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Sunday, March 28, 2010 - ore 16:06
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il ventisettenne autostoppista marito di Putsy, era Richard Phillips Feynman, fisico. Nato l’undici Maggio 1918 a Far Rockaway, nello stato di New York, da un ebreo russo rappresentante di uniformi e appassionato dilettante di scienza, Melville Feynman, e da un’ebrea maestra elementare che non insegnò mai, Lucille Phillips.
Richard cresce in una famiglia non troppo agiata e in tempi non certo entusiasmanti dal punto di vista economico: la sua infanzia e adolescenza coincidono con il periodo della Grande Depressione. Forse fu proprio il periodo e l’ambiente a formarne il carattere, e certo grande fu l’influenza del padre, che fin da piccolissimo volle insegnargli a guardare il mondo con occhi curiosi e indagatori: certo è che il risultato fu quello di formare il più geniale e anticonformista scienziato americano del ventesimo secolo.
È estremamente difficile raccontare la vita di Feynman attraverso gli aneddoti, per il semplice fatto che ce ne sono troppi, e anche perché lo ha già fatto lui in persona. I libri semi-autobiografici che raccontano la vita di Richard Feynman sono tra le pochissime autobiografie di scienziati che hanno scalato la classifica dei best-seller, e non solo negli Stati Uniti: “Surely you’re joking, Mr. Feynman!” solo per fare un esempio.
Quel che è certo è che del professore del Caltech premio Nobel per la fisica nel 1965 sono in molti a sentire la mancanza, a giudicare dalla quantità di libri e di siti internet a lui dedicati. Dotato di personalità e ammantato di anticonformismo e stravaganze, Feynman era già in vita una e vera e propria icona per un discreto numero di fan: come altri personaggi insoliti e controcorrente (Douglas Adams, per esempio) attorno alla figura di Dick (o Rich, o Ritty) Feynman si sono riuniti intere tribù di estimatori. Nelle toilette del Caltech si trovano persino scritte entusiaste del tipo “Feynman shat here!”; sono state fatte campagne per dedicare allo scienziato francobolli e annulli filatelici, e sono molte le manifestazioni ancora celebrate in suo onore.
Per quanto sia indiscusso il valore delle sue opere scientifiche, è altrettanto fuori discussione che la sua popolarità discenda assai più dalla sua maniera di affrontare la vita che dal modo in cui domò l’elettrodinamica quantistica. Feynman era un uomo fuori dal comune, senza alcun dubbio, e senza alcun dubbio faceva di tutto per continuare ad esserlo, compiacendosi della sua originalità e dando sempre occasione di scandalo, o quantomeno di meraviglia. Dopo i quarant’anni, decise di provare ad imparare a disegnare, e arrivò al punto di avere una “personale” in una importante galleria d’arte (e dipingeva sotto falso nome – “Ofey” – per evitare che la curiosità attorno al professore matto del Caltech inquinasse l’interesse per i suoi disegni). Suonava il bongo con un suo amico nei night-club della California, e arrivarono a comporre insieme la musica per un balletto che si piazzò al secondo posto di un importante concorso europeo (primi arrivarono i rappresentanti d’una rinomata scuola di ballo lèttone). Un premio Nobel per la Fisica che suona il bongo accende le fantasie e la curiosità dei giornalisti, che gli chiedevano di commentare la cosa: ma quel che per loro era pittoresco a Feynman sembrava offensivo, e rispondeva per le rime:
“Il fatto che io suoni un tamburo non ha niente a che fare col fatto di essere un fisico teorico. La fisica teorica è un tentativo umano, uno degli sviluppi più alti dell’essere umano, e questo perenne desiderio di dimostrare che a fare fisica teorica sono comunque degli esseri umani, portando come prova che anche essi riescono a fare cose che altri esseri umani fanno (come suonare i bongo) lo trovo insultante.”
Feynman che suona il bongoUna sua celebre foto che lo immortala in piena rullata campeggia ancora nel suo più famoso libro di testo, “La Fisica di Feynman”.
Durante un viaggio in Messico si interessò ai geroglifici Maya, e dette un contributo fondamentale alla loro comprensione (erano una sorta di effemeridi che riportavano i passaggi del pianeta Venere), al punto che il maggiore studioso del campo, una volta che dovette disdire una conferenza, suggerì ai disperati organizzatori del simposio di rivolgersi a lui, in qualità di “dilettante, ma ferratissimo”.
A Los Alamos, ancora giovane, faceva il fisico teorico; ma era famoso per tutto il comprensorio come “Feynman, il famoso scassinatore”, perché andava sempre in giro ad aprire le casseforti dove gli scienziati riponevano le carte importanti, per mostrare loro quanto poco sicure fossero le loro informazioni.
E, soprattutto, giocava. Frequentava night-club e topless bar, e nelle sue memorie racconta quale sia, a suo parere, la strategia giusta per sedurre le ballerine e le showgirl: gli piaceva andare per locali malfamati o quantomeno equivoci, e si ritrovò più d’una volta come testimone a favore in processi contro proprietari di locali al limite della legalità. Faceva esperimenti: non solo quelli importanti, da laboratorio, ma anche quelli più imprevedibili. Una volta che si interrogò sulle capacità olfattive dei cani, non esitò a mettersi col naso per terra, provando a seguire una pista col solo aiuto dell’odorato. Non esitò a sottoporsi a test sugli stati d’allucinazione, così come non aveva esitato, da giovane, a lasciarsi ipnotizzare, per vedere se l’ipnotismo avesse davvero un fondamento scientifico.
Non credeva a niente che non avesse provato direttamente. E ai suoi studenti insegnava a fare lo stesso. Nonostante le centinaia di aneddoti e di frasi celebri legate al suo nome, sono in fondo pochissimi i principi ai quali era strettamente legato, e forse ancor meno i suoi interessi fondamentali, meno ancora i suoi nemici. Nei suoi libri autobiografici si è certo sommersi da un’incessante e malcelata soddisfazione di “essere Feynman”, e da una continua volontà di stupire il lettore con eccessi anticonformistici: ma è forse ancora più evidente la volontà di non cedere alle autorità precostituite (fossero esse scientifiche o meno), e soprattutto il desiderio di mettere in guardia il lettore dai cattivi maestri, che secondo Richard Feynman non erano tanto coloro che non avevano una mentalità scientifica, ma coloro che, credendo di averla, mal trasmettevano e mal propagavano il sapere scientifico, spacciandolo quasi come verità rivelata.
Aveva rispetto e terrore delle parole, e riteneva che dovessero servire allo scopo di definire e spiegare, non a quello di confondere e disorientare. In diversi scritti manifesta il senso di scandalo provocatogli dalle prime pagine di un libro elementare di fisica, che iniziava mostrando le figure di oggetti in moto, di pentole che bollivano, di persone che correvano, con didascalie del tipo: “Cosa fa correre l’automobile?”, “Cosa fa bollire l’acqua?”, “Cosa fa correre gli atleti?”, per poi dare a tutte le domande l’unica risposta. “L’Energia”. Quello che scandalizzava Feynman non era l’esattezza o meno della risposta, ma il fatto che un concetto impegnativo come quello dell’energia venisse presentato in questa maniera ai ragazzi, quasi fosse una verità rivelata da imparare a memoria. Se al posto di “energia” si fosse scritta qualsiasi altra cosa si sarebbe ottenuto la medesima consapevolezza scientifica negli studenti: nessuna.
Per la stessa ragione disprezzava i “filosofi professionisti”: abituato ad usare le parole per descrivere “cose”, si trovava totalmente spiazzato di fronte a chi usava parole per definire concetti complessi e idealistici: anche se, forse inconsapevolmente, era in grado di fare altissima filosofia naturale. Quando racconta che provò a rispondere ad una domanda sul concetto di “modello dell’atomo” postagli da dei docenti di filosofia, è senza saccenteria che prova a rispondere partendo dal concetto di “modello dell’interno d’un mattone”, perché a lui era evidente che “l’interno d’un mattone” non è conoscibile per esperienza diretta: anche rompendolo, quel che possiamo indagare direttamente è solo la superficie, perchè una volta rotto diventa superficie anche quella che prima era parte interna. Semplice, in fondo: eppure è concetto che spesso sfugge ai filosofi, e anche alla maggior parte dei fisici.
Forse per questa sua particolare maniera di “vedere” la fisica, con grande immaginazione e estrema povertà di linguaggio, risultava molto simpatico ai suoi studenti: una simpatia comunque ricambiata, visto che, a differenza di molti altri eminenti colleghi ricercatori, non riusciva davvero a concepire un lavoro che non comprendesse anche la quotidiana pratica dell’insegnamento. Scrisse libri di testo e sperimentò anche modi originali di insegnare la fisica, che però non ebbero il successo che si attendeva. Voleva “interessare” i migliori studenti del corso senza perdere per strada i “normali”, ma il suo approccio originale finì comunque per disorientare una buona parte dei ragazzi. In compenso, nonostante il suo corso sperimentale fosse destinato alle matricole, l’aula finì per essere frequentata regolarmente da laureati e da docenti del Caltech, affascinati dalla visione originale del mondo fisico che Feynman cercava di trasmettere.
I suoi successi scientifici, a parte gli studi fondamentali sull’interazione elettro-debole fatta insieme a Murray Gell Mann, sono quelli che sono alla base del premio Nobel per la Fisica che gli fu assegnato nel 1965 insieme a Schwinger e Tomonaga; in una parola, la Teoria dell’Elettrodinamica Quantistica, che in inglese (Quantum Electro-Dynamics) è concisamente chiamata QED. Forse è solo un caso che l’acronimo anglofono coincida con l’acronimo latino che una volta si poneva al termine della dimostrazione dei teorema matematici (Q.E.D. – Quod Erat Demostrandum), ma se di caso si tratta è certo una coincidenza ben assestata: la QED è tuttora la teoria fisica con il maggior grado di precisione: quella che, tra tutte le teorie fisiche finora generate, meglio accorda i risultati degli esperimenti alle previsioni teoriche.
Feynman che spiega l’incidente del ChallengerNobel a parte, il suo maggiore momento di celebrità lo ebbe nel 1986, quando fu chiamato a far parte della commissione governativa che doveva indagare sul disastro dello space shuttle Challenger. Come sempre in questi casi, la ricerca della verità è sempre resa assai difficoltosa dalle implicazioni politiche, sociali, economiche degli enti coinvolti. In neanche troppo tempo (almeno se paragonato ai tempi ciclopici a cui siamo abituati in Italia), si arriva a capire che la responsabilità dell’incidente è data dalla scarsa reattività del materiale di cui sono fatti gli O-ring del booster propulsore, quando la temperatura esterna è particolarmente bassa. Un conto è però averne la convinzione per così dire “tecnica”, un altro conto è quello di ottenere ufficialmente il riconoscimento pubblico della causa dell’incidente spaziale più tragico nella storia dell’astronautica statunitense. Il professor Richard Feynman diventa noto a tutto il grande pubblico americano quando, pur di dimostrare l’eccessiva rigidità degli O-ring a temperature prossime a zero gradi centigradi, in diretta televisiva immerge un pezzo del materiale in un bicchiere di acqua ghiacciata, e lasciando poi che parli l’evidenza.
Dopo quella diretta televisiva, anche il meno interessato alla fisica quantistica degli americani sa chi è Richard Feynman: è colui che ha trovato la causa dell’incidente del Challenger, il professore che ha inchiodato i colpevoli alle loro responsabilità. E questo, probabilmente, a Feynman non doveva piacere troppo. Nel leggere la cronistoria che lui stesso scrisse in merito, salta agli occhi che Feynman fin dall’inizio mette in chiaro che l’idea di verificare le prestazioni degli O-ring gli fu suggerita dal generale Kutyna, altro membro della commissione. E più avanti, non nasconde che lo stesso Kutyna fu in realtà informato della criticità da un astronauta della NASA rimasto anonimo: il ruolo di Feynman fu soprattutto quello di “dimostrare” la causa, non di “intuirla”. E le sue battaglie all’interno della commissione saranno ancora lunghe e faticose, ma quasi tutte concentrate su come riportare nella relazione finale della Commissione quanto scoperto sul funzionamento (e sul malfunzionamento) all’interno della NASA. Era un suo punto d’orgoglio scientifico, quello di esporre completamente una teoria: riteneva delittuoso descrivere solo gli aspetti positivi e non citare quelli negativi, le possibili criticità, di ogni studio scientifico. Paradossalmente, la memoria collettiva del caso Challenger sembra aver comunque rimosso questi suoi essenziali principi, per quanto lui stesso abbia cercato di palesarli.
Era molto americano, nel senso migliore del termine: entusiasta, scettico, poco disponibile verso l’autorità costituita, calato nella realtà, perfino ottimista. Ma era soprattutto un fisico, nel senso più pieno del termine: divorava i libri di scienza, fin da piccolo, ma li metteva sul banco di prova ogni volta che poteva; alla sua primissima esperienza da ricercatore universitario, a Princeton, gli capitò di dover tenere il suo primo seminario ad una ristrettissima cerchia di professori, tra i quali c’erano personaggi come Einstein, Von Neumann e Pauli. Ne era ragionevolmente imbarazzato, ma la paura gli passava istantaneamente, insieme con il rispetto, quando cominciava a parlare di fisica. Più tardi, Niels Bohr lo chiamerà spesso per presentargli delle idee e sottoporle a critiche, e questo non perché fosse il fisico teorico migliore disponibile, ma solo perché era l’unico a non risparmiare critiche al grande Bohr, se vedeva difetti nelle sue teorie. Da fisico, il suo rapporto con la matematica sembra, a prima vista, limitato alla classica visone di “matematica come strumento”. Visione che ricorre spesso, specialmente quando ricorda che imparò da giovanissimo una tecnica insolita di “differenziazione sotto il segno d’integrale”, tecnica che non era molto conosciuta tra i suoi colleghi fisici. Si riferisce a questa sua caratteristica come “una diversa cassetta per gli attrezzi”, sancendo così una volta per tutte il principio della matematica strumentale. Però vi sono anche molti altri indizi che lasciano intuire un rapporto più complesso, tra Feynman e la “sua cassetta degli attrezzi”. Da ragazzino, cominciò a studiare matematica da solo, e trovando poco logica la simbologia dei libri, se ne inventò una propria, che riteneva essere assai più coerente: simboli semplici e univoci per le funzioni trigonometriche (sosteneva che “sin x” gli sembrava sempre dover essere letto come “s per i per n per x”, e figuriamoci allora le trigonometriche inverse…) e le esponenziali, e così via. Si decise a cambiare non perché convinto della migliore efficacia della simbologia ufficiale, ma solo perché riteneva indispensabile poter “comunicare” con gli altri. Aveva ben chiaro il concetto di “convenzione”, insomma. Ciò non gli impedì di dare il suo nome ad una classe di integrali (“Integrali di Feynman”) e soprattutto di generare la sua idea più prolifica, i “Diagrammi di Feynman”, che sembrano quasi una sorta di approccio topologico alla Meccanica Quantistica.
Negli USA è possibile avere targhe personalizzate, ma sono ammesse solo sei lettere, e “QUANTUM” ne ha sette. Il suo amico Gell-Mann si era già assicurata la prestigiosa targa “QUARKS”.La sua ultima automobile, un furgone targato “QANTUM”, ne era tappezzato, e uno speciale annullo postale che le Poste americane hanno dedicato a Feynman nell’ottantesimo anniversario della nascita riproduce elegantemente un diagramma di Feynman. I diagrammi di Feynman hanno la forza esemplificativa d’una formula matematica, e comunque rilasciano grande spazio all’immaginazione, perché rappresentano una fotografia prolungata nel tempo della continua creazione e annichilazione della materia.
Francobollo con diagramma di FeynmanSu argomenti apparentemente più frivoli, ma inevitabili per una rivista come questa, non si può tacere della passione che Feynman aveva per i problemi di matematica ricreativa. In fondo la sua caratteristica principale era la curiosità, e i quesiti di matematica ricreativa sono esplicitamente costruiti per stimolarla. Inoltre, è lo stesso Feynman a nobilitare egregiamente la curiosità ludica. Nelle sue memorie si legge, più tra le righe che attraverso di esse, che alla fine della guerra stava attraversando un periodo decisamente difficile, sia sul piano personale che quello creativo. Forse per la crisi che prese molti degli scienziati che parteciparono al progetto Manhattan, forse per il lento deflusso emotivo causato dalla morte di Arlene, forse per altro ancora, fatto sta che alla Cornell University Richard Feynman passò un periodo molto simile ad una profonda depressione. La fisica non gli interessava più, non lo divertiva: e il divertimento è sempre stato considerato la ragione essenziale per farla, nella filosofia feynmaniana.
“La fisica è come il sesso: non c’è dubbio che facendola si ottengano dei prodotti, ma non è per quello che la si fa”.
Finché un bel giorno, alla caffetteria dell’Università, uno studente lanciò in aria un piatto. Il piatto saliva nell’aria oscillando, e lo stemma rosso dell’università stampato sul bordo del piatto girava anch’esso. Dick Feynman nota che lo stemma gira più veloce dell’oscillazione del piatto, e, tanto per giocare, comincia a calcolare il movimento di rotazione in base ai vari angoli di oscillazione, fino a ritrovarsi nel bel mezzo d’una equazione complicata. Approfondì la cosa quel tanto che serviva a incuriosirsene, e arrivò perfino a raccontare la storia ad Hans Bethe. Dalle oscillazioni del piatto fu facile passare alle oscillazioni elettroniche, e poi all’equazione di Dirac sull’elettrodinamica, e infine alla QED. E da qualche parte in America probabilmente vive ancora un ex-studente di Cornell che forse non immagina neppure di aver generato l’Elettrodinamica Quantistica facendo lo scemo in caffetteria.
A considerare ancora il suo approccio ludico alla scienza e alla vita, la sua intransigenza morale nei confronti della divulgazione scientifica, c’è di che essere preoccupati. Fosse ancora vivo e venisse a conoscenza di quest’articoletto, Dick Feynman andrebbe su tutte le furie, nel leggere la ricostruzione fatta all’inizio della storia sua e di Arlene, e questo non per modestia o desiderio di mantenere privati certi fatti: la modestia era certo dote che non si addiceva a Feynman, e, per quanto riguarda la privacy, va detto che l’episodio della morte di Arlene è da lui spesso ricordato, in libri e conferenze. Quello che non gli sarebbe piaciuto è piuttosto il tentativo un po’ romantico di drammatizzare, di amplificare la sensazione di urgenza, l’uso eccessivo di aggettivi e avverbi. Ma sopra ogni cosa, lui non avrebbe certo tollerato che il racconto terminasse in quella maniera.
Richard Phillips FeynmanFeynman raccontava spesso della sveglia digitale incredibilmente fermata sull’ora della morte di Arlene: il momento così altamente emotivo e drammatico, il significato simbolico che lui e Putsy davano a quell’orologio rendevano il terreno estremamente fertile per rivestire d’un significato soprannaturale all’evento. Ma il futuro premio Nobel è spietato nell’analisi dei fatti, e racconta di non essere mai caduto in questa tentazione interpretativa: già in quella stanza d’ospedale d’Albuquerque si peritò di ricordare quanto fragile fosse il meccanismo di quella sveglia, di come il più piccolo urto riuscisse a bloccarne il funzionamento. Ricostruì anche il momento topico degli ultimi istanti della vita di Arlene, quando il respiro già flebile terminò del tutto, e rivide l’infermiera entrare e constatare il decesso. La rivide mentre appuntava alcuni dati sulla cartella, e la vide prendere in mano la sveglia per registrare l’ora della morte, e riposarla poi sul comodino. Un piccolo movimento, bastevole però a fermare il flusso del tempo in quella piccola macchina. Per quello la sveglia si bloccò, come aveva già fatto altre volte. E Dick Feynman puntualizzava sempre questo fatto, riconducendo sempre gli accadimenti alla realtà, con puntiglio e precisione, e compiuta analisi dei fatti.
Un tale accanimento alla fisicità da sembrare quasi sospetto, non fosse per il fatto che è vero, i fatti sono quasi sempre pienamente spiegabili dal punto di vista meccanico e logico. E siamo convinti che Dick avesse ragione, nella sua analisi, nel proclamare che non v’era nessun bisogno di chiamare in ballo il soprannaturale, la magia, il mistero, per spiegare un fatto spiegabilissimo, come una sveglia che si ferma. Rimane solo lo sciocco sospetto che la spiegazione serviva soprattutto a lui, più che come monito alle future generazioni di studenti. Amava Arlene, la amava moltissimo, e la sua vita rimase senza guida per un lungo periodo, dopo la morte della sua Putsy: ai suoi occhi, il suo amore doveva sembrare così grande e totale di non aver bisogno di nessuna ulteriore amplificazione artificiale. Niente di mistico, niente di soprannaturale, niente di miracoloso, niente di più di quel che già era: completo e totale, e non era possibile aggiungergli altro.
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Pubblicato originariamente in RM76, Maggio 2005, con il titolo “Love Story”.
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