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Saturday, June 16, 2012 - ore 14:51


Sala d’attesa.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il tono troppo alto e falsamente disinvolto con cui la donna bionda dà l’annuncio alle infermiere mi scuote dal mio torpore. Rabbrividisco cercando di rendermi conto di cosa possa significare perdere in un grumo di sangue le speranze e le attese di una nuova vita da stringere tra le braccia. Mi sforzo di non sentire nemmeno per empatia il dolore di una madre a cui il figlio tanto desiderato è scivolato fuori troppo presto.
Guardo il viso del compagno che si sente chiaramente di troppo e non comprende quale posto prendere in quel dolore così vasto per confortare e sostenere la moglie.

La giovane donna che siede di fianco a me ha i capelli nascosti da un velo e tre figli piccoli. Nel suo grembo iniziava a formarsi il quarto e non lo vuole tenere perchè non può mantenerlo.
Lo dice con tranquillità, dopo avermi chiesto se anche io sono incinta, se anche io ho già figli.
Dice di non poter accettare questa nuova gravidanza, di non sapere proprio come gestirla.

Sento montarmi addosso una rabbia violenta. Dall’altra parte della sala una coppia vive un lutto sordo e crudele, e questa donna vive un altro tipo di dolorosa rassegnazione. Da un lato una scelta che non avresti voluto, dall’altro una scelta che non vorresti.
E il peso della comprensione si fa così pesante che accolgo con sollievo la voce dell’infermiera che mi invita ad entrare nell’ambulatorio.

Abbiamo più rispetto per la morte che per la vita: una delle peggiori oscenità.


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