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Wednesday, January 07, 2009 - ore 01:40
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Una volta in un anno; una volta in una vita; una volta in un ciclo più complesso di vite; venisti pallida e rosa, con le rughe della bambina spaventata. Con troppe parole e troppi taccuini su cui appuntarle. Così al momento giusto t’imbranavi e non sapevi cosa tirar fuori.
Le mie mani non t’hanno mai toccato, così come non hanno ancora imparato a far scaturire incendi al semplice contatto, o a evocare fulmini dal cielo che dorme. Ma fra la tua pelle bianca, i tuoi modi rugosi, il tuo piumino nuovo, la sagoma del corpo che costruisco pazientemente intessendo l’assenza - e la mia mano, v’è la protezione del niente, la pelle dura dell’abitudine a vivere.
Ma forse noi non viviamo e basta. Non viviamo tanto quanto aspettiamo. Così io aspetto che il sangue mi fulmini il cervello, che m’esplodano le palle degli occhi a contatto con i tuoi capezzoli (così normali per qualcuno, così parte della vita al punto che le dita attraversano la carne) che mi si paralizzino le orecchie il giorno che la vecchia Signora in abito nero gratterà lentamente la tua porta, e spaventata sussurrerai alla mia pelle più sensibile d’essere pronta a liberarti del cilicio di qualcosa che capita una sola volta, che non è ripetibile, che rende impossibile l’essere.
Io ti sogno, pornografica, completamente aperta. Ti sogno ad occhi aperti quando mi sei di fronte e i tuoi occhi sono nudi come i miei, completamente sconnessi dalle parole presso cui avviene un fitto lavoro di tessitura, affinché le maglie non siano troppo larghe e il vento non s’insinui, affinché mi tenga a te legato il paziente e vano lavoro di scucitura. Appronta pazientemente maglioni per i tuoi bambini, per i tuoi cari, assisti tutti gli anziani in difficoltà del mondo: sempre sotto i vestiti l’umido magma della mia assenza ribollirà impetuoso.
Non voglio da te la tua pazienza, il mite bacio del sole dei giorni tiepidi, il quieto consiglio che risolve i piccoli affanni, il pittoresco viaggio d’amore: io sospiro per le tue brevi qualità peggiori, i tuoi vizi, la crudele fame. Voglio ciò che non dici soprattutto a te stessa, il coraggio sprezzante del male, la superiore intelligenza che non intasa gli intestini. Il cattivo odore, i pezzi di cibo fra i denti, lo spazio fra le dita dei piedi. Voglio la posa disarmonica, la caduta goffa e la famelica ripartenza.
Voglio ciò che nessuno ti chiederà e voglio concentrarlo in due ore, in un raggio unico, come il palazzo del Governo poggia sulle sue fondamenta. Voglio che mi si brucino le narici, blocchi la digestione, che venga il tuo regno di due ore. Perché siamo vicini alla morte, al terremoto, all’imprevisto, e sono stanco di farci caso.
L’amplesso sarà più veloce del disfacimento, ti ho amata sempre. non ti ho amata mai.
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