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Tuesday, February 22, 2011 - ore 20:17



(categoria: " Vita Quotidiana ")


La vita in comune

Come sempre mio marito arrivò a casa quando stavo preparando la cena. Come sempre si sedette sulla poltrona e non disse una parola. Impugnò il telecomando e accese il televisore.Come sempre c’era il calcio.
Era un giorno come un altro, la sua solita faccia, il vestito identico a quello che portava il giorno prima, la settimana prima , il mese prima. Gli stessi occhi estasiati davanti allo schermo, il suo aspetto flemmatico, la sua noncuranza e il suo silenzio, il suo perpetuo silenzio. Non si alterava mai, nemmeno davanti alla partita. Guardava semplicemente. Si abbandonava al televisore con occhi bovini. Mi ricordava i neonati che contemplano impassibili ciò che li circonda senza capire un’acca.
Quella sera insistei. Ormai sembrava morboso, ma non riuscivo a farne a meno. Ogni sera lo stesso monologo. - Vuoi cenare? Che ti va? Ho fatto la tortilla con la cipolla, come piace a te. Posso prepararti anche un panino -. Non so perchè lo facevo. Non aveva senso. Avrei potuto dire qualsiasi cosa e sarebbe stato lo stesso. Avrei potuto dire, ad esempio: Juan, mi sto per bucherellare il cuore con il trapano. Juan, mi sono buttata dal balcone questa mattina. Juan ti amo.
Gli portai un bel pezzo di tortilla e glielo lasciai sul tavolino della sala da pranzo. Io cenai in cucina. Non riuscivo ad abituarmi a quei giorni di calcio. Giorni di calcio e di silenzio. Notti di solitudine. Andavamo avanti così da anni, forse decadi, forse non avevamo mai nemmeno avuto niente di meglio.Mi feci un caffè e misi i piatti nella lavastoviglie. Accesi la radio. Sedetti vicino alla finestra, accesi una sigaretta. Attraverso i vetri, i televisori del vicinato. Voci, mescolanze di voci. Farfugli di presentatori più o meno familiari.Comunicazione tra canali. A parte le televisioni, nessuno parlava.
Ascoltai la televisione della mia vicina di fronte, proprio come se stesse nella mia cucina.
Spensi la sigaretta, spensi la radio.
Prima di andarmene a dormire, un nuovo tentativo. Entrai in sala da pranzo quasi nuda, giusto nel momento in cui iniziava il turno dei calci di rigore. Sarò imbecille. Il mio corpo divenne trasparente.
Quando me ne andai a letto gli diedi la buonanotte. Non rispose.
La mattina seguente era ancora li, con gli occhi aperti davanti alla televisione. Il medico forense segnò le cinque della sera come ora probabile della morte. Io giurerei che quando era tornato a casa fosse ancora vivo, ma con queste cose non si sa mai.


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