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mercoledì 4 marzo 2009 - ore 20:46
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Avevo una ragazza, si chiamava Lisa. Lisa aveva occhi, gote, capelli e labbra eccezionali, polsi e caviglie fini e una grazia composta nel camminare. Era bellissima, glielo ripetevo in continuazione, lei annuiva abbassando lo sguardo e sorridendomi di sottecchi. Lisa aveva la bocca più desiderabile che avessi mai visto, approfittavo di tutte le occasioni per strapparle un bacio in più. La sue labbra erano tese, piene e sode come il seno bianco di una quindicenne, vivevano di vita propria e mi parlavano d’altro distraendomi finché Lisa discuteva dei massimi sistemi. La voce di Lisa, poco più di un sussurro, mi cullava mentre mi perdevo osservandola parlare. Durante i nostri lunghi baci sprofondavo in quell’incavo fatto di carne, pelle saliva lingua e denti. Mi piaceva essere veemente, morderla, prenderle il labbro inferiore e tenerlo stretto fra gli incisivi mentre mormorava di piacere e dolore. Dopo questi baci Lisa mi guardava con gli occhi grandi, spalancati, come se quel miscuglio di amore e brutalità le facesse paura, ma infilandole una mano nelle mutandine la sentivo bagnata, calda come l’interno della sua bocca. Era un amore del liceo, il nostro. Scherzavamo per ore, ascoltavamo musica e facevamo l’amore in fretta, come se il tempo stesse già portando via l’aria che stavamo respirando. Le mie mani passavano sulla pelle liscia di Lisa, di un chiarore quasi accecante; mi piaceva sfiorare i punti più sensibili del suo corpo per sentirla ansimare piano, quasi si vergognasse nel provare piacere. Erano questi suoni, questi sguardi disarmanti che mi facevano montare dentro la voglia di tenerla sempre con me, celavo malamente l’impulso ingovernabile di sentirla sempre vicina. Una notte di primavera eravamo nel mio appartamento, dalla finestra aperta entrava il rumore del traffico e Lisa era seduta sul tappeto a leggere fumetti. Io fumavo e non riuscivo a distogliere gli occhi dall’incavo della sua schiena, composta da linee perfette e proporzionate, una valle profumata e morbida su cui posare la fronte e trovare ristoro. Sentivo di avere la febbre e un fastidioso ronzio nelle orecchie non mi dava tregua. Mi avvicinai cingendole i fianchi, toccando la sua carne morbida e ospitale, lei mormorò qualcosa ma non l’ascoltai. La feci spogliare mentre rabbrividiva, sentivo i suoi capezzoli premere contro il reggiseno mentre glielo slacciavo baciandole le spalle. La luce delle insegne fuori alternava lunghe ombre azzurrastre a lampi arancioni, io guardavo fisso Lisa e sentivo nei lombi tutto l’amore del mondo. Le misi una mano in mezzo ai capelli profumati e morbidi e la attirai verso di me; non potevo resistere alle sua bocca, Lisaa era un ruscello e io avevo sete. La baciai dapprima lievemente, passandole la lingua sulle labbra, deliziandomi del suo respiro che si faceva via via più affannoso. Quando i respiri divennero gemiti la baciai profondamente, a lungo, assaporando la sua morbidezza. Lisa era completamente abbandonata al mio abbraccio, sembrava stesse sognando con gli occhi chiusi e la fronte distesa. Quasi non se ne accorse quando cominciai a morderla con più violenza, quando puntai i denti con foga. Respirava affannosamente mentre la tenevo stretta a me e sprofondavo nelle sue labbra. Urlò quando con un colpo netto di premolari le strappai il labbro inferiore. Continuai a mordere, lacerare succhiare e deglutire, non volevo perdere un attimo di quell’istante meraviglioso, una goccia di saliva o di sangue. Cominciai a masticarle con foga la lingua mentre perdeva i sensi. Aveva un sapore delizioso, la mia Lisa, il mio amore del liceo. La lasciai andare per un attimo, giusto il tempo di riprendere fiato e guardarla negli occhi. C’erano paura e incredulità sul suo volto mentre dal mento gocciolavano sangue, saliva e quel che restava della sua splendida bocca. Era paralizzata e gorgogliava piangendo, così la strinsi forte, le diedi un bacio sulla fronte sudata e la cullai, il resto poteva aspettare.