fino a farne uno sgorbio senza senso e pudore. Ho pianto e amato e odiato e sognato su un foglio di carta. È dura guardare adesso al lavoro che un inchiostro troppo acido ha fatto alle parti di plastica. Mi piange un po’ il cuore a pensare che non potrò più scriverci e mi sento un po’ in colpa ad averla trascurata così, sicuro com’ero che una Waterman fosse praticamente indistruttibile, che potesse star ferma anni e poi tornare a scrivere come se nulla fosse. Scorro il fusto e guardo i graffi, ognuno avrebbe una storia da raccontare. La prendo in mano e mi piace ancora sentirla fredda e pesante, pronta a raccontarmi una storia e insieme a lei, rivedere gli occhi e le mani di mio nonno il giorno che me la “prestò”. LEGGI I COMMENTI (3) PERMALINK |
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