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Tuesday, October 01, 2013 - ore 21:18



(categoria: " Vita Quotidiana ")


E insomma Spritz era morto. E io pensavo fosse giusto così.
Avranno venduto il dominio a qualche cifra astronomica, ho pensato senza nessuna nostalgia.

Invece eccolo qua.

Forse potrei scrivere qualcosa, mi sono detta. E’ tanto che non scrivo, e un pomeriggio stinto come questo sembra l’ideale per guardare il mondo attraverso il fondo di una bottiglia.

Tempo fa mi hai detto che avevi dato un’occhiata al sito, magari ti ricapiterà di farci un salto e se stai leggendo sappi che mi manchi. No, non tu che hai piantato i sogni a San Francisco. Dico a te che hai piantato le tende a Mestre. E insieme alle tende non so bene che altro. Eri stanco della tua vita qui, volevi cambiare, e lei era lì, pronta a offrirti il meritato riposo che cercavi da tanto fra una sbronza e l’altra, sbattuto fra muri di vicoli riempiti di parole e sguardi pesanti. Ho riletto le tue lettere, ma sarebbe più giusto dire ho letto le tue lettere. Perché nel farlo mi sono resa conto che quando le hai scritte non avevo occhi.

Mi sono chiesta come ho potuto non innamorarmi di te.
Ho saputo rispondermi solo che ero malata.

Ora tu mi guarderesti e diresti: "Perché? Adesso lo sei?" E io abbasserei lo sguardo come sempre, incapace di dirti di sì. C’erano tutti gli ingredienti perché fossimo una coppia perfetta, ma non è successo. Allora mi chiedo perché i ricordi che mi hai lasciato mi scavino così profondamente.

Ti ricordi quel giorno, quando sei venuto a trovarmi con una polo della Moncler e io stavo alla grata della finestra e ti ho detto che mi piacevi con quella maglietta e tu hai sorriso. Ero all’inferno eppure tu non sai che nostalgia ho di quel momento, di quella maglietta, e di quel sorriso. Vi ho messo a dura prova, tutti. Ma tu sei stato l’unico e il solo a sapere sempre esattamente cosa fare e come farlo. E farlo. Avevi ragione su tutto, sono stata egoista ed egocentrica. E’ vero. Tu fissavi la mia anima e io la tua Moncler, che stupida no? Hai fatto l’impossibile con me, hai fatto quello che, sono sicura, nessun altro essere umano su questa terra, avrebbe saputo fare.

E ora ti chiederai perché queste cose non te le scrivo in una mail e io ti dico che non lo faccio perché non sapresti cosa rispondermi, come l’altra volta. E io ci rimarrei male. E poi perché sono giorni che mi tormento chiedendomi che fare, e alla fine concludo sempre che ti devo lasciar andare. Che per come si sono messe le cose senza di me starai meglio.

Quindi forse devo solo trovare un antidoto a quando i ricordi mi afferrano per la gola. Tu mi faresti spietatamente notare che è solo l’effetto della mia sindrome dell’abbandono, che tu non c’entri niente. E io alle tue ciniche constatazioni da innamorato disilluso e ferito riuscirei solo a opporre una sfilza di immagini che ci ritraggono insieme, nel viaggio più incredibile della nostra vita, che a quanto pare, beh. E’ finito. E già da un po’.

Avrei voluto esserci. Quando le lacrime scendevano e tu col dito ne bloccavi la discesa sulle mie guance, e non importa se erano una, due o dieci lacrime, continuavi ad asciugarle come se fosse la cosa più naturale da fare. Quando mi camminavi vicino e mi ascoltavi. Quando credevi che io fossi qualcosa di unico e prezioso. Quando alzavi la voce per la frustrazione di non riuscire a instillarmi un briciolo di voglia di vivere. Quando soffrivi in silenzio per tutto quell’amore non ricambiato. Avrei voluto esserci, adesso. Non c’ero. Ma chissà forse non mi avresti nemmeno amata così tanto se non fossi stata così disperata. Ognuno ha le sue sindromi. E’ una cattiveria? Forse. L’hai detto anche tu che per quanto doloroso, quello era un recinto, una specie di casetta. E fuori dalla casetta ci siamo ritrovati sguarniti di parole e di poesia. Svuotati.

Io non so se tra te e lei durerà. Forse sì. E magari non sono affari miei. Io non lo so se hai deciso che quel tipo di amore ti sta bene, se hai scelto di scegliere quello e basta. Non so cosa le sussurri all’orecchio la sera prima di dormire o la mattina appena svegli, o quando lei fa un’espressione buffa. E non so se ci credi. Non so se ti ha preso per stanchezza o per affetto o per entrambe. Forse la stai amando come io ho amato tante volte, un po’ per caso, un po’ perché "non possiamo sempre lasciare andare le cose belle che la vita ci porta". Però se è vero, come hai detto sempre, che io e te siamo della stessa pasta, io non credo che tu sia in pace con te stesso, e nemmeno felice. Il problema è che di questa consapevolezza non so che farmene visto che non posso proporti l’Alternativa.

Avevamo così tanto insieme, e adesso non è rimasto nulla. E non dire che è stata una mia scelta. Io ho scelto solo di staccare la spina all’agonia che era diventata il nostro rapporto.

Penso a te, mi sento amputata senza la tua presenza. E non perché sono una cazzo di imparanoiata depressa bipolare. Fanculo, non tutto quello che provo è frutto di una malattia.

Ad ogni modo, spero che le cose ti vadano bene. Non sembravi troppo in forma in quella foto in ufficio, ma sono sicura che non dovrai andare ogni settimana all’Ikea per un nuovo servizio di piatti. Ricordati che ti voglio bene, forse non lo so fare nel modo migliore, ma ti voglio bene, per quel che conta.








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