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Sunday, May 01, 2011 - ore 15:47
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"Il primo maggio del 1886, nei più grandi centri industriali degli Stati Uniti, decine di migliaia di lavoratori scioperarono per ottenere la giornata di otto ore. Nella piazza di Haymarket, a Chicago, scesero in piazza in trentamila, quel giorno e nei giorni successivi. La repressione della polizia fu così violenta che molti rimasero uccisi e feriti. I quattro attivisti accusati di avere organizzato la protesta vennero processati per attività sovversiva e impiccati pochi mesi dopo. Erano tutti sindacalisti, prevalentemente immigrati europei, ed erano considerati anarchici.
Nel 1889 la data fu scelta dall’Internazionale socialista come riferimento per il movimento operaio e la sua celebrazione si estese presto a tutti i paesi in cui le organizzazioni sindacali stavano crescendo insieme al processo di industrializzazione. La giornata di otto ore fu conquistata pienamente nel 1937, ma i vari governi degli Stati Uniti, soprattutto quelli a guida repubblicana, riuscirono a ostacolare la commemorazione del Primo Maggio, con l’obiettivo di allontanare qualsiasi influenza socialista e comunista e soprattutto di depotenziare il movimento nazionale dei lavoratori, che stava diventando sempre più forte. Negli anni ‘50, infatti, le unions statunitensi erano arrivate a rappresentare un lavoratore su tre, mentre oggi non si arriva a uno su dieci. Alla fine vinse il pretesto dell’anticomunismo e qualsiasi celebrazione fu abbandonata, per essere sostituita da una generica “festa del lavoro”, che cade il primo lunedì di settembre, il labor day, senza manifestazioni né richiami significatvi alle lotte operaie.
Dal 2006, però – ironia della storia – a scendere in piazza il primo maggio negli Stati Uniti sono tornati i lavoratori immigrati, riuniti nella coalizione “a day without immigrants”, per contestare le leggi che criminalizzano gli irregolari, come quella che voleva l’amministrazione Bush e come quelle che oggi stanno passando in diversi Stati, come l’Arizona.
Anche questa dinamica americana dimostra che la festa del Primo Maggio non è affatto una rievocazione nostalgica legata a lotte di un secolo lontano. Oggi il lavoro attraversa molte trasformazioni, è vero, ma soprattutto sembra subire una progressiva perdita di centralità nelle politiche pubbliche e negli investimenti delle imprese, oltre che di visibilità nella cultura dominante.
In Italia lo sanno bene le famiglie dei mille lavoratori che ogni anno continuano a morire di incidenti sul lavoro, lo sanno gli operai che spesso sono costretti a scegliere tra un posto e i diritti. E lo sanno anche le migliaia di ragazze e ragazzi che hanno manifestato qualche settimana fa contro la disoccupazione e la precarietà dilagante, due fenomeni pericolosi per la stabilità sociale e per lo sviluppo economico del paese.
Questi giovani sono stati tra i più colpiti dalla crisi degli ultimi tre anni e oggi rischiano di rappresentare una “generazione persa”, se non si riafferma con forza la dignità del lavoro. La stessa dignità che si cominciò a conquistare quel primo maggio in piazza Haymarket."
di Vittorio Longhi
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