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Friday, January 23, 2009 - ore 15:40


Che mi fai? All right! (prima parte)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non sono laureato. Ma vorrei una laurea solo per sentire cosa si prova nel momento in cui hai appena preso l’attestato ed esci fuori in strada. Sentire l’aria, se è diversa, se respiri diversamente... Sicuramente è così. Ma poi...
Farsi il mazzo, per un intero anno chiuso tra quattro mura impolverate di una vecchia fabbrica rumorosa, per godere di una misera settimana di queste cose..queste "ferie"..Che gran menata per i fondelli. Ma quale godimento vuoi provare, dopo un anno di pazzia, di rischio lesioni celebrali, di manicomio...come minimo una settimana ti serve per dormirci su e ricomporre a stento il puzzle che raffigura teoricamente quel che resta della tua dignitosa e umana persona; dopodichè necessiteresti di un altro pò di giorni per capire chi sei e dove ti trovi, e perchè non sei al lavoro...Mentre cerchi di mischiare lo zucchero nel caffè roteando a spirale il cucchiaino che tieni in mano con forza...«Che stai facendo?...No, caro, non devi avvitare bulloni oggi...sei a casa! Casa, vedi?» Ti fa notare la moglie o la convivente, o la compagna...o addirittura una voce che ti sei immaginato!
Una terza settimana sarebbe umanamente consigliata per prendere atto del fatto che non sei in quella fabbrica, ma a casa! C’è il libero arbitrio a tuo favore; a scadenza incombente ma c’è. Devi approfittarne finchè puoi! Non farti sfuggire di mano questa opportunità che ti viene offerta dal cielo! Decidi! Pensa! Fallo! VAI IN VACANZA!
Forza, è già metà della terza settimana, devi prenotare, decidere il posto, fare le valigie...tutto di corsa, con l’aria di uno che sta perdendo l’aereo e intanto deve urinare come nessuno al mondo, e si avverte nell’aria un rischio imminente di una possibile esplosione di vescica (alla quale fortunatamente non ho ancora avuto il piacere di esserne protagonista, anche se è capitato di andarci molto vicino).
Inizia la quarta settimana. Il tuo organismo ha ripreso le sembianze e le funzionalità che si rispettino ad un essere umano nella media di un’epoca moderno-fast-food-tecnologica. La tua valigia è colma di tutto quello che il tuo cervello ha potuto ipotizzare come utile o "non-si-sa-mai": venti paia di mutande e calzini. Un libro che non leggerai mai. Shampoo e balsamo, tutto in uno. Tappanaso da piscina. Cuffia, occhialini, pinne, fucile ed occhiali. Ciabatte enormi, con ancora la sabbia dell’anno scorso. Pantaloni di lana, di lino, di lena, di pelle, di pollo. Maglie, magliette e maglioncini. Walkman rotto, con cuffie stereo color rosso, ultraleggere, con la gommapiuma che pare fatta d’aria, che si toglie sempre, in continuazione. Un’audiocassetta con una compilation della quale sostanzialmente non te ne è mai fregato un fico duro. Una penna bic, nera, senza tappo, che non scrive. Una busta appiccicosa di un materiale simile alla carta che avvolge il burro da cucina, contenente uno spazzolino da denti, un tubetto mezzo consumato di dentifricio chiuso male e quindi per metà sparso in giro per la busta. Un rasoio, schiuma da barba, dieci centesimi (che cadono sempre nei posti più impensabili). Del gel, un pettine, un altro. Un paio di occhiali da sole di plastica nera che non metterai mai. Delle scarpe di ricambio, che non userai. Una radiosveglia di quelle dei fustini di detersivo. Uno scontrino stropicciato con l’inchiostro ormai cancellato. Un pacchetto di gomme dure, vecchie, dell’anno scorso. Pacchetti di fazzoletti vecchi, duri, dell’anno scorso. Cinque euro, vecchi, duri, dell’anno scorso, strappati, bluastri, lavati in lavatrice venti volte, ma non per questo aumentati di valore. C’è dell’altro, non ricordo. Ah, già, un elastico; rotto. C’è sempre un elastico o un pezzo di esso in giro da qualche parte.
La valigia è di dura impresa al chiudersi, ma con fatica d’Ercole ( e meno di sette camicie sudate ), ecco che il sacrificio del gancio della zip per lo meno è avvenuto a termine corsa, quando la chiusura ha completato la sua opera. Per riaprirlo poi sarà un problema, ma per ora meglio goderci il viaggio, dannazione.
La destinazione è confusa. Decisa troppo in fretta, quindi non si può sapere con certezza a cosa andremo incontro. Abbiamo optato per il prezzo più modico e per l’apparente qualità più equilibrata, ma la verità mi fa male, lo so... ( e non è solo una canzonetta ). Diciamo che l’Italia, parlando in maniera approsimativamente generica, è una sorta di "verità che fa male", e nessuno la può giudicare. Nemmeno tu.
L’auto è a secco. Fai un mutuo, e poi il pieno. Riparti e ti fermi. Spegni il motore e ti metti a chiacchierare con il tizio davanti e a fianco alla tua auto, sulla famiglia, il tempo, la politica...magari vi fate pure una partita a carte. Intanto la coda in autostrada non avanza da più di mezz’ora. Se un beduino del deserto fosse lì direbbe una frase che mai in vita sua si sarebbe sognato di proferire: "Che caldo!". Se la temperatura è inferiore ai 60 gradi si direbbe un refrigerio, ma non è così. La fronte pare la superficie della parete di una di quelle grotte sotterranee, con stallattiti varie, dove si fanno i giri turistici con le guide; i capelli paiono una risaia con tanto di Mondine che ci lavorano e cantano "O bella, ciao!". I vestiti somigliano a quelli dei ragazzini dopo una battaglia di gavettoni. L’asfalto crea un effetto simile a quello appena sovrastante la griglia di un barbecue in giardino, ma l’odore è ben differente. Il reparto "grandi ustionati" è sempre pronto nel caso qualcuno per errore dovesse sfiorare anche solo con un gomito una parte di carrozzeria di qualche automobile circostante. Pare che si possa avanzare per qualche metro: tutti in auto. Il momento in cui ci si siede è parallelo alla sensazione del tizio che vuol camminare sui carboni ardenti, con la differenza che si tratta di un sedile di carbone ardente su cui posarsi dolcemente, e cuocere in salsa. ( Mi auto elogio per il fatto che sto scrivendo ste cose in pieno inverno...questo conferma il ricordo traumatico delle situazioni descritte che ebbi l’onore di provare in prima persona singolare ).
Un giorno e mezzo più tardi, l’arrivo alla locazione balneare vacanziera.
L’auto si era trasformata ormai in alloggio ambulante, fianco a fianco con le auto dei vicini di coda, ormai divenuti parenti, invitati a nozze, a cene, a capodanno... Che meraviglia. Un branco di sagome umane motorizzate cotte al vapore, riscaldate più volte e affumicate con diligenza arrivano tutte insieme con passione per essere inscatolate tra le mura del loro albergo-hotel-motel-pensione-buco... Insomma, dove c’è da pagare per sentirsi come a casa propria, da dove si è partiti con mille fatiche. Il cesso è a priori il luogo dove il corpo s’inoltra per forza d’inerzia, accusando vampate di calore e sbalzi di pressione per il cambio di stato e temperatura dovuto all’abitudine automobilistica ormai assimilata durante il viaggio, anzi, durante la coda. Subito dopo il corpo effettua una caduta automatica simile a quelle degli stunt-man cinematografici che simulano di essere colpiti da un colpo di fucile, e cade di peso sul letto fatto, con il copriletto così ruvido che la carta vetrata a confronto pare la Tenderly con tanto di cane e neonato che se la portano a spasso. Il sonno dura per il resto della giornata. Al risveglio non si riesce nemmeno a disfare la valigia, se non quando, al tentativo di scasso della zip senza più il gancio, la borsa espolode in un tripudio di mutande e abbigliamento al vento che come coriandoli a carnevale si sparpaglia festoso d’ogni dove per la stanza. Manca il tempo per sistemare tutto, infatti l’orario prevede la cena, di sotto, guai a sgarrare di un minuto! Si rischia di patire la fame se non si rispettano gli orari previsti dalla legge alberghiera che impone la sacra puntualità nel recarsi verso la silenziosa sala dove un terzo degli alloggianti hanno deciso di fermarsi a cena. Tutti parlano sottovoce. Alcuni tacciono. E’ panico. La tensione si taglia con coltello, si afferra con forchetta, si mastica perbene e ancora ne rimangono dei pezzetti tra i denti. Peggio degli spinaci o dello spezzatino! Tutto sommato non c’è poi da lamentarsi, del cibo, anche perchè quando la fame è superiore all’intelletto, tutto è cibo.
Dopo una silenziosissima e tombale cena, quasi ad avere un fucile puntato alle spalle durante tutto il pasto, si decide di uscire e di inserirsi tra quell’immenso gregge composto da epidermidi in mostra e ciabatte d’ogni dove, abbigliamenti impossibili, assurdi, quasi ad essere entrati in uno spogliatoio di non so quale squadra sportiva, bendati, ed aver rovistato a caso in qualche borsa, e indossato cose dovunque ci fossero fessure per gli arti...
Lo sciabattare sull’asfalto della caotica strada intensa di negozi tutti uguali è come una pioggia...solo che al posto delle gocce d’acqua ci sono ciabatte, cavolo! Ho capito che di là c’è il mare, ma questo non giustifica il fatto che ti debba vestire come uno zozzo appena uscito dal cesso di casa dopo essersi appena svegliato con i postumi, reduce da una nottata insonne!
Pare che tutti i negozianti abbiano fatto un’assemblea per decidere di unificarsi nel vendere tutti le stesse identiche cose. C’è stato un negozio che ha aperto l’attività, dopodichè è stato eseguito un copia-incolla al suo fianco, e così sono nate queste interminabili ripetizioni di negozi che vendono braccialetti e collane di legno, bandiere, creme da spiaggia, costumi, frigorifero con lattine e bibite varie, gommoni e materassini, ciabatte (tanto per essere originali), cartoline assurde, magliette interminabili, tutte taglia XXL, con battute spiritose, alcune chilometriche: - Ma tu t’immagini che io ogni volta mi debba fermare a far leggere all’amico le trenta righe di battute spiritose che ho stampate sulla maglietta?Ma perchè non scrivere una lettera? o fare una telefonata? E poi ci sono scritte come a voler far capire a caratteri cubitali che sei un tossico, un drogato, un alcolista, un grassone, sporco, lurido, maniaco sessuale, nullafacente, barbone, pazzo, idiota, malato di calcio, birra-dipendente, menefreghista, analfabeta, porco, pezzente, scemo, imbecille, teppista, terrorista, disgraziato, logorante, impazzito, demente, assetato di sessualità e soprattutto puzzolente! - (gran modo per rimorchiare, ragazzi!). Bigiotteria varia e oggettistica che d’impatto pare una delle cose più originali che tu abbia mai visto e pensi addirittura si tratti di un pezzo raro...Poi cambi idea, dopo la 756 esima volta che ti ricapita sotto gli occhi in uno di questi cloni commerciali. Persino i negozianti sono cloni. Innanzitutto vengono tutti dall’India, coi capelli neri simili a quelli degli omini della Lego, la pelle dura e olivastra con gli stessi sguardi ed espressioni incisive. Una ragazza è sempre seduta fuori, su una sedia appostata sul marciapiede dando la schiena alla strada, in perfetto parallelismo con la stessa ragazza seduta su un’identica sedia, di fronte allo stesso negozio dall’altra parte della strada. Pare uno di quei vecchi videogame di corse d’automobili dove il paesaggio era sempre uguale, con le stesse case ripetute in loop. Anche se ti senti osservato come un delinquente sarebbe un gioco da ragazzi potersi infilare qualcosa nel taschino...ma piuttosto di fregare dei pezzetti di legno con delle palline legati da uno spago vado a farmi una rapina in banca, che magari raccimolo qualcosa di meglio di un braccialetto dell’amicizia porta-tanta-fortuna...
L’idea originale e strabiliante per sfuggire a questo logorante vagare tra una folla senza meta è venuta così, d’improvviso: andare alla spiaggia, di notte! Si, meraviglioso, originale! Dopo venti chilometri di passerella tra gli ombrelloni richiusi si arriva finalmente all’acqua! Guarda che meraviglia...Non si vede un cazzo! E’ tutto così nero! Sediamoci su uno sdraio. No. Sono tutti occupati da chi ha avuto la nostra stessa idea, in pratica tre quarti dei villeggianti. Pare una di quelle case chiuse, però all’aperto. Che meraviglia. Non c’è che da tornare all’albergo, dopo una splendida avventura passata nelle ultime ore, che vale fino all’ultimo centesimo dei soldi che stai spendendo minuto dopo minuto. Che meraviglia! Una volta nella stanza, con ancora il tripudio di mutande e vestiti sparsi dappertutto, accendi quei 10 centimetri cubici di apparecchio che è posizionato sopra un mobile, quasi messo li per caso, come a casa di chi sta traslocando e spostando tutta la roba. La figura che rigorosamente appare è sempre e comunque il volto di Jerry Scotti. Ora pare proprio di essere a casa! E hai pagato, per essere a casa! Meraviglioso. Il libro come d’accordo rimane chiuso da qualche parte nella valigia, e si va al bagno per darsi una lavata. Quello che pareva un chewing-gum incartato è invece la saponetta gentilmente offerta dall’albergo, delicatamente poggiata sul bordo del lavabo. Nessuno al mondo le ha mai usate! Questa volta, nella tua vita, decidi di provarci, di fare una nuova ed emozionante esperienza di adrenalina in corpo! Cominci dunque a scartare l’oggetto con una curiosità micidiale, quasi fossi intento ad ispezionare un’entità aliena. Finalmente la carta è tolta, e il dado è tratto! L’oggetto di un centimetro quadrato è ora tra le mani, e si fa scorrere l’acqua, giusto il tempo per palparne l’umidità, quando ti accorgi che il tanto apprezzato sapone gentilmente offerto, dal profumo di detersivo per lavatrice, è ormai parte delle tubature del lavandino... Almeno hai provato la sensazione di tenere in mano una di quelle saponette...completamente denudata! Cosa rara, vista da pochi. Solitamente vengono inserite in valigia, e portate a casa come trofeo, sentendosi come Lupin, convinti di aver compiuto un furto mozzafiato e di essere dei veri duri! La saponetta rimarrà poi per quindici anni almeno, ancora incartata, nel poggia-attrezzi della doccia di casa, vedendo passare dinnanzi a sè milioni di concorrenti sul mercato di tutte le marche, qualità e colore. Interessante, la vita delle saponette gentilmente offerte dagli alberghi.
Per non parlare degli asciugamani. Bianchi, a quadretti. Come quella pasta dolce dove ci spargono sopra nutella o marmellata e te la danno fumante in qualche bancherella in città. Puoi passare milioni di alberghi e pare ti abbiano dato gli stessi asciugamani della volta precedente. Lo stesso identico odore, indescrivibile, inimitabile, un pò come quello delle lenzuola. Anche in questo caso la carta vetrata dimostra nuovamente di essere sul serio un oggetto scadente, messa a confrono di questi lindi asciugamani fantastici. La loro fine sarà molto simile a quella delle saponette, con la differenza di passare i successivi quindici anni chiusi in un armadio con il gatto che ogni tanto li scalda con le sue dormite interminabili, lasciando su quel bianco splendente e perfettamente ripiegato, buona parte della coltre pelosa che lo avvolge.

La serata all’albergo volge al termine causa sonno dovuto alla fatica della giornata; non tanto per le innumerevoli attività balnear-vacanziere svoltesi, ma per il fatto di cercare di fare qualcuna di queste attività in un modo da considerarsi minimamente avvicinabile all’umano essere! Cosa naturalmente non compiuta, da bravo vacanziere italiano medio.
Indi per cui la sveglia del mattino successivo è accompagnata da un’insolita sensazione di benessere dove la luce solare che entra dalle persiane (dure, difettose), crea una tranquilla atmosfera calma e silenziosa, indipendente, senza fretta, oziosa e irripetibile, ma interrotta immediatamente da una piccola lista di pensieri obbligatori: primo, l’orario per la colazione è già scaduto. Secondo, ho lasciato il caricabatterie del cellulare a casa e il cellulare non ha suonato per la sveglia, nè posso chiamare qualcuno, nè avere contatti col mondo. Terzo, è già finita la vacanza: oggi si parte. Ovviamente ci sono state giornate nuvolose fino all’arrivo del giorno della partenza, cioè oggi. Questo sole e aria di mare, di festa, temperatura perfetta e atmosfera da Miami beach, sono soltanto un paesaggio da abbandonare, soltanto dopo aver raccolto il tripudio di mutande e calzini e materiale mai utilizzato durante il soggiorno flash e malvissuto. (Ricordarsi le saponette e gli asciuagamani a conche quadre).
La mente è troppo depressa nel momento in cui s’intersecano passaggi della propria partenza con quelli dell’arrivo della bella famigliuola tedesca con madre, padre, figlia, figlio e cane enorme su cui cavalca il figlio, tutti rigorosamente platinati ed occhi azzurro-polo-nord. Perfetti e scultorei, sempre divertiti e sorridenti; mai un accenno di noia o di litigio famigliare. Puntuali quasi dovessero timbrare. Silenziosi, educati, eleganti, snelli, attivi, atletici, uniti, benestanti, invidiabili...Robot.
La perfezione apparente della famiglia bionda bavarese entrante si confronta in un flash con il goffo operaio italiano dal volto rugoso e a fronte arricciata, infastidito dal sole, con valigie assimmetriche chiuse male, pesanti, ansimante, col fiatone, curvo, sudato, in ritardo, lento e pigro, diretto verso una nuova avventura autostradale onde conoscere nuovi amici, giocare a carte sotto il sole, cuocere uova al cofano, respirare vari tipi di carburante bruciato e sudori di tutte le razze. Fare un nuovo mutuo per il pieno. Avere una piccola congestione dopo aver bevuto una Coca-Cola ghiacciata presa dal frigo di un Autogrill, rovesciata un pò sulla camicia, resa subito appiccicosa e di un odore indimenticabile di sostanze miste, commestibili e non.
Conclusa l’intera giornata autostradale italiana, si giunge all’abitazione. ...(continua).



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