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Wednesday, November 02, 2011 - ore 23:23



(categoria: " Vita Quotidiana ")


La.differenza.tra.me.e.te[MeEte]


Avrei dovuto filmare. Quel modo di cantare da idiota. Quel tuo imitare tiziano ferro. Un po’come all’epoca si imitava qualcun altro. E ce lo siamo detti, che sono mesi che diciamo “un anno fa era..” quasi a scandire ogni tappa storica. Quasi a stupirci ogni volta. Quasi ad essere un po’compulsivi e morbosi. Senza il quasi, almeno quello, sappiamo di esserlo senza dubbi. Evviva la consapevolezza.
E così, tanto per rimanere coerente alla logica del “un anno fa”, un anno fa scrivevo di quanto era stato bello passare tre giorni con te. Di quanto mi sembrasse strano rimanere nei tuoi posti per tutto quel tempo. Di quanto mi meravigliasse, l’allegria e la bellezza di una cena che si trascinava piacevolmente calici di vino e perle di parole messe in fila così eccellentemente da non sembrare neppure mie.
Un anno dopo mi ritrovo solo più consapevole. Non meno stupita. Non meno meravigliata. Anche se da quel giorno a questo, di giorni con te ne ho passati tantissimi.
Che c’è stato un tempo per le colazioni al bar, uno per le colazioni a casa, uno per le colazioni in cui il caffè te lo preparo io.
C’è stato un tempo per i paghi tu, pago io e per il nuovo metodo dei cinquanta uno e il resto l’altro.
Uno per maria de filippi e uno per i Pearl Jam. Uno per i blocchi e uno per il totale e bellissimo ingresso libero.
Tra quel tempo e questo tempo. C’è stato tutto quello e anche di più che mai avrei pensato di vivere ma soprattutto saper vivere.
E potrei davvero perdermi in descrizioni di ogni dettaglio: dal tipo che somigliava a Ringo seduto accanto a noi, all’ennesima bottiglia di vino vuota, dal culo del sassofonista alle dita dei bimbi che lo imitavano, dal suono del taccheggio al mio falsissimo voltarti le spalle, dalle foto in cui ti piaci perché conosco i miei polli, a quelle in cui inesorabilmente ti fai schifo. Dal derby d’italia visto in una casa piena di juventini, all’amarezza affondata in un post cena a suon di gin lemon e bullismi vari sui concerti che noi abbiamo visto ed altri no.
Per passare ad un pranzo della domenica con tanto di pennichella, nervosism per scarpe non trovate, un aperitivo ad elencare i difetti di uno sfociati in pregi dell’altro e una luce rosa a segnare che qualunque sia la portata di fronte a noi, non smettiamo di dare il nostro meglio a tavola.
Per finire ancora una volta a fare la spesa con te. Per finire a farti vedere anche il peggio di me. Quello goffo. Sbadato. Imbranato.
Per finire a bere vino e poi gin lemon e poi ballare e perdere qualsiasi contatto con la realtà e non ricordarsi di niente o quasi.
Sapere che in quattro giorni si possono vivere cose che non vorresti finissero mai. Che le persone della tua vita sono lì. Tutte insieme. E tu ti diverti con loro. Ridi. Stai bene. Sei libera di essere anche una stupida ubriaca che fa cosa idiote.
Poi la vita di tutti i giorni ritorna. Semplicemente. Ti preme sulle tempie. Il fiato sul collo. Ti fa sentire sola.
Anche se lo sai, che sola non sei. Anche se lo sai, che forse è stupido. Ma certe distanze diventano abissi. Certe mancanze impossibili da colmare. E ti rendi conto che novembre è lungo. È freddo. È nebbioso.
È portatore di cattive notizie. Ed eventi catastrofici.
Hai paura.
Ma provi a metterci del tuo. A combatterlo con tutta la vita che puoi.
Perché sai che quello che arriva dopo, è quella promessa che più di ogni altra cosa vuoi mantenere.






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