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a che zampa portano l’’orologio
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Wednesday, September 09, 2009 - ore 18:27


Io penso di essere cattivo,voi? E se avesse ragione Vasco?
(categoria: " Vita Quotidiana ")


L’uomo nasce buono o cattivo?

La domanda se l’uomo nasca buono o cattivo è biologicamente assurda. L’uomo non nasce né buono né cattivo: nasce con dei bisogni impellenti e ineludibili (imperativi biologici!) da soddisfare. La bontà e la cattiveria sono categorie estranee alla biologicità. L’uomo primitivo è del tutto simile all’animale. La specie umana è l’unica che si "compie" attraverso una sorta di gestazione storica: questo vuol dire che l’uomo "è quello che diventa". L’esperienza si sedimenta nel contesto del DNA e si trasmette come "attitudini innate".
L’uomo non nasce tabula rasa, ma con delle attitudini, che la prima educazione ha il potere di esaltare o di reprimere. Segue il potere dell’ambiente globale e delle vicende vissute dal singolo soggetto. E’ ovvio che il soggetto sia naturalmente egoista, il suo primo imperativo biologico essendo quello di "esistere": vedi la potenza della fame che ha indotto degli uomini anche civili a darsi all’antropofagia in certe circostanze in preda ad una specie di "follia della fame". Quanto agli imperativi biologici l’uomo è sempre uguale a se stesso: è un animale che deve rispondere a quegli imperativi che sono altrettanti propellenti per "emergere" (ex-sistere) e per progredire verso l’autocompimento. Le "risposte" ai quegli imperativi sono le "varianti" che fanno gli uomini diversi l’uno dagli altri ed anche buoni o cattivi, ma sempre tenendo presente che bontà e cattiveria sono configurazioni umane, non categorie biologiche.
Non solo la "fame" spinge il soggetto ad atti di violenza. Come si dice giustamente "l’uomo non vive di solo pane". Si considerino i crimini commessi "per amore". L’uomo risponde ad altri propellenti come il bisogno di essere rassicurato (contro la paura, l’ignoto, la morte e così via), quello di crearsi dei valori (ragioni di vita), di proiettarsi (sia pure nella memoria dei propri eredi), infine di farsi un’identità. In psichiatria si sa cosa possa significare "crisi d’identità, che porta all’alienazione e quindi al crimine essa stessa.
Da secoli si accumula una letteratura senza fine sull’egoismo, che non è sinonimo di cattiveria. E’ la naturale "autotropia" di ogni soggetto vivente: dal vegetale all’uomo. L’amicizia, l’amore, la solidarietà et similia sono rapporti di mutualità, attiva e/o passiva. La madre difende la propria creatura così difendendo se stessa, perché la sua creatura è appunto una parte del suo organismo biosomatico. Il soggetto è inconcepibile come a sé stante, avulso dal tutto, ma è parte di un tessuto bio-organico. Si dà sempre per avere e questo non è cattiveria ma normale "metabolismo sociale". Bisogna avere sempre presente il senso della vita o della biosfera al cui interno non ci sono soluzioni di continuità. Il discorso sarebbe lungo e rischia di risultare tortuoso. Perciò mi fermo sperando di avere dato una pallida idea del concetto di egoismo alla luce della realtà biologica, teorizzata dalla biologia del sociale.






sembra che non sia possibile dimenticarsi di sè
e giudicandoci ognuno diversi
convincersi che
se non lo sai

buoni o cattivi
non è la fine
prima c’è il giusto o sbagliato
da sopportare...

... che di per sè è maledetto
perchè divide
mentre qui tutto
dovrebbe solo unire


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