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Wednesday, September 01, 2004 - ore 15:11


tu le hai gia' viste io no! andiamo?
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Isole Dahlak:una deriva senza bussole
Filippo Golia


Come una costellazione nel cielo azzurro, queste isole si estendono piccolissime davanti al porto di Massawa e circondano la più grande La visita alle Dahlak inizia quindi da Massawa, una città costruita su due isole madreporiche, unite da strisce di terra che formano una grande baia artificiale dove si trova il porto.
La città e’ stata pesantemente bombardata sia durante la guerra di liberazione durata trenta anni sia nell’ultima guerra da poco terminata.
Il centro della città mette in mostra le sue gradevoli forme arabeggianti, uno stile che è stato ripreso anche dagli architetti italiani nei primi del 900. Ma è una città che ancora porta i segni dei proiettili e delle bombe. Meglio rivolgere il viaggio verso il mare.
Non esiste un itinerario consolidato tra le Dahlak. La navigazione è un vagabondare tra scogliere di corallo, che si chiamano reef, tra strisce di sabbia e secche afioranti.
Ma c’è un sicuro e inevitabile punto di inizio: è il sambuco. Si tratta di una barca di pescatori tipica del Mar Rosso lunga da sei a venti metri.
Massawa dispone di una flotta di un centinaio di queste imbarcazioni. Silenziose e slanciate sono il modo migliore per visitare le isole. A bordo si è nelle mani dell’equipaggio, composto in genere da cinque eritrei e dal timoniere, detto nacuda, che sceglie la rotta senza carte nautiche, andando ad intuito.
E il sambuco da solo assomiglia a una piccola isola. Bisogna imbarcarsi con grandi scorte d’acqua e di cibo e fare i conti con un piccolo mondo di topolini e scarabei. Ma si può anche assistere alla magica preghiera dell’equipaggio, rivolto verso la mecca, ogni mattina e ogni sera.
Parte delle isole Dahlak sono riserva naturale e la fauna marina è ricchissima. Già i nomi sono indicativi del circo che è possibile trovare: pesci pappagallo, pesci trombetta, pesci chirurgo (chiamati così per le spine taglienti che si trovano sulla coda) e pesci unicorno, pascolano sulle barriere coralline nutrendosi della parte organica della madrepora. Semplicemente affacciandosi con la maschera se ne possono vedere molti esemplari. In genere i pesci che affollano queste acque non sono spaventati ma incuriositi dall’uomo. “Si lasciano avvicinare perché non l’hanno mai visto” è il ritornello ripetuto dai locali. In parte è vero. Tanti anni di guerra hanno tenuto lontani i turisti e le isole non sono quasi abitate.
Prima di arrivare a Dahlak Kebir, la grande, si possono visitare le isole gemelle di Dur Gaam e Dur Ghella, la minuscola Enteara, la duna sabbiosa di Madote.
L’approdo migliore alla Grande Dahlak è attraverso il canale di Nokra, nome anche di un’isola antistante, che con il sambuco si raggiunge in circa quattro ore partendo da Massawa. Sull’isola di Nokra ci sono alcuni scempi del colonialismo come il penitenziario italiano e la base militare che l’Etiopia di Menghistu aveva concesso all’Urss.
A Dahlak Kebir, come annotano puntigliosamente le guide, si possono trovare circa otto villaggi, poche macchine e qualche motocicletta. Il villaggio più grande Jemhile, ha una moschea ed è fatto prevalentemente di abitazioni in legno. Ma se si è arrivati fin qui è per vedere l’immensa necropoli mussulmana che risale al tempo in cui l’isola era un piccolo stato autonomo, nel XV secolo. La luce del tramonto su questa immensa distesa di lapidi crea un senso di irrealtà che non è facile raccontare.
Due viaggiatori dell’ottocento, l’inglese Henri Salt e lo scozzese James Bruce l’hanno definita una delle meraviglie del mondo antico.


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