
shaula, 32 anni
spritzino di Willorba
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I miei angeli custodi

STO ASCOLTANDO
Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...

.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.

so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...

e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...

... oppure faccio porcherie come questa...

... o quest’altra...

Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Tuesday, May 07, 2013 - ore 14:52
Nomismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi chiamano Silvietta. Da sempre. Tutti e da sempre.
Quand’ero piccola tutti mi chiamavano Silvietta (e voi dite, mi pare ovvio chiamare Silvietta una bambina) ma io lo detestavo. Fra l’altro, io volevo chiamarmi Sara (come due mie cugine) o Molly, come una ragazza incantevole che vedevo a scuola. Aveva lunghi capelli rossi, tutti boccoli, il suo viso era piccolo e grazioso, mentre io ero un maschietto con i capelli corti e gli occhi vispi, tutt’altro che graziosa. Volevo essere Molly, o al massimo Sara. Ricordo di aver parlato con più di qualche adulto all’epoca, interrogandoli sulla possibilità di cambiare nome - non era troppo tardi in fin dei conti, avevo solo 6 anni. Quando disegnavo mi inventavo sempre nomi d’arte, non firmavo mai Silvia.
Odiavo il mio nome, lo odiavo come si odia la solita compagna di classe che porta le mimose alla maestra per la festa della donna. Silvia non mi suonava bene, non me lo vedevo addosso, mi stava male come maglia a righe orizzontali su una donna grassa. In più Silvietta mi faceva sentire ancora più inutile, perché ero sempre più bistrattata, più bambina, più piccola, e Silvia diventava sempre più lungo, più grande – invece di sparire.
La mamma ci rimaneva male; mi raccontava spesso di aver deciso il mio nome quando era ancora una bambina, aveva promesso di chiamarmi come la la figlia del suo maestro delle elementari, ed eccomi lì. Io invece odiavo essere io una Silvia, e anche tutte quelle che si chiamavano Silvia e ne erano contente – trovavo incomprensibile che fossero soddisfatte di un nome così sciapo, ero sicuramente io dalla parte del giusto. Poi si sa, i bambini sono cattivi, e il mio nomignolo diventava salvietta. Tutto ciò sfociava nell’imbarazzo di un cognome brutto e cacofonico.

Sono sempre stata piccina e paffuta. Ero fra le più piccole della classe, mi sono tolta le soddisfazioni dopo, che a guardare le mie ex compagne adesso le passo di un bel po’ in altezza. E comunque anche quand’ero pelle e ossa le mie guance ispiravano tenerezza. Gote rosse come Heidi, e Silvietta racchiudeva in sé i desideri di buffetti sulle guance di una immensa folla di parenti e parenti di parenti. All’asilo lo tolleri, alle elementari già ti dà fastidio, alle medie essere chiamata Silvietta è intollerabile.
Tuttavia, superati i 14 anni, ho cominciato ad accettarlo per cortesia nei confronti degli adulti. Adoravano chiamarmi con quel vezzeggiativo, lo facevano convinti di farmi un favore. Tutte le mie amiche avevano nomi lunghi che venivano abbreviati in maniere carinissime. Chicca, Fede, Cri, Isa, Barby, Roby, Dany. Il mio veniva allungato. Non potevo usare la Y che tanto andava di moda, non potevo avere il mio nome in quattro quadratini del quaderno, aveva due sillabe da tre lettere – non riuscivo a capacitarmene e non potevo farci niente. Il mio nome veniva inesorabilmente allungato. Ma lo accettavo, per educazione.
Finché un giorno è cambiato tutto. Non so come sia successo, sono quelle robe tipo il Fran, ma molto meno serio. Adesso io sono, con orgoglio, una meravigliosa Silvietta. Mi piace. Mi chiamano tutti così, non è più un appellativo infantile ma quello che di bello c’è in me. Lo stupor, il sorriso, l’ironia, il divertimento, la gioia (quando ce la faccio). Non solo compagni di giochi e parenti quindi, ma amiche, ragazzi, cassiere del supermercato, fruttivendoli, professori, edicolanti e insegnanti, sindaci, segretari. Non l’ho chiesto io. Credo di esserlo, e basta.
Silvia e Silvietta lo usano tutti. Poi ci sono gli altri. Quelli che cambiano.
Ad esempio, la Fede mi chiama Silvi. Solo lei (e anche il Passero l’altro giorno ma non so perché). La nonna per una sorta di vuoto di memoria mi chiama Pipia. La mamma mi chiama Cea. Italo mi chiama Picoea. Giovanni mi chiama Sorella (dice “sei la mia sorella preferita”, e poi ride perché sono l’unica). La Sere mi chiama Silvio. E poi ci sono Cibia e Silviettina.
E Hey. Lui mi chiama “hey”. O anche “tu”.
Ma non è di lui che dobbiamo parlare.
C’è tutto un mondo di gente fuori da qui.
E poi c’è
>> questa cosa qui << che ogni tanto bisogna ricordarsela e andare a leggerla per sapere che bisogna guardarsi dentro, cercare in sé stessi, e non negli altri. Essere egoisti ogni tanto. Perché se stiamo bene noi, stanno bene anche le persone che ci sono vicine. Lo so, la faccio facile. Ma è così. Non c’è altro.
Mi piace sentire come pronunciano il mio nome. Come lo usano. Come lo accorciano o lo allungano. Come lo trattano. C’è un modo di trattare anche i nomi.
Chiamami. Dì il mio nome. Mi piace come lo dici.
"Siccome non era in grado di dar risposta né all’una né all’altra domanda, non aveva molta importanza il modo in cui la formulava."
Alice nel Paese delle Meraviglie
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