(questo BLOG è stato visitato 15072 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
Tuesday, September 28, 2004 - ore 00:34
La morte di Giulietta (parte III)
(categoria: " Amore & Eros ")
(...segue) Moderato Il Padre camminava lentamente,
tenendo un mano nell’altra dietro la
schiena, distrattamente ripeteva:
“Di salute cagionevole.” Poi
sembrò prendere una improvvisa
risoluzione:
“Si deve fare quanto
prima. Non in maggio. In marzo”. La
Madre sorrise, dicendo con civettuolo
compiacimento:
“Ha così tanti
pretendenti!”. Si crogiolava
nell’idea che Giulietta le
assomigliasse molto. I capelli scuri,
robusti, lunghissimi, lisci, senza
dubbio erano come quelli della Madre,
ma tutto il resto, anche i tratti più
femminili -l’ovale sottile del viso, le
dita lunghe e aggraziate, l’incedere
delicato- erano senz’ombra di dubbio
ereditati dal Padre, che racchiudeva in
un corpo efebico un animo tagliato a
metà fra l’amore per l’Arte e la
freddezza verso gli uomini.
Andante con moto Giulietta supplicava:
“So
che tornerà. Aspettate padre, vi
scongiuro”.
La Madre guardava con aria
interrogativa il Padre che, a testa
bassa, sopracciglia aggrottate sullo
sguardo adirato, tratteneva a stento la
sua rabbia.
“Giulietta, NESSUNO lo
ha visto, nessuno lo conosce, nessuno
ricorda una persona che corrisponda
alla descrizione che ne hai fatto. Un
forestiero... abito di foggia
straniera... Come potrebbero
dimenticare una persona così
particolare? Perché stai inventando
tutte queste menzogne?” Il Padre
parlava con voce straordinariamente
calma, mentre Giulietta guardava i
pugni chiusi, dita bianche con
polpastrelli rossi, congestionati per
la stretta rabbiosa. Sentendo crescere
il terrore per le promesse racchiuse in
quei pugni, abbassò il capo, prese
dentro di sé una decisione e si
incamminò lentamente verso la sua
stanza.
Presto con fuoco La maga senza sosta saltellava
sulle sue scarpette straordinariamente
piccole in confronto alle caviglie
grassocce
“Qui, prendiamo qui,
questo intruglio è insostituibile,
rende dolce ciò che è amaro, petalo di
rosa, non dimenticare mai i petali di
rosa figliola...” Giulietta
raccoglieva le rose staccandole con
dolcezza decisa dalla pianta che
sporgeva nella stanza dall’ampia
finestra.
“Non mi importa se è
amaro, maga” diceva intanto
“dolce sarà il sonno simile a morte
nell’attesa che lui torni. Non lo so
come, lui sa tutto, tornerà in tempo.
Poveri genitori! Mi crederanno morta
proprio il giorno del mio matrimonio.
Piangeranno. Ma quando lui tornerà
capiranno.” “Matrimonio, matrimonio”cantilenava la maga
“qui un po’ di
biancospino, succo d’ortica poi, ma
dolce è il sonno...” Marcia funebre Giulietta camminava verso
l’alba, col freddo che le attraversava
la pelle, la boccetta di vetro stretta
tra le mani irrigidite e bluastre.
Camminava verso la collina. Un fascio
di rose rosa spuntava da un lembo del
mantello annodato, battendole
dolcemente il fianco ad ogni passo
lento, risoluto. Arrivò sopra la
collina. Sciolse il mantello,
rabbrividendo, lo stese con cura per
terra, vi sparse sopra petali di rosa e
si adagiò sorridente, bevendo il
liquido blu scuro dalla boccetta.
La danza dei folletti Giulietta è morta, il giorno
del suo matrimonio. Voleva aspettare
chi amava, voleva restargli fedele, ma,
ahimè, fu letale l’illusorio sonnifero:
non c’è via di scampo, d’amore si
muore, non potè dormire soltanto, in
attesa. Credette all’illusione, felice
morì.
Vorticavano attorno al corpo steso in
un dolce abbandono abbracciato dal sole
morente al mattino che sorge,
i folletti danzanti una danza funebre
fra i petali di rosa, sul prato ancora
umido di rugiada.
Danzavano.
EpilogoLa Madre guardò atterrita il corpo di
sua figlia steso nel letto, la testa
abbandonata da un lato, una smorfia di
dolore sul viso.
“Giulietta” mormorava aggrappata allo stipite
della porta, e i colori sgargianti
dell’abito da festa canzonavano i
presenti, muti, increduli.
“Cianuro” sentenziò il
medico, guardando il Padre da sopra gli
occhiali ovali. Il viso del Padre era
una macchia bianca senza espressione,
le mani abbandonate lungo i fianchi,
mani bianche, senza vita.
La Bellezza sfioriva dal viso
di Giulietta, dai capelli sparsi,
incollati al viso, neri di un nero
spento. La Bellezza lasciava la mani
ora ad artiglio, le dita ricurve.
Io non sono che un’umile rosa.
Lasciatemi in pace.
FINE
COMMENTA (0 commenti presenti)
PERMALINK