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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




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Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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Saturday, January 31, 2009 - ore 09:21


Ippodromismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il momento dei saluti è sempre difficile.
Ci sono persone che non puoi semplicemente salutare. Non basta un saluto, il cenno con la mano sventolante, o la stretta seria e piena, con la parolina sussurrata. Per qualcuno non basta. Ma poi ci sono quelli per cui un cenno con la mano è anche troppo. E bisogna fare una via di mezzo. E non eccedere con i sentimentalismi.
Ci sono persone che non devi salutare, e invece vorresti farlo. Persone che non vorresti salutare, e invece lo impone lo stato delle cose, e la tua posizione subordinata, la professionalità. Persone che sei contento di non rivedere mai più, e che guarda il caso ti capiterà di incontrare di continuo. Persone che vorresti andarci a bere uno spritz insieme ogni tanto, ma che sai che ti direbbero di no, perché lo sai, non si può. Ma in bocca al lupo con tutto.
Persone a cui vorresti anche semplicemente dire ciao, ma non ti è concesso neanche ciao. Ciao. E te la metti via, perché certe cose vanno così e basta.
Il momento dei saluti è schifoso. Ti senti un po’ grande perché prendi una direzione, e un po’ piccola perché ogni saluto è un addio, e lo sai benissimo. E io sono piccola. È una settimana che mi sento piccola, piccola e grigia.
Ho le paturnie, capita...

Ci sono addii e addii, ma fanno tutti schifo uguale. Quante situazioni ho chiuso, quante questioni, quante cose. Chiuso, addio, stop, ricordami se ti va e se no mi accontento di ricordarti io. E quante ne prenderò ancora. Alcune mi entusiasmano e mi caricano, altre mi tormentano. Tanto.

Ciao ippodromo. Per quel poco che ho fatto, so di aver fatto del mio meglio. E so che lo sai.
E ci siamo voluti bene, dopotutto. Anche dopo tutto.
Chissà cosa mi mancherà di più. La regia piena di polvere con tutti quei cavi di cui nessuno ha mai conosciuto l’utilità, guardare la piccola tv fra una corsa e l’altra, i bottoncini che non si legge play rec rewind perché sono tutti consumati, il Sony non usavamo mai, le macchinette al primo piano con la cioccolata buonissima e il te dolcissimo, quelli che chiedono le copie delle corse e non vogliono pagare, i cartelli che mettevamo da soli e non leggeva nessuno, le telefonate per le tris, il caffè schifoso del bar, i cameraman che si lamentano della postazione, e che arrivano sempre in ritardo e devi chiamarli al cellulare e sono appena scesi dal letto, danger e le esternazioni poco ortodosse di dg, i bagni ghiacciati, i tramezzini più costosi del mondo, l’odore di cavallo d’estate, il palio dei comuni, Follia Omicida e le scommesse buttate via, i massaggi di Italo, Italo.

È la prima volta che presento una lettera di dimissioni. Spero che sia scritta bene, come si deve. Ho preso spunto da una che ho trovato su un sito, ho usato un font freddo e impassibile, ho cercato di essere professionalmente corretta. Ho firmato col nero, che mi sembrava meglio. Ho messo la data del 31 gennaio, oggi, ovvero il giorno in cui la consegnerò, ma l’ho preparata un mese prima. Mi sono passate davanti agli occhi un sacco di immagini. E di cavalli ce n’erano davvero pochi, forse uno, il mio adorato Follia Omicida.
Uno dice, lavori all’ippodromo e non ti vengono in mente i cavalli.
Io dico, lavoravo all’ippodromo.
Dal primo febbraio lavoravo. E ricordo tutto fuorché i cavalli.

Gli addii fanno proprio schifo, a volte.




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