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Monday, June 08, 2009 - ore 18:59
Leccezione di mr. B.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il trittico di scandali Berlusconiani (Noemigate, Millsgate, Volidistatogate) ha monopolizzando la campagna elettorale e l’attenzione del Paese. Passata la prima fase gastroenterologica (di rigetto o acquolina in bocca, dipende dai casi), visti gli esiti delle urne, viene da domandarsi quale sia stato il vero peso di questi elefantiaci mostri mediatici. Tradotto: la disputa sull’etica di chi governa, è ancora in grado di spostare voti?
Il fatto che il Presidente del Consiglio usi la sua aura e i suoi poteri per compiacere giovani e belle donne è una questione che influenza la sua condotta di governo? Che usi i suoi mezzi per dare passaggi aerei a ballerine di tango, o che corrompa testimoni sono problemi legati indissolubilmente ai suoi risultati governativi? Dal momento che nemmeno il più incallito e ostinato giornale anglo-comunista potrebbe oggi sostenere in buona fede che siffatte condotte abbiano un impatto diretto e misurabile sulle sorti dello Stato, allora viene da dire: è un fatto di etica, di buoncostume. Di prestigio istituzionale, al limite. In definitiva: una questione di regole.
Ma forse, le apparenze ingannano. Qui non ci si trova nel campo delle regole, ma in quello delle eccezioni. In molti, infatti, oggi sostengono che Berlusconi dovrebbe dimettersi dal suo incarico. Ma, visto che i risultati di governo nella fattispecie non c’entrano, in nome di quale regola dovrebbe farlo? Essere infedeli non costituisce buona causa di licenziamento per nessun cittadino italiano. Persino essere corruttori non lo è. La Cassazione, proprio qualche giorno fa, ha fatto sapere che anche se si è tradotti in carcere non si dovrebbe perdere il proprio posto di lavoro. Allora, se si vuole “licenziare” Berlusconi, bisogna farlo in nome di un’eccezione alla regola.
Nessuno ha detto, però, che non sia effettivamente “giusto” fare delle persone particolarmente potenti una eccezione; delle personalità aldilà delle regole. Grandi poteri implicano grandi responsabilità, e di conseguenza alti standard a cui attenersi. Ne sono convintissimi, per esempio, gli americani, che hanno fatto fuori un presidente perché era poco fedele. Anche gli inglesi sembra la pensino allo stesso modo, dal momento che stanno chiedendo la testa di un intero governo per dei rimborsi spesa gonfiati. Persino Berlusconi non ha mai fatto mistero di considerarsi eccezionale (durante un’udienza in uno dei suoi molti processi disse: «Tutti i cittadini sono uguali, ma io come Presidente del Consiglio sono più uguale degli altri»). Solo che lui interpreta la sua eccezionalità in maniera inversa: cioè chi ha più potere non può vedersi limitato nelle sue funzioni per peccati che non attengono direttamente ai suoi compiti.
Dunque eccoci ancora alla domanda di partenza: la condotta personale di un potente è da considerarsi indissolubilmente legata al bilancio del suo incarico pubblico? In definitiva: quella di mr. B. deve essere una eccezione buonista o forcaiola? Bisogna dire: «Si sa che i potenti fanno così, l’importante è che governi bene il Paese», o bisogna invece sostenere che «Proprio perché è così potente, il suo codice di comportamento deve essere ancora più rigido perché sia di buon esempio»?
Questo il dubbio che divide, in fondo, gli italiani. Più del colore delle unghie di Noemi e delle fisime educazionali di Franceschini. Ma non è nemmeno questo dubbio storico che ci fa appassionare alle vicende di Noemi Letizia; che ci fa morbosamente scandagliare le liste d’imbarco degli aerei battenti bandiera governativa; che ci fa leggere motivazioni di una sentenza lunga trecento pagine.
Quello che ci sconvolge, ci incuriosisce, ci inquieta e ci fa arrabbiare è una sola domanda - e che Dio ci strafulmini se abbiamo la risposta –: com’è accaduto che una normale 18enne di Casoria sia diventata la favorita dell’imperatore? Perché una ballerina e un ex-parrucchiere entrano in un volo di Stato? Perché un avvocato di modesta preparazione riesce ad intascare centinaia di migliaia di euro per tacere? La loro eccezione ci carica di invidia, e a sua volta è creata e alimenta l’eccezione del Cavaliere, l’eterno provvisorio. Che rimane in sella perché dà proprio quell’idea: di essere lì un po’ per caso. É il caso dell’Italia.
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