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Thursday, July 23, 2009 - ore 10:01
L’amore per i classici
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Quanto ci piacciono, a noi italiani, i luoghi comuni. E ci piacciono tantissimo i luoghi comuni sugli aguzzini più che sulle vittime. Perché ad accanirsi sui deboli sono bravi tutti, e allora noi italiani che siamo un popolo di eroi romantici piace bombardare di insulti i cattivi o presunti tali. Ci schieriamo prima ancora di conoscere le storie, ci basta aver “sentito dire”. Creiamo talk show su notizie inventate perché “fanno discutere” ma non sappiamo reggere il peso della verità. Scagliamo la prima pietra su chi, nella nostra città o nel nostro paesello, dimentica educazione e rispetto per difendersi da un torto subito (la vendetta è una malattia che l’italiano si trova congenita, nel sangue) ma non sappiamo distinguere fra bene e male quando dobbiamo votare chi ci rappresenterà per i prossimi 5 anni in tutta Europa e oltre oceano.
Razzismo in classe: un ragazzino napoletano viene chiamato camorrista dai compagni, che si allontanano dicendo che puzza e puliscono le penne che tocca. Di questo si discute da due giorni in città.
Solitamente non uso esprimere opinioni e dichiarare le mie posizioni, ma in questo caso, per quel che ne so, di razzismo non vedo l’ombra. Io vedo maleducazione, vedo disagio, vedo ignoranza, ma soprattutto vedo la cattiveria dei bambini, che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Vedo un ragazzino che disturba i compagni, li minaccia nascondendosi dietro un padre meridionale e non ha cura della sua igiene intima. Invece l’italiano medio, che vive di stereotipi, prima si premura di vedere “dove” i bambini hanno usato le parole “camorrista” e “puzzi”, e poi attacca.
Quindi: trevigiani razzisti, figli degni dei loro genitori.
Quanto ci piacciono, a noi orgogliosi cittadini dello Stivale, i luoghi comuni. Il Nord è razzista, punto: così è stato deciso, e nessun bambino antipatico e manesco potrà essere preso in giro dai suoi compagni di classe se è nato in una Regione dal Lazio in giù.
La ragazzina campana che avevamo in classe ci chiedeva mille lire per farci un disegno sul diario. Una di noi glieli dava. Sua madre è andata dalla maestra: la bambina campana ha ridato i soldi e la bambina trevigiana ne ha prese di santa ragione dalla mamma. Alle medie a una compagna che puzzava lo dicevamo ogni volta durante l’ora di ginnastica, lei piangeva e si lamentava. Alle superiori, a una ragazza che odorava di cane bagnato non abbiamo mai fatto un accenno. Eravamo diventati grandi, e rancorosi dentro.
Quando ero alle elementari mi chiamavano Silvia
Armadiotto. Avevo anche l’apparecchio, l’ho portato per 4 anni, quello coi quadrettini di ferro davanti. Hanno riso di me per 4 anni, mi chiamavano
Bocca di ferro e mi usavano per prendere in giro i maschi dicendo “vai a baciare la Silvia così ti incastri la lingua sull’apparecchio”. Così, giusto per farvi capire.

M. Pelosin era diventato il Peloso, Elisabetta era diventata Elisabrutta, Cristina si era trasformata in Cretina, l’altra Silvia era Salvia. Io ero Armadiotto Bocca di ferro.
Avevamo un bambino, in classe alle elementari, che aveva un ciuffo di capelli bianchi: è stata la sua fine. Una volta gli hanno perfino rovesciato l’astuccio in mezzo alla strada, per dispetto, mentre tornavamo a casa a piedi. Un’altra la prendevamo in giro perché non sapeva neanche scrivere il suo nome. Uno perché quando parlava perdeva le bave – e non ci facevamo prestare da lui neanche un pennarello. Ed eravamo una classe buona, rispetto ad aneddoti che giravano. Ho sentito di altre in cui si prendevano in giro i deboli, deboli davvero, la teen ager sviluppatasi troppo velocemente che aveva già la quinta di reggiseno, la cicciona, il gay, lo straniero appena fuggito alla guerra in Bosnia.
Ma mai una denuncia, mai. I nostri genitori lasciavano che fossimo noi a sistemare le cose, col dialogo, con la stessa moneta, con quel che volevamo: “O ci parli o lasci stare” dicevano. E così facevamo.
Suo figlio, signora mia, subirà molti più affronti ora, dato che lei si è premurata di far scoprire quello che lui faceva solo in classe in tutta la Provincia. Lui gliel’ha detto per difendersi, perché una bocciatura va in qualche modo motivata. Lei ha cagato fuori dal vaso, andando direttamente in tv e accusando famiglie di trevigiani di un’educazione che lei, per prima, non è riuscita a dare a suo figlio.
Ma l’Italia è così, e dobbiamo difendere le vittime dei soprusi. Si parla allora di Treviso razzista, di parole offensive tra bambini. Io la chiamo maleducazione, perché i bambini accusati potevano benissimo parlarne con la professoressa e chiedere a lei di sistemare la cosa. Avevano paura delle minacce del compagno, dovevano dirlo agli adulti presenti. Ma ora vi chiedo: voi lo facevate, ai vostri tempi? O provavate ad arrangiarvi, con l’amico un anno più avanti a scuola, col cugino che faceva arti marziali, con piccole ripicche da stupidi ragazzini. C’erano le vittime e c’erano i carnefici, era la legge delle scuole elementari e medie. Io sono stata vittima dall’asilo alla prima superiore.
Noi non lo facevamo. Una mia compagna di classe, alle medie, ha detto davanti a tutta la classe che io firmavo le dediche sui diari con Silvia The Best. E, dicendo che io non ero migliore di nessuno, ha chiesto davanti a tutta la classe di farmi smettere. Non mi ha chiamata cicciona, camorrista, anoressica. Ha detto, davanti a tutti, che ero antipatica, che non mi sopportava, e per farlo con più cattiveria ha colto l’occasione con l’insegnante di italiano, un giorno che c’era il sole. Me lo ricordo ancora. Sono stata malissimo.
Nessuno le ha parlato per una settimana, tranne la sua amica (quella antipatica con cui non parlava nessuno).
Io ho preso voti più alti dei suoi per tutto l’anno.

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