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Sunday, January 25, 2009 - ore 23:48



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Nel maggio 2004 è finita un’epoca.
“The Face” is gone. La rivista che nel tempo incarnò un modo nuovo e rivoluzionario di leggere il costume di una società, quando questa stava per esplodere in mille contraddizioni, affonda nella crisi pubblicitaria e muore. Per sempre? Chissà.
Nel tempo stesso in cui si guardava a Vogue come l’unico comandamento del quale qualche dio ignoto ci fece dono (che si chiamasse yeshua o Diana Vreeland non aveva importanza), il sottobosco patinato cominciava a pullulare di nuove testate pronte raccogliere e distribuire stimoli fuori dall’establishment editoriale. Facciamo qualche passo indietro.

Siamo in Inghilterra. Londra, Maggio 1980. Gli anni 80 sono appena iniziati, e cominciano già a farsi sentire: imperversano i Sex Pistols e con loro tutto il destabilizzante movimento punk, Vivienne Westwood è pronta a stravolgere il costume inglese abbinando sartoria classica e destruttura rock, la scena underground grida nuovi bisogni, nuovi volumi, nuove cose da far sapere al mondo. Quali? Molte: l’obiettivo principale è quello di distruggere la società disegnata dalle ideologie degli anni ’70, addio culto della naturalezza, addio hippy e addio amore universale. Saltano gli algoritmi che avevano battezzato i giovani, erigendoli ad attori sociali. Le cose cambiano. Esplode ovunque il superartificio: il corpo è da costruire, la musica deve diventare più forte, il cinema più violento.
Ma chi può dare voce ad un popolo che inorridisce le istituzioni? Essi stessi: i giovani cominciano a parlare dei giovani. Nascono mille testate, indipendenti e non, che aprono e chiudono con la velocità di un brano suonato in uno dei tanti amati club. Ma un magazine vince su tutti: si chiama The Face. Una rivista che tratta di musica, di nuovi idoli, di un modo nuovo di vivere la moda. Una rivista che allude all’importanza della superficie sin dal suo nome.
Se Vogue è l’eleganza, The Face è l’avanguardia, se Vogue mostra come indossare un abito di alta sartoria, The Face mostra come una semplice giacca possa indossare le ragioni di una protesta. Se Vogue è il desiderio, The Face è l’orgoglio. Di esserci e di farsi sentire. Senza paura di nulla e nessuno.

Ma quale fu il segreto immediato di The Face? Più di ogni altro magazine, The Face seppe dare voce a chi voce non aveva: ai neri, ai punk, ai gay, agli artisti da strada. Dalle sue pagine irrompevano pose e styling mai visti, testi e foto con un appeal grondante di eccessi. Layout grafici nuovi, rivoluzionari. Tutto sempre e solo all’insegna dell’ostentare il coraggio di essere ciò che si vuole.
Passano gli anni e nel solco scavato da The Face arrivano tanti fratellini e sorelline nuovi. Centinaia di magazine di tutto il mondo imitano lo stile The Face nel raccontare il costume, la moda, lo star system.
E intanto non c’è supermodel, attore o rockstar che non sia passato sulla sua copertina. The Face anticipa volti nuovi e li lancia definitivamente, in una sorta di battesimo mediatico. Fino a quando nel marzo 2002 una strana email arriva nella casella di posta degli iscritti alla newsletter del sito. La notizia è drammatica: The Face chiude, salvate The Face. La redazione invita i lettori a mandare una foto con il proprio viso e una copia del mensile per dimostrare alla malvagia casa editrice che gli amanti di The Face sono tanti. Arrivano migliaia di email. Ma la battaglia è inutile. In un tiepido pomeriggio di maggio di un secolo iniziato da poco, il magazine che più ha sintetizzato l’ascesa della pop culture a linguaggio totale e unificante, chiude i battenti.
Le cause del decesso non sono interessanti come il deceduto. Così preferisco pensare a The Face come a un gazzettino proveniente da chissà dove, che ogni mese ricordava a me e a tanti altri che quello che indossiamo parla di ciò che siamo. E non viceversa.

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