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Sunday, November 22, 2015 - ore 10:24 Buona lettura. fonte: paolobarnard.info citare sempre le fonti, altrimenti qualche anima pura o altro potrebbe credere che sia farina del nostro sacco. Un po’ come quelli che ti sventolano di fronte al naso la loro condizione come se fosse tutto frutto del sudore della propria fronte. E tu ci credi, perché ti fidi. Invece no. Proprio vero, chi ha i coglioni mica deve starnazzare. "14 C’è una cosa che io ho, che praticamente nessun uomo ha, e che, per fortuna, solo una minoranza di donne invece purtroppo hanno. La voglio condividere, ma la dedico a quelle poche donne. Io conosco il terrore del momento in cui si è sul punto di essere stuprati dal branco. Io so cosa si prova. Se voi mi aveste conosciuto fra i 16 e i 19 anni avreste detto che quel ragazzino, a essere ottimisti, sarebbe finito in un manicomio, ma più realisticamente in galera, dentro e fuori. Bé, mica tanto sballata come previsione, visto che una volta io e un amico affondammo una barca a vela di un notissimo medico bolognese che ce l’aveva prestata, giusto per fare i cretini, e poi solo dopo ci rendemmo conto che eravamo a più di 11 miglia dalla costa alle sette di sera e che saremmo affogati come due topi. E infatti iniziammo ad affogare, ci salvò un miracolo di peschereccio che passava in ritardo di 8 ore sugli altri per aver rotto i motori a Ravenna. Visto che una sera io e il mio amico Carlo ci mettemmo a pisciare per strada coi turisti che passavano, ma passavano anche i carabinieri in auto. Questi ci urlano. Io e Carlo ci guardiamo in faccia e per tutta risposta ci giriamo con l’uccello fuori tranquillamente continuando a pisciare per rispondergli con un sorriso (poi in caserma a Comacchio ridevamo un po’ meno in effetti). Visto che un giorno di primavera dei miei 17 anni, il qui presente Paolo si trovò ammanettato nel retro di una volante per furto. Visto che pochi mesi dopo ero in coma etilico riverso su un marciapiede di via Gandino. Visto che… ce ne sono parecchie altre, ma lasciamo perdere. Ripescate ora quel coma etilico, era novembre. Mi salvò un medico che viveva a quel numero civico, mi riportarono a casa ancora puzzolente di vomito. Non ricordo nulla, ricordo però di essere stato a letto parecchio, poi mi alzai, mi rimisi quei vestiti vomitosi e me ne scappai di casa. Mentre vagavo mi salta in mente che a Padova viveva sta ragazza fortissima e che potevo andare da lei, perché no? Hei, questa era più grande di me, fa conto sui 24 anni, l’avevo conosciuta al mare l’estate prima, una gnocca notevole, e sta tizia era fidanzata con un nazionale di rugby di Padova appunto, una specie di Yeti che vedevo in spiaggia al week end quando la veniva a trovare. Ma durante la settimana lo spasso della tipa in questione era di prendermi a casa sua e di insegnarmi come masturbarla, leccarla, e poi… no, così non va bene, rifai… bene, e rifai questo un attimo… e via così per ore. Alla fine io avevo il contentino, che era una sega fattami da lei. Bè, ok, mica male come impegno. Peccato che un pomeriggio sentiamo il rombo del Gilera di lui che parcheggia in giardino con un giorno d’anticipo rispetto al solito. Puttana troia, saltai dal primo piano sul telone del tizio che stava a pian terreno. Paolo post coma etilico prende un treno e va a Padova dalla tipa. Avevo il suo numero di telefono di casa, la chiamo e lei un po’ casca dalle nuvole, ma mi dice di passare a salutarla. Arrivo e trovo una villa signorile con cancelletto, sentierino ed entrata maestosa. Sapete, quando uno ha l’aspetto di un pazzoide con la faccia allucinata e i vestiti sporchi di vomito, e non se ne rende conto, ci rimane male a vedere come gli altri a momenti svengono quando ti vedono. Ci sono lei e sua madre sulla porta, hanno visto l’unicorno dal pelo viola che gli fa “Ciao, eh, sono qui!”. Entriamo e la tipa carina balbetta cose come “bé, ehm, allora, cioè… cioè, tutto bene?”. Con la coda dell’occhio vedo la madre che si precipita al telefono con il volto del terrore. Vaffanculo, questi chiamano la polizia o l’ambulanza, che palle, cazzo, andatevene a fan culo, e Paolo infila svelto l’uscita con le due che urlano noooo, dove vaiiiiiii! Il set della scena successiva è un quartiere losco di Padova dove vado a zonzo. Ci sono prostitute (a quel tempo italiane) e travestiti che mi fanno i tirini. Qualcosa mi dice male, mi sento vulnerabile. Entro in un bar a sparo una balla: “Scusi ho rotto la marmitta del vespino, avrebbe una chiave inglese?”. Il tizio estrae una cassetta attrezzi e mi dice di cercare lì. Perfetto, trovo una cagna da idraulico di quelle pesanti, la prendo e mi volatilizzo. Sono armato. E qui inizia il peggio. All’angolo di un portico una Fiat 1.100 grigia mi sbarra la strada. Al volante un signore grasso pelato e sui 50, che mi chiede dove sto andando, se ho bisogno di un passaggio. Io vorrei tornare in stazione e mi fido, ok, salgo. Sapete, avevo ancora un litro di whisky nel sangue, ed è questa la causa del fatto che quando il grassone come prima mossa mi prende dalle mani la cagna e la butta di dietro, io non mi allarmo. Cristo. Mi dice poi “Hai fame”? In effetti a 17 anni e a digiuno da due giorni… sì. Allora ci fermiamo in un bar che fa cose buone, mi dice lui. Entriamo: bancone sulla sinistra, donnaccia dietro che serve, ordino un toast e Fanta, lui si precipita nella sala bigliardo dove tre ceffi stanno giocando. Vedo che gli gesticola qualcosa di frenetico, loro si girano tutti dalla mia parte e dalla mia parte s’incamminano. Lì mi si aprì la coscienza e capii tutto. Divento all’istante un bambino di quinta elementare che in un luogo infame e puzzolente di sigari chiede pietà all’unica figura femminile presente. “C’è un’uscita di sicurezza qui?”. La megera rutta un No e manco mi guarda, zero, potrei morire lì per lei. I quattro mi sono attorno ora. Mi sospingono fuori dal locale, sul marciapiede, ore 19, scuro. Battutine, spintarelle, buffetti sulla guancia. Io ho capito tutto, e da adolescente ora sprofondato in un orrore più grande di lui tento di fare il ‘grosso’, quindi sparo “O ragazzi sono nelle peste, ieri sera in disco ho accoltellato un tizo a Bologna, sono qui per un po’”. Ma ve l’immaginate quattro pederasti di 50 o 60 anni che credono al bimbo con pomo d’Adamo appena spuntato? Non so più che dire, l’occhio mi cade su una bellissima Mercedes blu parcheggiata proprio lì, e che aveva una fiancata interamente schizzata di vernice bianca. Nella disperazione di prendere tempo commento quell’auto. Loro: vuoi fare un giro? Ma certo. Portiere aperte e mi spingono dentro, io dietro nel mezzo di due, gli altri davanti. Quello alla mia destra è un mostro, tarchiato, butterato che gli potevi infilare un dito nei buchi della pelle e coi capelli ricci rossi. Fa ribrezzo. Io lì sono in silenzio, sto solo immaginando cosa deve essere quello che mi sta per succedere. E’ come però se l’idea che la mia mente deragliata sia all’origine di questo destino me ne lenisse un poco il terrore. Me lo merito, perché non sono a casa a studiare latino come tutti i miei amici? La Mercedes ora svolta a destra nel cortile di un capannone, buio. Fermi, fari spenti. I due davanti si girano verso di me. Le mani cominciano a toccarmi le cosce. Donne, lo so, vi prego di credermi, lo so. Non è solo la paura e il ribrezzo che mi stanno sventrando, ma anche l’odio verso questi animali degni del mattatoio che si permettono di rovinarmi la vita per sempre a 17 anni, di infettarmi con un lurido da cui non mi libererò mai più, mai più sarò un ragazzo normale che fa l’amore con le donne senza queste feci memorizzate chi riempiranno di una puzza intollerabile ogni carezza, ogni penetrazione, ogni contatto con una pelle sudata a letto per il resto della mia vita. Perché mi possono fare questo? Perché è così facile che questi massacri di un futuro umano che ancora deve nascere possano accadere? Perché Dio non li uccide qui, ora? Con una mano di non so chi sullo scroto mi giro verso il ‘rosso’ e gli dico a bruciapelo la frase più stupida del mondo, ma non lo fu: “Ma voi non sarete mica dei froci?”. L’abominevole butterato è immobile con la bocca mezza aperta. Poi emette un urlo belluino che diventa comprensibile con “pezzoooo di mmmmmmmerdaaaaaa! Pezzooooo di meeerdaaaaaa!” e le sua mani mi brancano per la giacchetta scaraventandomi fuori dall’auto. E’ impazzito, ripete pezzo di merda urlando come un porco al mattatoio, e mi masscara di calci nella pancia, pugni nella nuca, nel petto, ovunque. Gli altri scendono atterriti, nooo, fermo, che cazzo fai, e fermo fermo! Mi basta quell’istante per rialzarmi e volare, volare, correre con quei muscoli che nascono dal terrore della morte. Corro corro corro, scavalco cavalcavia, mi butto giù per terrapieni, rotolo, mi spello le mani, corro corro corro all’infinito, poi trovo una stradina residenziale e salto un cancello di oltre due metri. Mi rannicchio sotto un pino e sto lì immobile nel buio. Dopo non so quanto esco, m’incammino guardingo. Incrocio un signore che porta a spasso il cane e gli chiedo dove sta la stazione. Ci arrivo. Stazione di Padova del 1975: si entra e un unico corridoio porta al binario 1. Leggo gli orari, il primo per Bologna è alle 6,25, sono le 5 e 10. Mi appoggio con la schiena al muro subito dietro l’angolo di quel corridoio con il volto verso il binario. Sto lì, sinceramente non ricordo nulla di cosa avessi pensato. Saranno passati 20 minuti e sento dei passi multipli venire dal fondo del corridoio alle mie spalle. Giro la testa verso quei passi. Sono loro quattro. Il rosso ridacchia e mi dice “segui il nostro consiglio? Torni a casa?”. Sono a 40 metri da me. Mi giro a destra, c’è solo binario buio, a sinistra, Dio ti ringrazio! c’è la scritta Polizia al neon. Quaranta metri in 1 secondo e mezzo. Entro trafelato, ansimo, sono come potete immaginare che fossi, uno spettacolo pietoso. Quello che ho di fronte è classico poliziotto di Aldo Giovanni e Giacomo. Gli srotolo la storia con la voce mitragliata, mi aiuti! Mi aiuti!. Quello, spettacolo universale di servizio pubblico, mi dice: “Venga con me, stia calmo”. E che fa? Mi riporta fuori dalla guardiola e mi accompagna nella sala di seconda classe. Apre la porta, è deserta e buia. Buia pesta. Il genio fa: “Stia lì che è al sicuro”, poi va. Questo racconto è già durato abbastanza. Paolo è in piedi da solo in uno stanzone deserto e buio alle 5 della mattina e fuori ci sono 4 stupratori inferociti. Guardo le finestre, ma hanno le sbarre di ferro. Mi preparo a una crocifissione. La porta si apre di colpo, è il poliziotto coglione che mi dice “Ma lei è quel ragazzo segnalato dalla Questura di Bologna!” Io : SIIIIIIIIIIIIII’!!!!!!!!!!!!!. Sono salvo. I carabinieri mi vengono a prelevare, mi portano nella caserma adiacente dove arriverà mio padre col primo treno. L’appuntato che siede con me sul retro mi dice: “Io alla tua età sai che facevo? Spaccavo legna a Cles. Mica facevo il deficiente.” e sbam, giù uno sberlone. Me ne avrà dati 10, ma lo volevo baciare, e dirgli “ancora, ancora”, lo amavo, ero salvo. Salvo. Sono uscito da questa esperienza con 2 anni di psichiatria e una sindrome di manie di persecuzione che, credetemi, mi portava a episodi al limite dello psicotico. Non oso immaginare cosa accade all’anima di chi, al contrario di me, si fa l’intera esperienza di tortura. Donne, veramente, non oso immaginare. E vi chiedo perdono per questo. Col cuore, vi chiedo perdono. Questo ha senso raccontare ora. " COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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