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sabato 6 agosto 2011 - ore 21:23



(categoria: " Vita Quotidiana ")


La Stellarosa che è partita una settimana fa non è la stessa che è tornata.

Un inizio piuttosto banale, lo ammetto. Eppure onesto.

8 giorni e 7 notti al mare con dei ragazzi disabili.
Alcuni l’hanno definita una scelta di vacanza piuttosto strana. E in effetti non è stata una vacanza. Ne per i volontari, ne per i tosi.
E’ stata una settimana intensa, e densa. Impegnativa e allo stesso tempo riposante. E soprattutto divertente. Divertitente da morire. Lo confermano le foto: non si vedevano sorrisi così da mesi sulla faccia di Stellarosa.
Le emozioni non sono facili da descrivere, nemmeno per i poeti. Figuriamoci per me.
Quando ho preso parte a questo gruppo, mi avevano avvisato che questo tipo di volontariato crea una sorta di "dipendenza": staccarsi dai tosi diventa difficile, ci si affeziona, si impara a conoscerli, a voler loro bene, si impara ad averci a che fare, a saperli gestire, a saperli far divertire. E si impara a convivere con la mancanza, con la nostalgia di loro e dei loro gesti buffi, le loro espressioni, le loro voci, le loro intonazioni, le loro piccole manie.
Ecco, io all’inizio del mio cammino lì dentro, non ci credevo: ritenevo questo genere di affermazioni esagerate e inutilmente ottimiste. Fors’anche buoniste.
Ho dovuto ricredermi. E ricredermi fino in fondo.
E così al ritorno, al momento dei saluti sul piazzale, quando i tosi iniziavano asalire nelle auto dei genitori, ho dovuto nascondere un paio di lacrime birichine che non ho saputo trattenere. Mi mancano. Mi mancano già.
Ammetto che non mi piace la definizione di "diversamente abili". La trovo antipaticamente lunga e forzata. Però concedo che fa riflettere sul fatto che le abilità, le capacità di una persona possono anche essere differenti pur raggiungendo lo stesso identico risultato.
Questo mi fa pensare ad S., un ragazzo che non parla, e che comunica solo attraverso muguli e contatto fisico. Lui per dire "Ti voglio bene" prende la mano di una persona e se la batte sul petto. Il voler bene rimane uguale, no? E’ solo il modo di esprimerlo che è diverso.
E’ stata una settimana di sfida ai limiti. A quei limiti -miei e dei tosi- che non sono nemmeno così scontati da individuare. Che a volte si possono superare, e altre volte -nella maggiorparte dei casi- bisogna semplicemente accettare ed abbracciare.
E’ una delle primissime occasioni in cui il dover "accettare" un dato di fatto, non mi lascia in bocca il sapore della sconfitta, dell’abbandono.
Qui si tratta semplicemente di realismo e di empatia. Per cui se M. per essere felice deve ripetere all’infinito le stesse identiche frasi -anche mettendo a dura prova la pazienza dei volontari a volte- la si lascia fare, la si ascolta, le si dà l’attenzione di cui ha bisogno. Che in fin dei conti forse è proprio questo che significa amare ed essere amati: essere e tenere al centro della propria attenzione qualcuno.
Che grandi cose che sanno fare questi ragazzi così limitati nel linguaggio, nei movimenti, nell’autonomia, eppure così straordinariamente speciali nella loro spontaneità, nel loro mostrarsi puri e senza difese al mondo.
Che basta solo un gesto a sgretolare il loro universo.
Che basta solo un sorriso a renderli gioiosi della gioia più vicina all’essenza stessa della gioia.
E non è così per tutti. Forse è per questo che tanti insistono con il "diversamente abili". Perchè non è detto che per forza debbano essere meno abili dei cosiddetti "normodotati". In alcune cose possono anche essere migliori, possono anche essere più bravi.



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