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Saturday, January 10, 2009 - ore 22:19



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io t’ho sentito
Nella nebbia autunnale
Che scorreggiavi.
"La dolce ambiguità dei sensi", Anonimo.



Ci sarebbe stata una cenetta, e questa era la volta buona, Giacomo ne era sicuro.
"Alla matematica non si scappa" diceva, ma a bassa voce, per non farsi sentire e passare da sfigato. Parlare di matematica era da sfigati, in quella casa, dove tutti studiavano scienze politiche o filosofia. In realtà Giacomo faceva lettere, ma tant’è. Non nominare la matematica o passi da sfigato, e lui non poteva permettersi di passare da sfigato.
In ogni caso, era la volta buona. Sarebbero venute a cena quattro ragazze, e loro erano in quattro. Quattro erano le camere singole del loro appartamento da universitari. Quattro risate, qualche bicchiere e via! Una per uno nessuno escluso.
Il piano era semplice: puntare alla meno carina. Il Piano, così semplice nella formulazione finale, era frutto di sudati momenti di autocoscienza. In quella casa era il meno figo, basta con sogni chimere e fallaci illusioni, la svolta consisteva nell’abbassare il tiro. Era stato un vero uomo, Giacomo, ad abbassare il tiro, o così lui stesso pensava.
Passò in rassegna i suoi precedenti insuccessi. Seguivano tutti un certo schema: di solito uno dei suoi coinquilini conosceva un paio di ragazze in facoltà e le invitava a cena, Giacomo tirava fuori le sue migliori battute, le tipe dicevano Michele ma com’è simpatico il tuo coinquilino! e gli davano baci in fronte o gli accarezzavano i capelli, lui si sentiva un missile, come quando Stanlio muove le orecchie. Poi andavano sul divano a vedere tutti un film. Col favore delle tenebre si avvicinava sempre più alla tipa che lo aveva toccato (aveva stabilito contatto fisico ergo ce n’era), una volta alla giusta distanza le avrebbe accarezzato i capelli, lei si sarebbe voltata e vai di lingua. L’avvicinamento era una fatica bestiale, movimenti di culo studiati a intervalli di tempo studiati, movimenti quasi impercettibili, chissà se si muoveva davvero. Sudato più per l’emozione che per lo sforzo, provato dalla tachicardia, alla fine si decideva. La guardava e... stava già limonando con Alberto. Ma porca miseria! Quando finiva il film Giacomo salutava e andava a imprecare nel letto, che il giorno dopo toccava simulare indifferenza.
Ma questa volta, ripeteva Giacomo come un mantra, questa volta non si scappa. Ne arrivano quattro, scarti le prime tre, o meglio aspetti che gli altri se le scelgano e prendi quel che passa il convento.
Suonò il citofono e si precipitò ad aprire; il convento era stato generoso: nessun roito. A parte la solita strafiga che si accompagnava a Michele da un po’, ce n’erano due niente male e un’altra molto acqua e sapone ma senza bitorzoli in faccia o robe strane. Un viso sottile e simmetrico, magrolina, forse un po’ pallida, con gli occhiali, comunque tutto a posto. Per Giacomo era da leccarsi le dita.
La cena andò come previsto. Alberto e Giò dopo neanche un’ora si erano già spartiti le tipe niente male, si vedeva che ne avevano preso possesso come animali della savana. Lanciatissimi accarezzavano loro i capelli e sparavano qualche battuta ambigua. Anche a Giacomo andava bene con Laura, così si chiamava la sua topolina: lo trovava simpaticissimo e rideva come una matta. Poi si stappò un’altra bottiglia di rosso e si parlò del terzo mondo, e Giacomo proclamava a voce alta la fine del capitalismo, e Laura gli diceva ah come hai ragione; mica stupido Giacomo, sapeva che si doveva portare un po’ il peso a sinistra, che con quelle ragazze faceva colpo. Una tipa diceva Michele com’è simpatico il tuo coinquilino. E giù ancora! Finchè non splende il sol dell’anarchia vedremo sempre il popolo trucidar! Bravo! Signora libertà signora anarchia! Cazzo che cultura Jack!
"Oh, andiamo a vedere un film di là" fa Michele. "Ho scaricato Pulp Fiction!"
Dai dai, tutti dicono in coro. "Ezechiele venticinque diciassette", fa una.
Prima che la famosa frase venisse pronunciata Giò e Alberto si erano già rinchiusi nelle stanze con le loro belle. Michele era accovacciato addosso alla sua tipa e le passava lubricamente una mano sulle tette, sotto al maglione; non facevano caso al film né a nient’altro che non fosse il loro amore. Giacomo era praticamente solo con Laura, adesso avrebbe aspettato fino alla scena del negro morto, poi se Michele non fosse ancora andato a chiavare nella sua stanza avrebbe preso Laura per un braccio, in modo dolce ma senza esitazioni, e l’avrebbe condotta nella propria alcova.
E invece mentre John Travolta ancora balla con quell’altra, dalla camera di Giò esce Valentina, dice qualcosa nell’orecchio a Laura, Laura si alza e va con Valentina nella camera di Giò. La porta si chiude e Giacomo è un menhir di merda immobile sul divano enorme e quei due si palpano sul tappeto come cani in calore. Giacomo si alza in silenzio e va a chiudersi in camera sua, nessuno nell’universo si accorge di quello che fa.
Che disfatta. Che disfatta cazzo, che disfatta. Il Piano era andato in fumo. La voglia di piangere e urlare cresceva forte in lui, ma non poteva farsi sentire: il giorno dopo avrebbe dovuto simulare indifferenza. Come al solito.
La spiegazione alla disfatta del suo Piano era che un altro piano aveva agito contro. Il contro-piano ovviamente organizzato dai suoi coinquilini per prendersi gioco di lui. Perchè veniva dalla campagna, perchè era robusto e in salute e loro magri scannati con tutte quelle sigarette, perchè non era di sinistra come loro, perchè non si vergognava tanto come si aspettavano di aver votato Casini l’ultima volta, perchè non si vergognava di essere passato poi a Veltroni, perchè aveva le scarpe sbagliate, le felpe sbagliate, le sciarpe sbagliate ed era cattolico. Per questo di nascosto lo prendevano in giro, mantenendo un’amicizia di facciata.
Gli mancò la sua campagna, dove la gente era semplice e non occorreva costruirsi un personaggio rivoluzionario per avere successo. Di colpo, bucolico tra i bohemien, si sentiva estraneo in questa città universitaria dove bisognava sapere come comportarsi e come essere, e gli mancava la colonia, dove era più sè stesso che mai e come premio aveva limonato una e l’anno dopo l’aveva limonata ancora e le aveva palpato le tette e non fosse che era troppo grande per andare in colonia di nuovo ci sarebbe tornato ancora. Il ricordo felice della colonia lo tenne occupato per molto tempo, gli ricacciò indietro le lacrime e la voglia di urlare. Decise di risalire la china, di smettere di fingere, dato che fingere non portava gli portava carne di donna ma solo tristezza e vergogna. Ripensò a quella serata in colonia, sulla spiaggia con lo spumante. Quante risate, soprattutto perchè... "Un momento! Di là in cucina è rimasta più di mezza boccia di Cinzano Asti".
Il Piano n°2 veniva attuato. Giacomo sgattaiolò in cucina a recuperare la bottiglia. La casa oramai era nel silenzio, il film era finito (quanto tempo aveva trascorso pensando alla colonia?) e si sentiva solo qualche lamento, qualche gridolino, provenire ora dalla stanza di Michele, ora da quelle di Giò e Alberto. Giacomo bevve cinque o sei sorsate di Cinzano Asti, assaporando ogni singola bollicina: quello sarebbe stato il sapore della nuova vita.
Poi tornò a letto ed aspettò, sdraiato sopra al copriletto. Come quella volta in spiaggia, lo spumante faceva effetto dopo pochi minuti. Prima un borbottio sordo, un po’ di solletico al pancino, e poi PAM!
PRRRRRRAM!
BBBRBRRRROOOOOOOO!
Iniziavano i fuochi d’artificio. L’anidride carbonica del Cinzano usciva pochi minuti dopo essere entrata, dalla fessura elastica dell’ano, mirabile ancia di quel bassotuba da diciotto decimetri; il bassotuba Giacomo faceva rimbombare la marcia più trionfale sui soffitti alti della casa, le faceva attraversare i sottili muri di cartongesso. Sicuramente lo sentivano tre piani più in alto, figuriamoci i suoi coinquilini.
In quella sinfonia vibrata, mentre a Michele Giò e Alberto si era miseramente azzerata la libido, Giacomo si teneva le gambe levate, per comprimere meglio la sacca della sua cornamusa. Aveva di nuovo le lacrime agli occhi, ma stavolta per la gioia. Ogni ventata, ogni accordo era la sua vita di finzioni, di parti recitate che se ne andava, alla faccia di quei tre che pensavano di trombare impuniti ridendo di lui. Tuttavia si trattenne dal ridere, dato che il mattino dopo doveva recitare l’ultima parte della sua vita. Finì il concerto con due note lunghe, poi si addormentò, come un fröhlicher landmann di ritorno dai campi.

A colazione nessuno parlò della sera prima.

Un mese dopo, all’età di diciannove anni e un quarto, Giacomo perse la verginità con una cugina di secondo grado, a casa di parenti.

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