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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




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Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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Saturday, July 28, 2012 - ore 16:59


Bambolismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mia madre sta cercando di farmi commuovere. L’altro giorno è venuta a trovarmi e mi ha portato la mia bambola preferita di quando ero bambina. “L’ho trovata in uno scatolone” mi ha detto, “l’ho lavata, la nonna le ha fatto le scarpette che erano andate perse. È un po’ macchiata, sulle ginocchia, ma guarda com’è bella”.
No, non è bella. È bellissima. Non mi ricordo come l’avevo chiamata, non mi viene proprio in mente, e mi dispiace da morire. Sono incerta fra Azzurra e Celeste (davo nomi abbastanza contestualizzati), era uno di questi due. Ho qualche vaga immagine, qualche voce che mi torna, ma mi manca la sicurezza. Che poi, a cosa serve.



Una cosa me la ricordo. Era la mia preferita in assoluto. Ci giocavo per ore. Anche cresciuta, dopo i dieci anni, rimaneva la mia preferita. Era su uno scaffale, in alto, vicino ai libri. Poi i traslochi si sono sommati e l’ho persa di vista.
Ritrovarmela fra le mani mi ha fatto un effetto strano.
Con quelle scarpette fatte di lana. Mia nonna continuava a farmi scarpe per bambole e orsacchiotti, ormai era specializzata, poteva mettere su un commercio.
Mi è venuta voglia di giocare con le bambole.
Adesso devo trovarle un posto. “Mettila lì, fra i libri” ha detto mia madre. No, non credo. Sui libri no, in soggiorno non può stare. Sto valutando il comodino, in camera. Sempre accanto a me.

Passavo ore a inventare storie per la mia bambola, la facevo viaggiare in tutto il mondo, gliene capitavano di cose....
Le inventavo anche per il mio fratellino Giovanni quando lo portavo a letto, perché si addormentasse. Avevo letto che i bambini hanno bisogno di stimoli, e ogni sera c’era un capitolo nuovo della storia che io e lui creavamo insieme. Iniziavo io, tiravo fuori i personaggi, lo coinvolgevo nei cambi di scena, di luogo, nell’introduzione dei nuovi nemici.
Chissà se ne sono ancora capace. Di inventare storie dico.
Secondo me sì, è una cosa che non si dimentica mai.
Magari sono più arida, magari sono troppo triste, magari mi manca la gioia che avevo prima. Magari ci infilerei dentro qualche informazione troppo cronachistica, corro il rischio di fare un attacco troppo preciso e svelare come finisce perché la notizia va in testa. Però secondo me ce la posso fare.

Al corso di teatro, l’anno scorso, Daniele ci ha fatto inventare una storia tutti insieme. Aveva dato il via Nini. Poi a ruota tutti, faceva partire uno, lo fermava, dava la parola a un altro. E io non vedevo l’ora che venisse il mio turno. E non veniva mai. Alla fine eravamo in due. La Fra è stata chiamata, ha detto la sua parte. Mancavo solo io, e volevo creare un finale meraviglioso. E Daniele dice: “Chiudi la storia con 5 parole”. Cinque parole? A me? Che non vedevo l’ora di sfogare due ore di ascolto di racconti altrui e desideravo solo esplodere di frasi e immagini? Cinque parole. Ok.
“A Parigi... detto questo spirò”. L’ho fregato, sì. Con un colpo di classe, Dani si è fatto una risata, e gli altri giù applausi a scena aperta. Ma che peccato. Potevo fare numeri.
Avevo pochi secondi, io ho storie per una vita.
Chi vuole ascoltare una storia? Ne ho un sacco.

E non finiscono tutte bene, promesso.

Mi fanno male gli occhi. Mi fanno male le mani. Mi fa male tutto oggi.



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