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Tuesday, February 05, 2013 - ore 21:34
Country road take me home
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ho passato indenne una settimana che si preannunciava parecchio difficile. Lunedì scorso sono stata sei ore a prendere la pioggia, altre sei ore sabato sotto il diluvio. Cortei, manifestazioni, sgomberi; mani congelate, piedi acrocianotici (adoro questa parola); capelli spazzi, pms, faccia biancocadavere, fame, sete, stanchezza, nervosismo, adrenalina. Mal di schiena, perché non ho più vent’anni. E via, dritta, perché la libera stampa non si ferma mai, neanche davanti a scudi, manganelli e menotregradi.
E ogni volta ho pensato: se non mi ammalo oggi mi faccio clonare. Vendo il mio dna all’asta. Usatemi, sono infrangibile. Chiamatemi the unbreakable. Come il film di Bruce Willis.
Devo dire che ha del miracoloso quello che avviene nel mio corpo sotto pressione. Vento e pioggia non mi scalfiscono minimamente. Vedo uomini incartapecorirsi per un nonnulla, mentre io margheritina di campo tengo botta come un vietcong. Due giorni di cortei, a calpestare il centro in lungo e in largo, in condizioni da fine del mondo, e non sentirli.
Solo che lo so, me la chiamo. Va sempre a finire così, coi primi caldi primaverili mi prendo la morte, non mi sorprende più. Mi ammalo allo scadere, quando gli altri iniziano a mettere i maglioncini di cotone colori pastello e le giacche leggere. E io devo imbottirmi di lana e sciarponi perché il Signore ha un’ironia tutta sua e mi fa ammalare quando credo di essere salva. Quando non si ammala nessun altro. Solo io. E mi guardano come un’appestata. Non è bello farsi guardare come un’appestata ad aprile.
Tuttavia, devo ammettere, è un bel modo di farsi odiare.
"Stammi lontana, ho già dato a gennaio."
"Stammi distante, mi sono già preso l’influenza quest’inverno."

Che poi, parliamoci chiaro, mi cambia davvero poco. Tanto non sto mica a casa in malattia, se sono ammalata. Non me lo posso permettere. Negli ultimi due anni, per dire, sono andata a lavorare con 39 di febbre, quando mi avevano appena tolto il dente del giudizio, quando avevo la gastrite esplosa fino in gola che invece che in ospedale la gente voleva portarmi all’obitorio, anche quando il dottore ha sbagliato a darmi l’antibiotico e mi ha prescritto una bomba che mi ha messa ko per tre giorni (mi ricordo solo che perdevo i sensi mezz’ora dopo averlo preso e non capivo perché, e una volta stavo guidando). Noi, e per noi intendo quelli come me, non ci si può permettere di essere malati.
Poi cercano di comprarti con sessanta euro di Imu, siamo alle comiche.
O infuria vecchio tempo
nei miei versi vivrà
il mio amore giovane per sempre.
Ho preso un’altra decisione. Voglio drogarmi di Mumford & Sons, e voglio andare a un loro concerto il prima possibile. Mi piacciono tantissimo. Mi fanno stare bene.
Ho bisogno di stare bene. Ne ho un infinito bisogno. Voi dite, tutti abbiamo bisogno di stare bene. Lo so, lo so. Ma scusate se penso a me, almeno stavolta.
Stasera i capelli mi stanno da dio. E non mi vede nessuno.
Va sempre così, credo che sia una legge di Murphy. E se non lo è la aggiungo io. Come si chiamavano, non mi ricordo, qualcosa tipo corollario, una roba tipo “Corollario di Benjamin”.
Ecco, questo è
“Corollario della Silvia”: quando i capelli ti stanno da dio non ti vede mai nessuno. Così nell’immaginario collettivo rimani la solita, inguaribile, impresentabile sciatta.
Oggi ho inciso il mio primo bicchiere di vetro. E l’ultimo. Ho realizzato una foglia con due bacche e un bocciolo. Sono abbastanza soddisfatta e il maestro mi è sembrato sorpreso della mia inimmaginabile perizia.
Apprezzatemi adesso, miscredenti, eviterete la coda quando andrò per la maggiore.
No, questa immotivata allegria e questa sorprendente botta di vita non significano che va meglio. Ho solo preso una pausa dal mio inguaribile pessimismo. Domani torna, eh.
Ho cenato a spizzichi. Prima un po’ di creakers con la maionese. Poi svariate gallette di riso (lacrime di coccodrillo) Poi una fetta di pizza congelata, avanzata da una cena solitaria di alcuni giorni fa, farcita con salsiccia, melanzane fritte e cipolla.
Non ha un senso che sia uno.
Gallette, maionese, pizza. Non è una cena. E’ un’accozzaglia di alimenti.
E pensare che volevo farmi una minestrina stasera. Ho sbagliato tutto. Ero partita con le migliori intenzioni. Poi mi sono resa conto che sarebbe stata un’altra sera da sola. E la minestra mi avrebbe solo fatta piangere sul brodo versato (eccolo che torna, il pessimismo, che vi avevo detto).
L’oggetto del giorno è il levapelucchi adesivo.
Ciao eh.
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