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Thursday, January 31, 2013 - ore 14:34


L’importanza di essere Silvia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sto cercando di capire come mai non riesco a entrare in Gwendolen.
Devo affrontare questo problema, ho come la sensazione che potrebbe essermi utile. Il teatro ha fatto tanto per me in questi anni e forse un segnale me lo sta dando proprio ora.
Quindi, autoanalisi teatrale. Flusso di coscienza. Senza guardare. Via.

Gwendolen non mi è mai andata a genio, fin dall’inizio. Sarà perché ero convinta di interpretare un altro personaggio. Volevo essere lady Bracknel: una donna forte, inattaccabile, fastidiosa per il sostenuto compiacimento con cui si atteggia, cinica. Inconsapevolmente (forse) ironica e spiritosa. Acuta. Acida al punto giusto. Una donna che si impone. Che ha ottenuto quello che voleva dalla vita. Alla fine perde, la figlia sposa chi le pare, pur contro il suo volere. Ma ce l’ha messa tutta; perde, ma non per colpa sua.
Non sarò lei. Io sarò Gwendolen. E non la capisco. Non riesco a entrarci.

Daniele ci dice che dobbiamo affrontare i personaggi in questo modo: nessuno di loro è dove vorrebbe essere. Questa è la linea da seguire. Ma, se trovo che questa affermazione possa valere per i camerieri, per Algi e Jack, e anche per Cecily, non mi pare che si adegui a Gwendolen. Lei è dove vorrebbe essere e se non ci arriva in qualche modo ci arriverà. Ha un obiettivo. E lo raggiunge.
Ma scaviamo.



Lei è felice. È innamorata di un nome, e le basta. Voleva sposare un uomo di nome Ernest. Beh, l’ha incontrato e deciso che lui è l’uomo che sposerà. E dato che lui, in realtà, non si chiama Ernest, per non ammettere il fallimento è disposta ad accettare che lui si faccia battezzare col nome di Ernest. Semplice, come ragionamento – geniale, a suo modo. Tuttavia questa ingenuità di pensiero mi irrita.
Gwendolen è apparenza. Gwendolen è benestante, elegante, intransigente. Non cambia mai opinione, eccetto che negli affetti. “Lo sapevo, non sbaglio mai”, “La mia prima impressione di una persona non è mai sbagliata”. Invece sbaglia di continuo. In questo mi somiglia, potrei iniziare da qui. Ma lei non ammette l’errore. Lo trasforma in vittoria. Io non sono capace. La invidio? Neanche per sogno.

Non provo simpatia per lei. La trovo una ragazzina insulsa. La trovo superficiale. La trovo anche divertente, ha delle battute irreali e conversazioni al limite dell’assurdo che mi fanno sorridere. È sufficiente perché io possa credere in lei? No, allora approfondiamo.
Perché dovrebbe non essere dove vorrebbe invece essere? Perché la madre le ha imposto una rigida disciplina, e lei quindi osserva ossequiosamente le regole della buona società, le accetta. Anzi, le suggerisce al suo Ernest perché anche lui possa farne parte assieme a lei, per farle fare bella figura. Insieme a lei, certo, ma solo perché lei ha intenzione di rimanervi. Quindi è dove deve essere. Dove vorrebbe essere.

Insulsa. Innamorarsi di un nome. Come faccio io a interpretare una così. Una che finge di essere razionale e invece vive in un mondo perfetto e illusorio. Volersi per forza sposare per rispettare le consuetudini dell’Inghilterra vittoriana. Non si poteva fare altro, all’epoca, è vero. Ma perché dovrebbe voler essere altrove? Non ha mai provato altro. Si adegua.
Affronta il no della madre al matrimonio con il suo falso Ernest agendo per la prima volta in totale autonomia, quindi denota un minimo di cervello che inizialmente avevo dubitato avesse. Rimane il fatto che lo ama per la questione del nome, ma soprassediamo. È disposta a lottare: ecco, qualcosa di lei che mi piace. Affronta (parzialmente e con poco spirito) la madre; affronta Ernest che non si decide a chiedere la sua mano; affronta Cecily quando crede che voglia rubarle il marito; affronta Jack, finalmente svelato, per sottoporgli l’insormontabile problema del suo vero nome.
Ancora con questo nome. Ernest.
Chiede a lui un’onestà che lei non ha. Chiede a lui di mentire sul suo nome perché lei non potrebbe farlo, nella società in cui vive.

Gwendolen, perché non ti capisco? Perché ti odio così tanto?
È invidia, la mia, per la tua felicità? Per la tua fortuna di desiderare un Ernest che non si chiama Ernest e scoprire che si è sempre chiamato Ernest? Non ti invidio, ti compatisco. Ma vorrei essere felice come te. Buona, amata, adorata. Meravigliosa Gwendolen. Che solo io sembro detestare così tanto.

Faccio fatica, come mai mi era capitato. Puck, Helen, Papagena, la Regina della Notte. Con questi il paragone tiene. Gli altri personaggi erano minori, ci ho lavorato molto meno. Loro invece erano miei, tutti e quattro. Chi più, chi meno. Ma erano miei. Li ho vissuti, capiti, amati, affrontati. Li ho vissuti.
Gwendolen, dimmi dove sei. Cosa vuoi. Chi sei.

Ho come la sensazione che se non trovo Gwendolen, stavolta, mi mancherà un pezzo di Silvia.

O forse è perché mi manca un pezzo di Silvia che non trovo Gwendolen.



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