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Tuesday, November 23, 2010 - ore 11:57
Per imparare a guardare oltre
(categoria: " Riflessioni ")
Cari spritz amici ed amicie,
per la tanto richiesta rubrica “Personaggi e strorie che sarebbe meglio conoscere” oggi vi presento brevemente sir. William Ernest Henley.
Perché ve ne parlo?
Perché a sono rimasto affascinato da una sua poesia (che ho già postato una volta su questo blog) e perché nel leggere una sua breve biografia quella poesia ha preso per me ancora più valore ed importanza.
William nasce a Gloucester il 23 Agosto 1849, a 12 anni si ammala gravemente di una forma di tubercolosi ossea che nel ciro di 4 anni lo costringe all’amputazione della gamba sinistra. Nonostante ciò a 18 anni si trasferisce a Londra e diventa giornalista ma la sua carriera è costantemente interrotta dai continui ricoveri in ospedale dovuti alla malattia per la quale rischia di perdere anche il piede destro.
Proprio durante uno di questi ricoveri, nel 1875, scrive la più celebre delle sue poesie, Invictus.
Muore nel Luglio del 1903.
Tubercolosi ossea, una gamba amputata, un’altra a costante rischio, decenni di cure più o meno innovative, più o meno invasive che non portano mai a miglioramenti e una vita passata entrando ed uscendo dagli ospedali con la consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo,.
Ce n’è abbastanza perché la mia immaginazione si figurasse quest’uomo come un personaggio triste, rassegnato, depresso. Probabilmente come sarei io, o come sarebbero praticamente tutti al suo posto
E invece Lloyde Osburne, figlioccio di Robert Louis Stevenson (autore de “L’isola del tesoro”), lo descrive come
"un grosso, sanguigno individuo dalle spalle larghe con una gran barba rossa e una stampella; gioviale, sorprendentemente arguto, e con una risata che scrosciava come musica; aveva una vitalità e una passione inimmaginabili; era assolutamente travolgente" Gioviale?
Risata scrosiante?
Vitalità e passione travolgenti?
Tutto ciò non torna con l’immagine che mi ero fatto di quest’uomo…e così ogni volta che penso a lui, alla sua vita, a come i suoi amici descrivevano il suo sorriso, ai suoi problemi e a come li ha affrontati…beh piano piano tutte le mie difficoltà si fanno piccole e la mia voglia di alzar la testa e sorridere aumenta.
Non capita anche a voi?
Detto questo, per darvi un idea migliore di cosa sto parlando vi posto nuovamente la sua poesia (Invictus) e la relativa traduzione in italiano.
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
- * - traduzione - * -
Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
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