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Friday, February 03, 2012 - ore 13:56


Monti, i giovani ed il posto fisso: analisi di un’esternazione
(categoria: " Vita Quotidiana ")


“I gio­vani devono abi­tuarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che mono­to­nia un posto fisso per tutta la vita. E’ più bello cam­biare e accet­tare nuove sfide pur­ché siano in con­di­zioni accet­ta­bili. E que­sto vuol dire che biso­gna tute­lare un po’ meno chi oggi è iper­tu­te­lato e tute­lare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mer­cato del lavoro o pro­prio non rie­sce a entrarci”.


Que­sto spez­zone preso parola per parola dal suo inter­vento è scom­po­ni­bile in più parti. For­mal­mente in quattro:

I gio­vani devono abi­tuarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Il pro­fes­sore abban­dona la paca­tezza per lan­ciare una pro­vo­ca­zione nean­che tanto velata e nean­che tanto pro­vo­ca­to­ria. Una frase infe­lice ma rea­li­stica, pro­ba­bil­mente pen­sata, che apre un ven­ta­glio di discus­sioni attorno al mondo del lavoro, sul mirag­gio del posto fisso, sulla pre­ca­rietà in costante cre­scita e sulla cul­tura del lavoro in Ita­lia, schiava di un sistema vec­chio e sta­tico, da prima repub­blica. Emerge d’altro canto la con­sa­pe­vo­lezza di un allon­ta­na­mento pro­gres­sivo del lavoro da una con­di­zione “a vita” a una con­di­zione “ad opportunità”.
Del resto, diciamo la verità, che mono­to­nia un posto fisso per tutta la vita. Suc­ces­si­va­mente il pro­fes­sore tenta di sdram­ma­tiz­zare la prima frase. E’ qui che com­pie l’errore più gros­so­lano a livello comu­ni­ca­tivo poi­ché l’ironia sot­tesa è figlia di un retag­gio alto (altis­simo) bor­ghese, una frase che non può in alcun modo essere per­ce­pita posi­ti­va­mente né da chi il lavoro l’ha appena perso e tan­to­meno da chi non lo trova e fatica a tirare a campare.
E’ più bello cam­biare e accet­tare nuove sfide pur­ché siano in con­di­zioni accet­ta­bili. Con que­sta frase Monti prova a cor­rere ai ripari, met­ten­doci una pezza con una soli­dis­sima e con­creta ovvietà. Le sfide pro­fes­sio­nali sono sti­mo­lanti (quasi) per tutti pur­ché arri­vino, pur­ché ve ne siano, a patto di saperle cogliere.
E que­sto vuol dire che biso­gna tute­lare un po’ meno chi oggi è iper­tu­te­lato e tute­lare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mer­cato del lavoro o pro­prio non rie­sce a entrarci. Final­mente il pro­fes­sore cen­tra in modo diretto la que­stione, che non è tanto il lavoro fisso ma l’accesso al mondo del lavoro, le tutele per chi lo perde e i pri­vi­legi di taluni impie­ghi e classi sociali.

In un mondo uto­pico tutti dovremmo avere un posto fisso, oppure in un mondo ideale un gio­vane (dina­mico) dovrebbe arri­vare gra­dual­mente al tanto ago­gnato posto sta­bile, al con­tempo un lavo­ra­tore pre­ca­rio dovrebbe essere più tute­lato e sup­por­tato in entrata ed in uscita e gua­da­gnare pari o pro­ba­bil­mente più del fisso, poi­ché il rischio che que­sti si assume è mag­giore e, spesso e volen­tieri, non pro­por­zio­nato alla sua scarsa espe­rienza lavo­ra­tiva o alla sua gio­vane età. E’ la poli­tica che deve riflet­tere su que­sta pro­vo­ca­zione, a mio avviso, solo par­zial­mente rivolta a gio­vani “nativi-precari” (infe­lice defi­ni­zione) che il più delle volte ambi­scono al posto fisso (con rac­co­man­da­zione) per­ché così gli viene inse­gnato.
Ope­rando una netta distin­zione tra lavoro sta­tico e lavoro dina­mico, due cate­go­rie con­cet­tuali a cui spesso si iden­ti­fica per sem­pli­fi­ca­zione il lavoro fles­si­bile, per asso­nanza pre­ca­rio, e quello fisso, per defi­ni­zione sta­tico e rou­ti­na­rio, è pos­si­bile sle­gare la pro­vo­ca­zione di Monti dall’impostazione troppo auto­re­fe­ren­ziale della prima parte, per con­te­stua­liz­zare la neces­sità di tutela e rin­no­va­mento sociale emersi nell’ultima.
Se è vero come credo che il lavoro sta­tico (da con­corso “a vita”) stia len­ta­mente scom­pa­rendo non neces­sa­ria­mente scom­pa­rirà il lavoro dina­mico sia que­sto free­lance, auto­nomo, fles­si­bile o, col tempo, sta­bile. Un lavoro in pro­gress di sif­fatta natura oggi dob­biamo impa­rare ad ambirlo alzando l’asticella delle nostre aspi­ra­zioni, rim­boc­can­doci le mani­che per cer­carlo e meri­tarlo, o ancor meglio, per crearlo, costrin­gendo la società stessa e la poli­tica ad intro­durre tutele e meri­to­cra­zia, ad ascol­tarci, a stare al passo.



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