(questo BLOG è stato visitato 64134 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
Wednesday, December 26, 2012 - ore 10:30
Fairytale of Fountains
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Natale è passato, ce ne siamo liberati. Ma a testimoniare il suo passaggio abbiamo la carta dei regali scartati in giro per tutto il soggiorno e, ovviamente, i suddetti regali. Allora divertiamoci con quel che c’è.
Un interessante caso di studio è quello della reazione ai regali. Prenderò spunto da quelli di quest’anno, dalla reazione che ho avuto io e che hanno avuto altri presenti al pranzone e al cenone. Esaminiamo la fenomenologia da apertura di pacchetto – o di consegna dono - per l’abbozzo di un’analisi sociologica che merita approfondimento nei giorni a venire.
Usiamo, per spiegare meglio la questione, degli esempi.

Allora, questi sono i regali belli. E magari fatichi a trattenere la gioia, perché non vorresti sembrare falsa. Ti limiti a un “grazie è bellissimo” quando quel cappello ti sta da dio e quegli slip sono esattamente il tuo stile. Giustamente, sono i regali di chi ti conosce meglio al mondo.
E poi libri (bene), una borsa (bene), la trilogia della Pallottola Spuntata (molto bene), calzettoni colorati (pollice in alto), un profumatore per ambienti (vabbè, ci sta dai è un pensierino), un portapane con canevasse in tinta (grazie, mamma). E ci siamo, va tutto bene.
Nella top ten dei regali, ma ai vertici opposti, anche sbagliare le taglie, e quest’anno non ne ho azzeccata una. E poi Giovanni che, dimenticatosi del regalo alla suocera, ha avuto la fortuna di attingere dalla cesta che io ho regalato ai miei per crearne una nuova e coloratissima. Che sorella meravigliosa - e gli ho lasciato un “puzzi” in camera, così impara.
Ora approfondiamo i casi. Tipo questo.

Trattasi di un oggetto ancora non identificato, da appendere ma non si sa dove, da appoggiare ma non si sa perché, da conservare anche se non se ne vede l’utilità. Come reagisce chi lo riceve la sera di Natale? E in questo caso parliamo di me.
Ci sono svariate possibilità. Ad esempio, incapaci di mentire sull’indiscussa bruttezza dell’oggetto, per essere sicuri di dire la verità bisogna puntare tutto sulla manualità del donatore. “Accidenti, l’ha fatto lei da sola? Dev’essere stato un gran lavoro, c’è veramente un sacco di lavoro dietro, si vede proprio”. Qui nessuno dice che è bello, anzi. Si elogia l’impegno. Il lavoro. L’artigiano che ha fatto la ricchezza del Nordest. E nessuno dice bugie. Scappatoia interessante.
Gli altri anni, sempre col sorriso, mi esibivo in un meravigliato “Grazie, è sempre gentilissima”. Anche qui, nessuno dice che è bello. Ma il complimento va direttamente all’esecutrice che se ne lusinga.
C’è anche il “Grazie, che carino!”, esclamazione che sembra smorzare la gioia di riceverlo – quando smorzato è il fiato in gola per gridare “E questo che cazzo è?”. Ma l’aggettivo carino è esattamente ciò che si aspetta chi lo confeziona con i ferri durante le gelide sere invernali.
Altro modo di reagire è sorridere, annuire con compostezza piegando poi un pochino la testa e dire solo "Grazie": less is more, dopotutto, e basta una frase ambigua per rovinare lo sforzo di quel viso sollevato dal non aver ricevuto un’altra oca selvatica in lana e pizzo.
Poi l’imprevisto: ce ne sono due, di questi cuscinetti, uno in rosa e uno in verde. Così tu e l’altra persona che lo riceverà ve li dovete spartire. “Scegliete voi” dice la regalatrice.
Non mi è costato molto far scegliere all’altra. Dopotutto, se per lei era una questione di colore, vuol dire che magari sapeva cosa farne. In quanto destinato a finire in un cassetto, il mio poteva essere anche marrone o a pois.
Ma il massimo, e lo dico con rassegnazione e un velo di invidia, è una cosa che ho imparato ieri da Martina, la giovane eppure scaltrissima morosa di mio fratello Giovanni.
Spieghiamo.
La nonna per Natale ha ricevuto questo. 
Non so com’è andata, se è stata una sorpresa, se un giorno l’ha visto e se ne è innamorata e mia madre l’ha comprato per farle una sorpresa, o se è una sorpresa del mio genitore maschio (questo finto multicolore barocco pasticciato, sommato a uno scomposto e posticcio orologio manierista è la sintesi del suo gusto per l’oggettistica casalinga).
Insomma, la nonna mi mostra il suo dono con entusiasmo. “È la cosa più bella che io abbia mai avuto, guarda che meraviglia” (da qui la deduzione che forse è stata la mamma a ricordarsi che l’avevano visto da qualche parte, non vedo altra risposta) (se non il pessimo gusto di Tiziano).
C’è la nonna con in mano l’orologio e io che sorrido. Lei è così felice che mi sento appagata, per lei è il massimo e quindi lo è anche per me. Inoltre sorridevo convinta e sincera, perché il mio pensiero andava già oltre il regalo: gli stavo dando vita.
E qui veniamo al commento. Lo so, non l’ho ricevuto io, ma usiamolo come test.
“Wow nonna, che bello!” dico. Semplice e conciso. La nonna continua ad elogiarne la fattezza e l’eleganza. Sì, eleganza. Lo mostra, se lo gira fra le mani, poi lo ripone nella sua confezione di polistirolo “che non si rovini”. Le brillano gli occhi. Io le sorrido, la ascolto, alla fine è questo che vuole, esaltarsi del suo nuovo orologio da tavola.
Passa il tempo e arriva lei, Martina, 19 anni. Fisico da modella, lunghi capelli freschi di parrucchiera, sorriso dolce come il miele. Perfetta. Adorabile. Ma dici, non ha l’esperienza di una trentaduenne che da svariati Natali si confronta con queste succulente storie.
E invece Martina, messa subito al corrente dalla nonna dell’orologio trash, mi spiazza dicendo la cosa che avrei dovuto dire io per essere la migliore. “Che bello, stavo per prendermene uno uguale, ma non era bello come questo”. Ammetto la sconfitta: è il massimo che io abbia mai sentito. Spiazzante. Non c’è contro-risposta.
Questa ragazza ha già imparato tutto. Ma io l’anno prossimo la copio. “Che meraviglia questo cervo in lana cotta , ne avevo visto uno in centro l’altro giorno e stavo per comprarlo, ma questo fatto a mano è ancora più bello”. “Oh, questo centrotavola di uncinetto è delizioso, ho sempre sognato di averne uno uguale”. È il contropiede, così si chiama. Se proprio devi far finta, falla bene.
Grazie Martina. Calcare la mano, una cosa che non ho mai fatto. Inizierò, perché credo che sia lo steccato del mio orticello che non ho mai valicato, e sono sicura che c’è del buono lì, oltre l’orizzonte.
Dai che è finita, è già il 26, e poi manca solo Capodanno. L’Epifania scivola via come le crepes sul burro, è fatta. Le Feste se ne stanno andando, e io non sono messa poi così male.
E qui, dopo quattro anni, una foto tutti e tre insieme.
Silvia, Marco e Giovanni
Ovvero, la protettiva sorella maggiore alle spalle, il composto informatico che abbozza un sorriso, il giovane calciatore in posa da figo. Siamo bellissimi. Ci tenevo tanto a farla. Ieri ero felice solo perché vedevo loro, alla fine. Mi ha fatto molto pensare.
COMMENTA (0 commenti presenti)
PERMALINK