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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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domenica 10 gennaio 2010 - ore 14:42


Ho imparato a sognare che non ero bambino...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


È già passato un anno, giusto tre giorni fa.



Era il giorno dell’Epifania. Avevo il cuore in gola quando sono arrivata sotto la redazione. E se mi dicono di no? L’avevo detto solo a due persone che avevo il mio piccolo colloquio di presentazione. Una era la mamma, e gliel’avevo detto solo perché mi vedeva gironzolare per la casa con la testa bassa e gli occhi puntati sui piedi, e mi si stava agitando. Io lo ero più di lei: dopotutto stavo puntando tutto su una professione che quel giorno, se mi avessero detto no, mi sarebbe stata preclusa per sempre. Era la mia ultima possibilità.

CV: Ti va di scrivere per noi?
S: (Oddio stanno parlando con me…, dietro non c’è nessuno, guardano proprio me) Sì.
CV: Quando puoi cominciare?
S: (Fatti desiderare, Silvia, non sembrare troppo entusiasta, tiratela il giusto) Quando volete voi.
CV: Domani?
S: (No, Silvia, dì che ci devi pensare, e poi cosa racconti a Max? Prendi tempo devi prima parlarne con gli altri) Ok, a che ora?
CV: Ci sarebbe da fare un salto lì […] per capire cosa faranno per via di […]. Ci vai tu?
S: (Oddio cristosanto non ho seguito quell’argomento, non so se è il caso) Certo.
CV: Benissimo. Ci sentiamo domani allora.
S: (Non mi stanno mandando via vero? Hanno detto ci sentiamo domani vero?) Ok, a domani.

Un anno. Era il sette di gennaio quando mi sono presentata per la prima volta alla gente per il mio nuovo datore di lavoro. Faceva un effetto strano. Adesso lo direi anche al fruttivendolo per compare l’insalata.
Ci credevano in pochi, onestamente. Non la mia famiglia, che si ostinava a dirmi di lasciar stare, che schifava quello che avevo fatto per un anno. Scrivere gratis tutti i giorni, facendo altri tre lavori per poter guadagnare qualche soldo per mangiare, per loro non era segno di impegno e dedizione, ma di nullità. Ero un fallimento. E non ci credeva neanche lui, che mi diceva di mollare perché l’azienda per cui scrivevo prima non poteva darmi niente. Amici, parenti, conoscenti. Ci credevano in pochi, e meno di tutti io. Dubitavo di me stessa e delle mie capacità, tanto che stavo per cambiare strada. Colloqui in uffici e agenzie interinali, perché sembrava tutto perduto. Eppure qualcosa dietro c’era, perché non mi sono fermata, alla fine ho tentato l’ultima carta, ho insistito. E ce l’ho fatta.



Poche volte nella mia vita sono stata così testarda, cocciuta, determinata e convinta di quello che stavo facendo. Io, la fragilità. Io, l’insicurezza. Io, l’indecisione nevrotica, la personificazione del pessimismo e l’allegoria dell’autocommiserazione. A dire il vero mi è servita una piccola spinta d’amore, di qualcuno che mi dicesse “puoi farcela, vai”. Io piangevo e davo tutto per perso. Non sono capace, non ce la posso fare, c’è di meglio. Invece ce l’ho fatta.
Non è finita, e anzi sono appena all’inizio, la strada è lunga e lunghissima, piena di ostacoli e spesso in salita. Ma ogni giorno è un regalo e una lezione, e io mi sento felice. Stanca, a volte demoralizzata, a volte addirittura vorrei mollare tutto, lasciare alle spalle tutto quanto e avere una vita normale, come le persone normali, che tornano a casa dal lavoro e hanno una vita. Ma è una vita che non so se mi piacerebbe.



A me piace questa vita, e sono qui a raccontare un anno di lavoro, sudore e soddisfazioni, di sacrifici fatti sempre col sorriso, di notti in bianco, di ansia da buco, di adrenalina per notizie straordinarie, di indagini e analisi, di storie da raccontare. “Lo facciamo per questo il mestiere, no?” mi ha detto un giovane saggio. Sì, raccontiamo storie. E io le assaporo tutte, le gusto con passione.
Vabbeh, tutte no – bisogna essere onesti prima di tutto con se stessi – ma la maggior parte. Soprattutto quando sono figlie mie. È bello leggere una pagina di giornale e sapere che stai comunicando qualcosa, raccontando la tua storia con le tue parole, a tanti occhi e tante menti. Che la conoscono attraverso me, attraverso questa Silvia caparbia e decisa. Per una volta, in vita sua, questa Silvia è riuscita a realizzare qualcosa. Tanti fallimenti alle spalle ma un obiettivo raggiunto.
A volte non ci credo, dico che non ce la faccio più, è vero. Ma non potrei rinunciare a nulla di tutto questo, non ora.
Un anno di fatica, di corse, di nervi a fior di pelle, di rimproveri e rinunce. Vita sociale azzerata, amici che vedi una volta al mese, cene saltate e sabati sera nella campagna trevigiana a raccogliere testimonianze, o nottate nella pioggia torrenziale per sapere se una foto c’è oppure no.

Ma in tutto questo, ripeto, mi sento una privilegiata. Le rinunce non sono nulla se paragonate a una sola, piccola questione da sottolineare: io faccio il lavoro che volevo fare da bambina, e non ce ne sono molti che possano dirsi altrettanto fortunati. O che abbiano diabolicamente perseverato fino ad arrivarvi.

È la stampa, bellezza, sì.




PS: Grazie.



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