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2) ...Trovare il semaforo verde alla Stanga
3) Svegliarsi con la convinzione che sia ora di alzarsi, guardare la sveglia ed accorgersi che invece mancano due ore...
4) la sicurezza che c'è qualcuno sempre disposto a ascoltarti e crederti.
5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela





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Thursday, April 15, 2010 - ore 14:54


Holy mish-mash #5
(categoria: " Vita Quotidiana ")


(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)

Shabbath, 23 giugno (4/8): Gerusalemme

La sveglia stamattina è un po’ più tranquilla, per una volta. In ogni caso, vediamo di essere pronti e pimpanti per le otto. Come ieri, la nostra guida è puntualissima. C’è molto meno traffico di ieri; per molto meno non intendo come capita da noi la domenica, ma molto, molto più smaccatamente. Perfino i mezzi pubblici non fanno servizio il sabato, anche se lo stato israeliano si professa laico.

Iniziamo a fare un giro panoramico attorno alla città. Ci fermiamo di fianco al quartier generale delle Nazioni Unite a Gerusalemme, che fu il quartier generale delle forze britanniche durante la seconda guerra mondiale (tanto che, come càpita, la gente lo chiama ancora con il vecchio nome). C’è un punto panoramico da cui riusciamo a vedere praticamente tutti gli edifici importanti: la moschea della Roccia al centro della spianata del Tempio, la moschea di Al-Aksa, la chiesa della dormizione di Maria, quella di santo Stefano. Gerusalemme è a mille metri di quota sul livello del mare: l’aria è sensibilmente più fresca che a Tel Aviv.

Gerusalemme è considerata sacra dalle tre religioni che si ispirano al Dio mediorientale. Per gli Ebrei è il luogo dove si trovava il Tempio, edificato da Salomone, distrutto da Nabucodonosor, ricostruito al ritorno dall’esilio babilonese e distrutto definitivamente da Tito. Per i Cristiani è il luogo del sacrificio di Abramo (la Roccia da cui la moschea prende il nome), oltre che della passione e della resurrezione del Cristo. Per i Musulmani è, oltre ovviamente al luogo del sacrificio di Abramo come già detto, il luogo da cui Maometto è asceso al cielo. E’ sempre più chiaro perché siano secoli e secoli che si combatte per questa città, tanto che sembra difficile che si riesca a smettere.

Passiamo a un altro punto panoramico dall’altra parte. Quello è...? Sì, è proprio il muro. Pare che abbia risolto un po’ di problemi (ci sono molti meno attentati suicidi, per dirne uno), ma ne ha indubbiamente creato altri. Vedete lì, ci indica la guida, quello è un insediamento israeliano nel West Bank, "quelli che voi chiamate i territori occupati", ed è al di là del muro. Probabilmente sono stati contenuti un po’ di facinorosi, ma sono stati anche isolati un bel po’ di cittadini. Ma basta con i discorsi tristi, è tempo di muoversi.

Il semaforo che porta al quartiere ortodosso è effettivamente spento.

Parcheggiamo di fianco all’ingresso di un giardino che si trova subito fuori dalle mura. Il cancello ci informa gentilmente che si tratta del giardino degli ulivi del Getsemani (cioè frantoio, in aramaico).

Rompono le scatole a un paio di noi perché hanno i pantaloni troppo corti: la guida tenta di protestare e di sostenere che il rispetto non si misura in centimetri di gamba scoperta, ma preferiamo arrangiarci in qualche modo. Io infilo i pantaloni lunghi sopra a quelli corti (me li ero portati perché conosco i miei "polli" cristiani e so che non sono nuovi a queste pezze: in effetti, bisogna sottolineare che né gli ortodossi né gli armeni avranno nulla da ridire sul nostro abbigliamento), l’altro non trova nulla di meglio che comprare una kefiah e avvolgersela in vita. La contrattazione con il venditore mi fa sentire in una scena di "Brian di Nazareth". Comunque sia, finalmente possiamo entrare.


Ci sono ancora ulivi, nel giardino, ma molti di loro sono evidentemente giovani. Qualcuno, però, è decisamente anzianotto: si dice che abbia più di duemila anni e che fosse già lì quando Cristo pianse in quell’orto e rimproverò Giuda di tradire il figlio dell’uomo con un bacio. Eppure non riesco a sentire la suggestione del posto. Forse dipende anche dal fatto che il nostro compagno di avventura è tremendamente ridicolo con quella kefiah. Sta di fatto che non ci tratteniamo a lungo: passiamo rapidamente a visitare i mosaici della vicina chiesa dell’Agonia, per poi risalire in macchina.

Parcheggiamo lungo la circonvallazione (in un posto estremamente fantasioso, ma molto probabilmente in Shabbath non si possono nemmeno fare multe, chissà) camminiamo verso la porta di Damasco, attraverso la quale entriamo nella città. (Contestualmente, scopro che "la cruna dell’ago" è il nome dato a una delle porte pedonali di Gerusalemme. Tra le tante ipotesi che ho sentito su quella storia del cammello, questa mi pare una delle più plausibili, anche se a pelle propendo ancora per l’errore di traduzione e la versione col canapo.)

Per giorni ho cercato le parole per descrivere le sensazioni che ho provato entrando a Gerusalemme. Sembrano tutte inadeguate. Il clima che si percepisce da subito è quello di un equilibrio altamente instabile, di una convivenza lunga ma mai pacifica e sempre mal accettata, di un’apparente tranquillità che cela tanti rancori e pregiudizi più o meno inespressi. Eppure, nonostante tutto, non ci si sente oppressi da questa tensione; anzi, ci si sente in un posto che ha qualcosa di magico, di sospeso fuori dall’ordinaria realtà. La strada in discesa che porta verso il centro della città è circondata da negozietti, bancarelle e mercanti come una vera e propria casbah mussulmana, ma molti dei negozi sono chiusi per Shabbath e in quasi tutti i banchetti di souvenir si trovano una di fianco all’altra stelle di Davide, mezzelune e croci. In mezzo agli sciami di turisti vestiti "all’occidentale", si incrociano mussulmani in tunica, ebrei ortodossi vestiti di nero, suore, preti, frati cattolici.


Prestando una superficiale attenzione ai dialoghi che avvengono ai lati della strada, ritorna la sensazione di essere dentro Brian di Nazareth: "Quanto costa questa barba finta?" "Dieci sicli" "Va bene, la prendo" "Ma come, non contratti?". Ogni acquisto è un bonario ma impegnativo braccio di ferro psicologico tra compratore e venditore; ce ne accorgiamo tutti visto che Frank (lo stesso che ieri abbiamo dovuto tirare fuori dall’acqua dell’oasi prendendolo per le orecchie) ci fa perdere mezz’ora per comprare un paio di sandali.

Proseguiamo in discesa verso la chiesa del Santo Sepolcro, dove io e Castagnoli (che comincia a accusare la stanchezza, e in più ha voglia di fumare una sigaretta in pace) precediamo gli altri per attenderli in piazza. Il fronte della chiesa in sé non è affatto diverso da quello delle chiesette che è normale trovare nelle nostre città; anzi, per dirla tutta, la chiesa a metà di via Altinate è probabilmente più bella. Nah, decisamente più bella. Ma fa specie pensare che questa che abbiamo davanti è la chiesa nata sui luoghi che si vogliono essere stati quei luoghi, che lì dentro siano conservati quelli che la tradizione Cristiana ha riconosciuto essere la roccia dove la croce è stata piantata, il luogo dove la croce è stata ritrovata, la pietra dove Gesù è stato deposto, il sepolcro dove è stato tumulato (sia pure per un brevissimo lasso di tempo). Poco importa che io sappia, razionalmente e intimamente, che in giro per le chiese cattoliche del mondo ci sono abbastanza frammenti di croce per eseguire la condanna a morte di un plotone di disertori. Lì, in quel momento, la devozione e le preghiere della torma infinita di fedeli che negli anni sono venuti a visitare quei luoghi addensano l’aria fino a diventare quasi visibili. "Demoni", li bollerebbe un mio caro amico protestante; in effetti è difficile dargli torto, perché l’aria che si respira trasmette più la sensazione di oppressione e timore di un Dio vendicativo che quella di gioia e di amore per un Dio che ha dato suo figlio per noi,

Facciamo in tempo a fumare una sigaretta e Castagnoli fa in tempo a fumarne altre tre. Probabilmente Frank ha deciso di comprare anche una scatolina ricordo oltre ai sandali. Tant’è. All’arrivo degli altri, entriamo.

L’aria di stranezza che fuori era soltanto vagamente palpabile ora si fa quasi insostenibile. Ci metto un po’ prima di capire la ragione, ma ne vengo colpito come da un diretto quando la capisco: non c’è solo (tanta) superstizione, qui dentro, ma anche e soprattutto una mostruosa, fastidiosa, totale e deteriore lottizzazione. La pietra della deposizione è addobbata in stile greco ortodosso, mentre la cappella della flagellazione è austeramente cattolica; russo ortodosso è il Golgota, o meglio la sommità del medesimo (rigorosamente sotto vetro), mentre la cappella dove si vuole che sant’Elena abbia ritrovato la Croce è armena. Aspetto pazientemente che la guida racconti la storia su come La Croce sia stata riconosciuta fra le tre che erano state ritrovate (in modo ovvio: naturalmente, è quella il cui contatto ha istantaneamente guarito un paralitico portato in loco per la bisogna) e gli chiedo se quella della lottizzazione è solo una mia impressione o se c’è qualcosa di più. Lui parte con una tirata sul fatto che non solo è così, ma che dentro quella chiesa ogni stupidaggine diventa casus belli. Mi indica una botola di legno dove sono piantate due borchie di ottone: la borchia di sinistra è stata messa dagli armeni (a cui compete la mezza botola di sinistra), perché si era aperta una crepa nell’asse di legno e quindi era necessario metterci un tappo in qualche modo. A quel punto, però, gli ortodossi (ai quali compete la mezza botola di destra) hanno piantato un casino al quale si è riusciti a mettere fine soltanto quando il capo della polizia ha imposto che venisse messa anche l’altra borchia e che la si facesse finita lì.

Nella zona del Sepolcro vero e proprio, l’aria sembra diversa. La sensazione diventa quella del giusto timore di Dio, del giusto rispetto reverenziale per un Dio fattosi carne (ci si creda o no) per assumere su di se i mali e i peccati del mondo.


La gente, in una coda spiraleggiante attorno al tempietto che circonda la pietra, è silenziosa, sottomessa, apparentemente in riflessione e preghiera. Ma anche qui, ci spiega la guida, le cose non sono come sembrano. Certo, questo luogo è comune a tutte le comunità che si spartiscono le aree di influenza nella chiesa: il fatto, però, è che ogni religione crede di avere più diritto delle altre di visitare il Sepolcro e, in passato, ciò generava una situazione più simile alla rissa continua che a un pellegrinaggio. E’ stato ancora una volta il capo della polizia a imporsi e a ottenere di piazzare degli uomini a sorveglianza (ora li vedo: sono in un angolo, seminascosti tra due colonne per rispetto alla santità del luogo, ma con il mitra in mano) e le transenne che obbligano la gente a mettersi in coda qualsiasi sia la loro religione. Ma non basta: i luoghi sono comuni, certo, ma chi ha il diritto di pulirli il lunedì e chi il martedì? Di nuovo litigi, di nuovo lottizzazioni, di nuovo tentativi di prevalere sugli altri, probabilmente confondendo l’inesistente prestigio di essere "in carica" durante giorni inutilmente ritenuti più "nobili" con l’affetto di un Dio che predicava l’amore tra i popoli e che promette di amarci indistintamente tutti come figli suoi. Alla fine, esco dalla chiesa più schifato che suggestionato.

E’ ora di pranzo. La nostra guida ci porta in un localino minuscolo imbucato in una vietta stretta e apparentemente pure piuttosto malfamata. L’HACCP è ben lontano dall’allungare le sue mani sui posti come questo; non voglio nemmeno pensare a quante decine delle maniacali norme igieniche della Comunità Europea siano violate contemporaneamente in così pochi metri quadri. Ma il posto promette "the best hummus in town" e mantiene egregiamente: per una pipa di tabacco mangiamo in modo eccelso.

Proseguiamo verso una chiesa russa dove, in recenti lavori di restauro, sono stati trovati i resti degli stipiti della porta da cui Gesù è uscito dalla città, croce in spalla e diretto in collina. Niente da segnalare, nel complesso.

Non si può andare fino al muro del pianto, cazzo! Dipende dal fatto che è sabato e che, come sempre per evitare rogne varie e eventuali, l’accesso alla spianata e al muro è limitato nei giorni sacri alle varie religioni. O, almeno, così ce la vendono. Sta di fatto che siamo arrabbiati e delusi: siamo arrivati fin qui e non ci è dato di fare questi ultimi trecento metri. Tentiamo di consolarci salendo sul tetto dell’Ostello Austriaco, sulla Via Crucis (concetto che qui, naturalmente, acquista un significato affatto più scioccante), dove la vista è effettivamente niente male.


Ma ancora una volta troviamo i segni delle mille assurdità di questa città: i tetti sono pieni di bandiere israeliane e, quando gli chiediamo perché, la nostra guida risponde che sono gli ebrei estremisti che comprano stabili a Gerusalemme al preciso scopo di issare la bandiera per far sentire in minoranza i cristiani e i mussulmani. Comincio a averne piene le palle di come gira qui.

Continuiamo a percorrere la via Crucis.


Penso che non sia necessario precisare che anche qui la lottizzazione regna sovrana. Sarà più importante e prestigiosa la stazione in cui Gesù cade per la seconda volta sotto il peso della croce oppure quella in cui il Cireneo si offre di aiutarlo? Dio, che miseria.

Ci rituffiamo in vicoli e vicoletti. Passiamo vicino all’Holy Rock Cafè (!) e poco più in là ci imbattiamo in un giovane ebreo ortodosso che cerca (senza troppo successo) di imporre la sua acritica e autoinfusa autorità su tre strafottenti pari età mussulmani, rei di essere appoggiati in modo irrispettoso sulla lapide di un personaggio importante per gli ebrei. Non c’è pace fra gli ulivi e, a occhio e croce, sarà difficile trovare il modo di mettercene un po’.

Torniamo alla porta di Damasco, dove visitiamo di sfuggita un museo cristiano. Ci sono un po’ di interessanti modellini della città ai tempi di Erode. Scopriamo che uno dei modi in cui si può dire "Gesù" in ebraico (lingua in cui esiste una certa libertà di arrangiamento delle vocali, così come in arabo) è l’acrostico di una cosa gentile e urbana sul tenore di "possa la sua memoria essere demolita". Non dovrebbe stupirci, ormai, che sia proprio questo il nome usato più spesso dagli ebrei israeliani; in effetti, forse non ci stupisce, ma sicuramente non migliora il nostro umore, né la nostra stima e le nostre speranze per quanto ci circonda.

Cerchiamo di bere un ultimo succo d’arancia, o una Coca Cola, in uno dei baretti lì attorno mentre aspettiamo che la nostra guida vada a recuperare l’auto (Castagnoli è decisamente molto stanco, ora). Il deteriore proprietario del baretto vorrebbe non darci nulla perché siamo solo in due e non mangiamo niente. Stiamo per mandarlo sonoramente affanculo quando, fortunatamente, cambia idea.

Saliamo in macchina, torniamo verso Tel Aviv. Siamo tutti piuttosto taciturni, abbastanza colpiti da quanto abbiamo visto, ognuno preso dal filo dei suoi pensieri. Ringraziamo la nostra guida, gli lasciamo una mancia congrua, rientriamo in albergo.

Sorpresa: il concierge ci comunica desolato che le nostre camere non sono ancora pronte, perché a causa del fatto che siamo in Shabbath sono in ritardo con le pulizie. La risposta che si presenta spontanea nella mia mente è più o meno del tenore di: Go capìo un fià de ritardo, ma xe anca le sie e mexa de sera, ghessboro! Poco male: ci offrono un drink nell’attesa (non brevissima, ma tant’è).

Arrivo in camera, mi faccio una meritata doccia. Sono troppo stanco per pormi il problema di andare a cena: tanto di guadagnato per il fondo di ricerca e per i contribuenti che lo finanziano. Mi butto a letto e inizio "Alta fedeltà". Siccome ne vale la pena, va a finire che lo leggo fino in fondo prima di abbandonarmi tra le braccia di Morfeo. Da domani si inizia a lavorare.

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