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3) Essere beccati dall'autovelox due volte nella stessa sera!!!
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1) insegnare
2) ...Trovare il semaforo verde alla Stanga
3) Svegliarsi con la convinzione che sia ora di alzarsi, guardare la sveglia ed accorgersi che invece mancano due ore...
4) la sicurezza che c'è qualcuno sempre disposto a ascoltarti e crederti.
5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela





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venerdì 9 luglio 2010 - ore 09:05


Holy mish-mash #7
(categoria: " Vita Quotidiana ")


(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)

Domenica, 24 giugno (5/8): inizia il convegno

Dopo la consueta abbondante colazione attraversiamo la strada per prendere un bus che ci porterà all’Università di Tel Aviv. La scuola di Teoria delle decisioni che c’è qui è la più prolifica al mondo, sia in termini di dimensioni sia in termini di innovatività e produzione scientifica. Ciò mi rende straordinariamente curioso di vedere dove lavorano: a ogni curva che fa il bus cerco di guardarmi attorno e di indovinare quale possa essere la nostra destinazione.

L’università è un (bel) po’ decentrata, com’è giusto che sia: tutte o quasi tutte le università di recente costruzione sono in estrema perifieria, in modo da avere meno problemi di spazio. In effetti, spazio ce n’è, tutti gli edifici universitari sono bassi (tre piani, forse qualcuno a cinque) e circondati da un’apprezzabile quantità di parcheggi e spazi verdi. Potrebbe quasi sembrare un moderno campus all’americana, se non fosse per la recinzione alta cinque metri (con tanto di filo spinato e guardie armate) che circonda ogni isolato. L’autobus ci lascia in strada, dobbiamo entrare uno alla volta attraverso un tornello (sì, proprio come quelli che Maroni ha appena fatto mettere agli stadi) al di là del quale veniamo perquisiti da due guardie. Ci rassicurano: sta accadendo perché è la prima volta che ci vedono, da domani potremo passare tranquilli attraverso i tornelli, le guardie ci riconosceranno. Ah, beh, allora...

Una volta entrati, il clima si rasserena notevolmente: forse è l’effetto di trovarsi tra persone ormai conosciute (con le quali, infatti, si riprendono immediatamente i discorsi interrotti l’anno precedente), ma si riesce quasi a dimenticare la vaga sensazione di oppressione che qui in Israele sta tenendo compagnia un po’ a tutti. Dimenticarla del tutto, beninteso, non è immaginabile: sullo stipite di ogni porta è invariabilmente appeso il piccolo contenitore dove trova posto un rotolino di carta con le apposite parole della Torah. (Quali versi, come si chiama il contenitore? L’avrò chiesto una decina di volte: i versi, mi pare, sono quelli del Deuteronomio in cui si dice che Dio proteggerà le nostre case e che dobbiamo scriverlo su tutti gli stipiti delle nostre porte -- sempre ligi ai precetti, i nostri bravi ebrei -- ma non riesco a farmi entrare in testa il nome dell’oggettino. Evidentemente rimuovo.) Per carità, si tratta senz’altro di presenze molto più discrete dei crocifissi appesi in qualche punto in vista della stanza; sono però altrettanto efficaci nel ricordare che lo Stato in cui ci troviamo è laico soltanto a parole.

Per fortuna, dall’inizio della conferenza in poi, si rientra perfettamente nella normale amministrazione: i dementi sono rimasti dementi, i geni sono rimasti geni. I maniaci di alcuni argomenti assolutamente fuori dal seminato continuano a esserlo, gli autori di lucidi totalmente incomprensibili continuano a scriverne. Ma questo è lavoro. Nel campus, dove usciamo di tanto in tanto per le inossidabili pause sigaretta (con qualche scompenso: dentro ci sono circa quindici gradi in meno che fuori), osserviamo con curiosità il transito delle studentesse indigene: non malaccio, per carità, ma nel complesso poco o nulla di conturbante. Così ci diamo alla fantalinguistica (per dire, concludiamo che la giusta traduzione inglese di "raqquanti" è "ookmany").

La sera i grandi capi (tra cui il mio) devono incontrarsi a cena per discutere di cose importanti, in parte di ricerca, in parte di organizzazione del prossimo convegno. Ci troviamo quindi in un gruppo di giovani e decidiamo di andare a cena all’avventura: troviamo, in una strada di media grandezza tipo via Aspetti a Padova, un baracchino di kebab -- a scelta, carne o tonno -- e facciamo spesa grande. Poi andiamo a mangiare in spiaggia: si potrà, ci chiediamo, o arriverà qualcuno con il mitra spianato? Decidiamo che vale la pena di rischiare, sperando che chiedano "chi va là" prima di sparare. Così iniziamo a chiacchierare, aggiornarci sulla nostra vita, discutere di speranze e frustrazioni (che sono i due pliastri su cui si regge la vita di chiunque faccia carriera accademica). Scopro che la "ragazza" che attira una cospicua percentuale delle mie occhiate (non è stata una scelta difficile: delle già poche donne che frequentano i convegni dei decisionisti, la maggior parte assomiglia a Zorba il greco o a Danny De Vito, ma con in più gli occhiali) è sposata e ha due figli. Tanto di cappello, sia per la forma, sia per l’energia.

Siamo vicini all’albergo dove stanno molti della compagnia: io e un altro stiamo ben più in su, per cui abbiamo un bel pezzo di strada assieme. Come pare inevitabile dopo una certa ora, ci si trova a parlare di donne. Lui ha da poco concluso una storia: riflettiamo sul fatto che la sua ex lo odierà per tutta la vita, quando fino a pochi giorni prima sembrava considerarlo la cosa più bella del mondo. Concordiamo che il confine tra le due cose è sempre stato sottile; ci troviamo divisi, però sull’interpretazione della cosa, che uno di noi trova piuttosto buffa e l’altro, invece, trova molto triste. Non è importante chi pensava che cosa: ciò che mi importa è rendermi conto che sto inaspettatamente sostenendo la posizione contraria a quella che avrei pensato di avere e che probabilmente avrei sostenuto fino a qualche mese prima. E’ bello scoprire che sono ancora in grado di cambiare idea, ogni tanto.

Arriviamo al mio albergo, lui sta ancora un po’ più a nord. Ci salutiamo, ci rivedremo domani. Buonanotte, mondo.


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