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Friday, October 12, 2012 - ore 09:12


Leonardo di Cittadella
(categoria: " Riflessioni ")


Ho visto ieri sera e rivisto stamattina le immagini dei fatti accaduti a Cittadella, dove un bambino è stato prelevato di peso dai poliziotti che dalla scuola lo dovevano trasportare in una struttura protetta per poi affidarlo al padre. Sento il bisogno di scrivere queste due righe perché mi pare che nessuno abbia il coraggio di puntualizzare un paio di cose che, secondo me, secondarie non sono. Premetto che non sono un sostenitore della Polizia a ogni costo: chi mi segue da un po’ sa che nel mio sito, prima della sua chiusura, c’era una corposa sezione dedicata ai fatti del G8 di Genova, per dire. Però credo che, se vogliamo tentare di (ri?)diventare un paese civile, dobbiamo a noi stessi un po’ di obiettività.

Il primo punto che sento il bisogno di precisare è che la violenza genera violenza. Oddio, questo l’hanno detto tutti; io, però, con questa frase non mi riferisco all’atteggiamento "imperdonabile" degli agenti che prelevano di peso il bimbo. Mi riferisco, al contrario, al bambino che rifiuta di seguire la polizia. In che modo, quando, perché qualcuno può pensare che, a un perentorio invito dei poliziotti, un "no" sia una risposta accettabile? La forza pubblica si chiama "forza pubblica" perché ha il diritto, di fronte alla necessità, di usare la forza: sta all’intelligenza delle persone che ci si contrappongono non renderla necessaria. [Con questo, sia chiaro, non giustifico l’uso della forza in ogni caso: il famoso carabiniere della Val di Susa si è comportato esattamente come doveva fare. Qui, però, è diverso: qui le forze dell’ordine dovevano svolgere un compito "attivo", non "di contenimento", e avevano quindi il pieno diritto di svolgerlo superando ogni ostacolo che ne impedisse la realizzazione.] Aggiungiamo a questo capitolo anche l’atteggiamento della zia con la telecamera, che arriva a grandi falcate urlando come un’invasata e lanciando insulti di ogni genere agli agenti: senza dubbio ha dato a suo nipote un ottimo esempio di comportamento civile e ha contribuito a crescerlo come una persona migliore. Ah, mettiamoci anche la sua meravigliosa frase "Il bambino non è stato ascoltato", ma solo perché non so resistere alla tentazione di scrivere che l’ho sentita decine di volte, ma sempre e soltanto da chi aveva perso l’affidamento del figlio (e, infatti, in metà dei casi la risposta di chi l’aveva ottenuto era "So io che cosa è meglio per mio figlio").

La seconda riguarda la frase "Io sono un ispettore di Polizia, lei non è nessuno". Ancora una volta non lo faccio per partito preso, ma sono costretto a dire che l’ispettrice ha perfettamente ragone. Spiego meglio questa sua frase: il significato era "Ho ricevuto un ordine di un giudice che sto eseguendo. Lei non è un giudice, quindi non può ordinarmi di non eseguirlo, e non è nemmeno un genitore del bambino né un attore del procedimento giudiziario [non conosco i fatti, ma probabilmente in questo caso le due categorie coincidono], quindi non può nemmeno chiedermi informazioni su ciò che succede, perché sono tenuta a non dargliene." Come si può contestare questa affermazione? Vogliamo dire che l’ispettrice doveva fermarsi? Interrompere la sua azione? Fornire spiegazioni dettagliate sul procedimento in corso (informazioni che, tra l’altro, probabilmente non conosceva, avendo soltanto ricevuto l’ordine di recarsi nel tal posto e portare la tal persona nel talaltro posto) a qualsiasi persona passasse da quelle parti, zia, nonna, cugina, catanipote o ottima conoscente? Magari si può obiettare che avrebbe potuto essere più cortese: ma quanti di voi hanno voglia di essere gentili e collaborativi con qualcuno che negli ultimi due minuti di orologio vi ha coperto di insulti (e ben più coloriti di "stronzi", visto che queli non erano bippati mentre circa la metà della parte precedente lo era)? L’ispettrice ha già mostrato un’ammirevole genitilezza nel non arrestare la zia per aver intralciato l’operazione e per aver insultato ripetutamente i pubblici ufficiali.

Alla fine, il denominatore comune di entrambe le cose è sempre lo stesso: pare proprio che in Italia non esista obiettività. Per l’italiano medio, l’importante è avere ragione, non importa come. Se ho ottenuto l’affidamento, allora ciapincartaportaccà e chissenefrega di che cosa pensa il bambino; se invece l’ho perduto, allora il giudice era una cacca perché non ha tenuto conto dei desideri del mio povero figlio. Se evado le tasse o scippo le vecchiette, guai a chi ne parla, ché c’è la legge sulla privacy; se però degli agenti di polizia stanno eseguendo un’ordinanza di un giudice e questo non mi fa piacere, allora sono tenuti a dirmi tutto delle motivazioni, delle sentenze e delle carte riservate del processo relativo, e chissenefrega della privacy della mia controparte. Ma prendiamola più ampia: i miei avversari politici (scegliete voi, quelli col braccio teso oppure quelli col pugno chiuso, fa lo stesso) sono rimasti fermi al secolo scorso, mentre noi (cioè quelli col pugno chiuso oppure col braccio teso, a seconda) siamo moderni e europei.

In tutti i paesi civili, quando un veicolo lampeggia con gli abbaglianti a un altro veicolo che gli dovrebbe la precedenza, questo significa: "Prego, vada pure; ora rallento e le do il tempo di passare, così possiamo marciare entrambi". Del resto, quale sarebbe l’utilità di lampeggiare altrimenti? Il veicolo fermo sa benissimo che deve dare la precedenza. Ma qui in Italia è diverso: qui, un veicolo che lampeggia a un altro veicolo che gli deve la precedenza, lo fa per dire: "Guai a te! Non ti sognare di tentare di passare! Ho la precedenza, Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca." Perché a noi non basta vincere, no: noi dobbiamo vincere, stravincere e umiliare l’avversario. E se abbiamo vinto immeritatamente, ancora meglio. E se non siamo capaci nemmeno di vincere in modo decente, come possiamo sperare di imparare a perdere? Davvero vogliamo continuare a fingere di crederci civili?

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