Impegnarsi sempre poco, impegnarsi per un quarto delle proprie capacità.
Con un occhio semichiuso sul mondo stamattina si fa strada la consapevolezza del non aver mai fatto abbastanza. Riguardo tutto non cè nulla di cui possa essere soddisfatta, e non per alti standard di soddisfazione da raggiungere, ma per limpegno impiegato, sempre parziale, claudicante, incompleto. La teoria la trovate spiegata meglio qui:
Intro.
Non è un filosofo, non è uno scienziato, né un sociologo o peggio ancora psicologo, è uno Stabilies, quello che mi fa incazzare più di tutti. Tempo fa aveva scritto qualcosa...non voglio giocare a calcio, sia chiaro, vorrei solo riuscire a dare il mio massimo in ciò che sto facendo. Dopo invece pubblico uno studio fatto sulle strategie mentali e le scelte migliori.
"Riassumendo io ero un giocatore, ancora giovane e discretamente promettente, c’era stato chi mi aveva detto che se fossi nato cinquant’anni prima sarei potuto diventare u giocatore di serie A, perché cinquant’anni fa si giocava da fermi, e io sarei andato benissimo! Oh, non mi piaceva correre, che ci posso fare…comunque quell’anno lì avevo iniziato abbastanza male, nel più totale menefreghismo, andavo agli allenamenti ma facevo quel che volevo, mi divertivo per i fatti miei e basta…alla fine la domenica rimanevo seduto in panchina a guardare gli altri giocare. Lì per lì mi incazzavo perché ero convinti di essere migliore degli altri (ah, lo sport…), ma poi mi rendevo conto che effettivamente il buon Gianluca non avea torto a riservarmi ogni settimana il numero 14. comunque è andata avanti così fino a gennaio-febbraio, tutto i girone d’andata, e il mio rapporto con il mio allenatore e ra diventato speciale, eravamo due amici che si intendevano, si divertivano scherzavano giocavano e chiacchieravano di cose “serie”…parlavamo di libri, viaggi, università (la mia, lui era già avvocato), vita e case. Finchè un giorno con la naturalezza che lo contraddistingueva mi ha chiesto se sapevo perché con lui non giocavo e io da buon diplomatico gli ho detto che non mi impegnavo a sufficienza agli allenamenti e gli altri erano più preparati e più bravi di me, così lui mi ha chiesto “e lo sai perché non ti impegni” gli ho risposto di no, ma credevo fosse perché non mi andava e basta e a questo punto mi ha detto la cosa che mi ha sconvolto “hai paura di non essere bravo…è facile dire non gioco perché non mi impegno, è molto più di.ficile dire non gioco perché non sono bravo…non impegnandoti ti crei una scusa bella e buona!” beh, aveva ragione, facevo proprio così! E non solo nel calcio, un po dappertutto…nel disegno, all’università, con le persone, era un difetto congenito che applicavo ovunque."
Vado ad applicarmi adesso.
Mourinho ragiona con la corteccia mediale prefrontale ta nella capacità di utilizzare una specifica area cerebrale il segreto degli strateghi più raffinati. E’ il risultato di uno studio condotto da Giorgio Coricelli del Centro mente cervello (Cimec) dellUniversità di Trento e dellInstitut des Sciences Cognitives (Cnrs) di Lione e da Rosemarie Nagel dellUniversità Pompeu Fabra di Barcellona, appena pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences Usa (Coricelli G et al., Neural correlates of depth of strategic reasoning in medial prefrontal cortex, Pnas, May 2009).
Come ci può dire la psicologia senza bisogno delle neuroscienze, chi non sottovaluta l’avversario e si aspetta che si comporti anch’egli da abile stratega ottiene risultati migliori di coloro che agiscono ipotizzando che gli altri scelgano più o meno a caso le loro linee di condotta.
Sottoponendoli a risonanza magnetica funzionale durante un compito sperimentale, si è visto che nei "ragionatori di alto livello", quelli che sono meno autoreferenziali, perché non sottostimano gli altri, riuscendo a prevederne con maggiore precisione le mosse, si attiva in particolare la corteccia mediale prefrontale.
Questa regione cerebrale svolge un ruolo cruciale nel costruire una teoria della mente delle persone con cui interagiamo, ovvero ci permette di capire i loro stati d’animo e le loro intenzioni. Il lavoro dei ricercatori dimostra inoltre per la prima volta che la capacità di attribuire stati mentali agli altri, per prevederne pensieri e azioni, è essenziale per il possesso di unintelligenza strategica e per la presa di decisioni adeguate. La mentalizzazione avrebbe quindi un ruolo adattivo nella cognizione sociale. "Non è un semplice fatto di umiltà – spiega lo studio – ma si ripercuote nei nostri successi personali".
Quindi, le persone troppo autoreferenziali (con un basso livello di ragionamento strategico) sarebbero in partenza destinate ad agire in modo inadeguato rispetto a chi parte dal presupposto che gli altri abbiano le stesse nostre capacità di pensiero e di azione.
Mourinho ragiona con la corteccia mediale prefrontale.
Font:
Brain Factor