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giovedì 16 giugno 2011 - ore 20:52



(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Emotività bloccata".
L’ho scritto nel protocollo di una paziente su cui verteva l’esame di ieri.
Diciamo che si tratta dell’ultima cosa che vorrei mi accadesse.
Non che sia così grave: certa gente vive normalmente tutta la vita in un grosso blocco emotivo senza che ciò le causi particolari problemi o difficoltà. Anzi probabilmente vivere da "bloccati" è molto più semplice.
Meno problemi. Meno noie.
Ma anche meno sapore. Meno gusto. Meno "pepe".
C’è il rovescio della medaglia in tutte le cose d’altronde.
Una commessa oggi mi ha detto che la tal marca non fa più le magliette come le cerco io. "Ma-ce-ne-sono-molti-altri-modelli", "forse-è-ora-che-cambi-un-pò-è-giusto-darsi-una-spinta-ogni-tanto". Le ho risposto che sì, forse aveva ragione.
E in linea di massima lo penso davvero. Non per quanto riguarda le magliette però. Ma credo che non mi stesse parlando di vestiti. Credo che in un barlume di non-so-che avesse capito che vivevamo la stessa situazione. Io almeno di lei l’ho capito. Dal modo in cui continuava a parlarmi. Da come muoveva le mani. Dal segno dell’abbronzatura al dito. E le ho sorriso. E lei a me. Avremo potuto andare a bere un caffè e parlare per ore di colori e tendenze...parlando di tutt’altro!
E’ stata una mattina strana. Di attesa. Di un’attesa particolarissima.
Ad un certo punto ho sentito il bisogno di sedermi in un pò di verde. Tutte le panchine all’ombra ovviamente erano occupate. Ma su una c’era solo un signore in camicia. Gli ho chiesto se potevo sedermi accanto a lui. Mi ha guardato stupito e ha sorriso.
Forse se sei un barbone nesuno ti chiede il permesso per sederti alla tua stessa panchina. Più probabilmente ne cerca un’altra.
E così abbiamo iniziato a parlare.
O, meglio, ha iniziato lui: aveva troppo da raccontare. E troppe poche orecchie pronte ad ascoltare.
Ho capito molto poco ad essere sincera. Aveva un accento troppo americano, mischiato alle 6 altre lingue che mi ha detto di saper parlare. Perchè fra le altre cose mi ha detto di essere laureato. E di non sentirsi un "barbone". di sentirsi il titolo che gli hanno conferito chissà quanti anni addietro.
Parlava con occhi stanchi.
Occhi di chi ha visto troppo, ma non si è ancora stancato di guardare.
E io quegli occhi li ho già visti. In quelli della prima nonna che mi ha lasciata. Quelli che si erano aperti ai deliri della demenza e che probabilmente vedevano molto oltre quanto tutti noi riuscissimo ad immaginare.
Ogni emozione si ricollega ad un’altra. Ogni episodio, ogni frase, ogni parola può aprirne mille altri. E si sa che io a fare associazioni del genere sono campionessa.
Tutto ciò per ricordarmi che sono un’idiota.
Ho incontrato un’altra volta il mio destino ieri.
L’ho fissato negli occhi. Lui ha fissato i miei.
Ma ho continuato a camminare.
Mi sono voltata. Lui mi stava ancora fissando.
Abbiamo continuato a guardarci negli occhi per dei secondi interminabili. Nel solito via vai della stazione all’ora di punta.
E me ne sono andata. Me ne sono andata comunque.
E sono stata stupida.
Coelho non mi ha insegnato niente.
Avrei dovuto fermarmi. Andare là. Chiedergli perchè ci incontriamo di quando in quando. Chiedergli perchè ci fissiamo sempre curiosi. Chiedergli chi è e perchè. Chi è e perchè.
Rompere gli schemi insomma. Al massimo ci perdo dieci minuti. E a questo proposito c’è sempre Trenitalia a ricordarmi che 10 minuti nella vita è perdita da poco a volte. E ogni tanto mi tocca anche dire che Trenitalia c’ha ragione.



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