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Tuesday, November 24, 2009 - ore 21:39



(categoria: " Vita Quotidiana ")


UN UOMO NORMALE
ll’inizio pensò di non aver sentito bene. Era uscito di casa, al solito, molto presto di mattina, e come sempre aveva incrociato il portiere che lavava le scale.
«Buongiorno Giorgio. Tutto bene?»
«Slatopec» borbottò il portiere ricurvo sul gradino e inzuppò lo strofinaccio nel secchio.
“Slatopec? Ma no, avrà detto ‘Salve’” si confermò Eugenio e con quattro falcate raggiunse il baretto all’angolo. Al suo «Buongiorno» la cassiera rispose con uno svogliato «Slatopec» che lo lasciò di sasso. Pagò un cappuccino con brioche, dal bancone chiamò la sua solita ordinazione. Il barista gli porse la brioche, poi aggiunse: «Stratos o burgos?» Rimase in attesa davanti alla sfavillante macchina Faema, attendendo che Eugenio specificasse -suppose- come meglio preferiva il cappuccino.
Stratos o burgos? Ma che intendeva dire?
«Senza schiuma no?» gli ricordò.
Il barista annuì e in trenta secondi gli servì il suo cappuccino. Eugenio, sovrappensiero, stava portandosi la tazza alle labbra quando la signora del piano di sopra, la Giannini, ordinò «Deltos burgos laccos.» Poi si volse, lo riconobbe, esclamò sorridendo: «Slatopec!» E con un’arietta confidenziale, a fil di voce, gli si accostò, chiese: «Uberendel rest orkies 129?»
Eugenio, un italiano sulla quarantina impiegato al ministero degli Interni, in genere tanto educato da sembrare di un’altra epoca, quasi affettato, si lasciò sfuggire un volgare «Ma come cazzo parlate stamattina?» a voce alta e con una specie di ghigno, come a intendere “Guardate che mica sono scemo, l’ho capito che mi state facendo uno scherzo”. Ma la signora Giannini si ritrasse spaventata, e la cassiera e il barista lo squadrarono con evidente imbarazzo. «Wosh?» gli chiesero. Poi si misero a ridere perché avevano parlato all’unisono.
«Boh, fate un po’ come vi pare» concluse Eugenio. Ingollò il cappuccino con un gesto secco e deciso, rovesciando la testa all’indietro, in modo così brusco che si macchiò la cravatta, afferrò la maniglia della porta vetrina, uscì di corsa; non abbastanza, però, da evitare un paio di «Slatopec!» alle sue spalle.
Al parcheggio pubblico, montato sulla sua Grande Punto, ci mise un bel po’ a infilare la chiave poiché la mano sinistra gli tremava. «Calmo» si disse. «Dunque: ragiona. Cos’è successo in fondo? Non ti ricordi quando, da un giorno all’altro, si passò dalla lira all’euro? Avranno fatto lo stesso con la lingua. E tu, testardo, che non guardi più la televisione, non sei stato avvertito. Cosa vuoi che sia? Sarà una specie di esperanto. Inoltre loro ti capiscono perfettamente. Sei tu che non capisci loro. Quindi il problema è tuo.» Mise in moto, un poco rassicurato dalla sua radicale autocritica, abbassò il finestrino e fece una mattata. «Slatopec!» salutò sorridendo il garagista calvo che, seduto su una seggiola, stava leggendo il giornale. Quegli alzò distrattamente la testa lucida dalla prima pagina, e rispose: «Salve!»
“Ho capito bene? Ha detto salve!” Tutto era tornato normale, esultò Eugenio in cuor suo, ingranò la prima, ma inchiodò all’inizio della rampa. Con la coda dell’occhio aveva intravisto la testata del quotidiano del garagista. Era del tutto simile a quella de “Il Messaggero”, ma con gli stessi caratteri c’era scritto: “Ulakia Trunc”.
«Scusi Arturo, che cosa sta leggendo?»
Arturo il garagista alzò le spalle e gli mostrò il quotidiano come la cosa più ovvia del mondo. «Ulakia trunc» rispose.
«Grazie, arrivederci».
«Slatopeeec!» cantilenò il garagista tornando a leggere.
«Non aveva detto ‘Salve’ aveva detto Slatopec. Sei tu che avevi capito male» si criticò ancora Eugenio. Adesso non vedeva l’ora di raggiungere il ministero per scoprire se anche in ufficio avessero cambiato lingua. Ma ebbe un malore. Un attaccio di tachicardia violentissimo che l’indusse a rivolgersi al pronto soccorso.
L’ospedale, adesso, si chiamava “Wardocus”, per fortuna una freccia intermittente con una croce rossa sovrastante gli indicò la strada giusta. Parcheggiò davanti alla porta a vetri piantonata da due barellieri e si precipitò all’interno, inseguito da uno dei due omoni che protestava perché la Grande Punto ingombrava il passaggio delle ambulanze. Ma il barelliere gridava: «Budenbus, budenbus!» e lui non era tenuto a capirlo.
Si aggrappò al camice di un chirurgo, quasi piangendo: «Sto malissimo, non capisco cosa dite. La prego, lei parla italiano?»
Il chirurgo trasse un sospiro di sollievo: «Il si-gno-r Eu-g-e-nio Ful-gen-zi?» chiese con sforzo linguistico e di memoria notevoli.
L’impiegato annuì fra lacrime di pianto e gioia.
«Fi-nal-men-te. Lei e-ra l’ul-ti-mo.»
«L’ultimo di che?» fece l’impiegato atterrito, perché a un ordine del chirurgo, pronunciato speditamente nella lingua misteriosa, era stato circondato da medici e infermiere che lo sospinsero a spintoni in sala operatoria.
In meno di tre quarti d’ora, con un’elaborata ma non troppo invasiva operazione al cervello, anche Eugenio fu ridotto alla normalità. Uscì umile e prono, ringraziando il personale medico e salutando le suore con grandi inchini. «Slatopec! Slatopec!» a tutti.
Il barelliere di prima, vedendolo arrivare, sgusciò dalla Grande Punto dove si era stravaccato ascoltando la radio.
Il programma era il famosissimo “Biribi’ penk 5 tubs” dove trasmettevano la hit parade delle canzonette più in voga. Al primo posto risultò “Cetopals” di un certo Uri Bilx.
Nel traffico caotico della capitale, ancora frastornato da quel burrascoso inizio di giornata, Eugenio tentò disperatamente di darsi un tono:
«Cetopals, cetopals/ in bix bustocals…» canticchiò al semaforo come tutti gli automobilisti dai finestrini aperti sulla primavera.
In realtà non capiva mezza parola ma finalmente non era più diverso dagli altri.


Diego Cugia

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