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.. senza dimenticare Grace Papaia.


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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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Tuesday, September 28, 2004 - ore 23:23


Odissea, ulissi e itaca.
(categoria: " Viaggi ")


Odissea al JFK. New York ore 14.45. La nostra vacanza è finita. Mesti e a testa bassa andiamo in aeroporto a prendere il nostro volo per Madrid, da cui poi partiremo alla volta di Venezia, terminal 8, siamo in perfetto orario. Ci concediamo anche il lusso di una ulteriore sigaretta prima di entrare dalle porte a vetri e notare.. una fila infinita. Domande senza risposta ma non ci pensiamo, ci concentriamo sul viaggio. Dopo un’ora e passa di coda una solenne maestosa e semi incomprensibile voce al microfono ci avvisa con cortesia ed educazione – potevano anche dirmelo bestemmiando l’effetto era quello – che il nostro volo è stato cancellato. Cancellato? Si. Non esiste più. Doveva partire alle 18, invece partirà alle 5 di mattina. Se tutto va bene. E poi la coincidenza in Spagna? Inesistente.
Siamo come Tom Hanks, the Terminal, giusto al JFK.
Odissea, siamo cinque Ulissi. Siamo degli apolidi, dei dimenticati. Ce l’ho lo spazzolino da denti? E una maglia di ricambio? Rimarremo qui dei giorni interi, avremo sete e fame e ci lanceranno i tozzi di pane da un carrello in corsa – cavolo ai maschi crescerà la barba che fa molto sopravvissuto e a me no.
Panico totale. Io poi che mi faccio dei viaggi mentali da schizzata inizio a fantasticare cose improponibili. La gente inizia a mormorare. Quelli davanti a noi parlando con gli addetti si fanno consigliare un alloggio temporaneo. Quelli dietro vogliono andarsene direttamente, quelli che sanno. Gli altri saltano la fila e vengono da noi a chiedere preoccupati. Per tornare disperati dalle famiglie e dagli amici.
Arriva il nostro turno: andiamo al check in. Terrore nei nostri volti. Ma li la botta di culo che non ci aspettavamo ma che in fin dei conti un po’ ci spettava: giusto 5 posti su un volo diretto della Delta per Venezia, non saremo seduti vicini ma non si può chiedere troppo alla fortuna e al destino. L’aereo parte un’ora dopo quello che sarebbe dovuto essere il nostro. E si arriva in Italia prima, senza scali. E noi senza parole.

Italia ore 10.45 di stamattina. Qui è tutto piccolo. Le case piccole. I palazzi piccoli. I panini piccoli. Le torte piccole. I parchi piccoli. Le macchine piccole. Le borse piccole. Le strade piccole. I negozi piccoli. I semafori piccoli. La posta piccola, la stazione piccola, il municipio piccolo, lo stadio piccolo.

Come si saluta New York? Quando te ne vai, c’è qualcosa che puoi dire di conforme e di sensato che sia un saluto vero compreso e condiviso? Come si saluta una città come NY quando stai andando via e dal treno per l’aeroporto vedi lo Skyline e l’Empire che svetta imperioso e sai che è l’ultima volta? Si dice solo ciao o le si da del Lei? Cosa le dici a questa città che lascia secchi? Che toglie il respiro? Che angoscia, che spaventa, che intimidisce, sbalordisce, stordisce, entusiasma..

Sono grafomane. Maury dice che è una specie di turbe psichica, che questo mio aver sempre da scrivere è grafomania. Giravo per le strade con un libricino in mano, e la penna, e ci scrivevo sopra dove stavo, a che ora e con chi. E pensieri, e riflessioni, e domande e risposte. E tutte quelle cose che dovevano restare impresse in eterno da qualche parte. Scrivevo sempre. Al bar senza ungere i fogli di hamburger, per strada al volo, in metro con i ragazzi che mi reppavano in faccia, al ristorante tra i sorrisi stupiti dei camerieri, in aeroporto nelle sale d’aspetto mentre tutti volevano solo partire. O arrivare. E io a scrivere, a non perdere un istante, a fissare tutto, a scivolare con l’inchiostro sulla carta, su fazzoletti, su biglietti usati, perché ogni posto è buono se ti viene da scrivere e non hai il tuo quaderno e l’idea è buona. Io sono grafomane. Scrivo anche senza penna, muovo solo le dita come se ce l’avessi una penna in mano, ma non c’è. Faccio finta. Che a volte è bello lo stesso. Che a volte fissa pure quello un’idea che funziona. Basta scrivere. Se non scrivo ogni giorno io impazzisco. E allora scrivo.

La prima cosa che noti è il cielo. Io quando vedo un aereo che passa sopra di me mi domando dove sta andando, e chi c’è su e cosa fa. E poi guardo la scia. Anche il mio aereo per l’America ha lasciato la scia. Chissà se qualcuno si è domandato dove stavamo andando. O se qualche bambino ha vinto la gara delle scie con la nostra perché è arrivato a 5 e gli altri a 4. Ma i piloti fanno come gli autisti dell’autobus che si salutano quando si incontrano? Si fanno le doppie frecce magari, perché non è che si incontrano proprio, si vedono da lontano e non ti accorgi di una mano alzata che saluta. O di uno che si toglie il cappello e sorride. Dall’aereo se passi sopra la campagna sembra tutta una coperta di patchwork, con i riquadri colorati diversi, punteggiati di alberi, cuciti di fiumi e siepi, e rigati di aratri.

La seconda cosa che noti sono i grattacieli. New York fa perdere il senso delle proporzioni. Sembra tutto vicino e poi è distante. E quando pensi sia lontano è vicino. Vedi l’Empire da lontano, credi sia un attimo. Ma è a venti blocchi, e c’è da camminare. Ma è così grande che non ti rendi conto che è grande anche da lontano, è il più grande. Il più alto. Ma non il più bello, il più bello è il Wolworth, quello del fallito, ma personaggio perché se uno si indebita fino alle mutande per costruire un grattacielo che è una meraviglia è un personaggio. Sfigato e poco portato per economia e matematica, ma personaggio. Perché poi è davvero bello.

La terza cosa che noti è l’America. Gli americani hanno tutto più. Il più grande, il più bello, il più buono, il più strano, il più piccolo, il più elevato. E la più alta. L’acqua del WC è alta. Tipo arriva tre volte tanto la nostra europea. Mi viene in mente quella puntata dei Simpsons che Bart chiama in Australia per sapere da che parte gira l’acqua del loro cesso. Ma non dice che è così alta. L’acqua del water.

La quarta cosa che noti sono i giapponesi. Ovunque. Naturalizzati, turisti o solo di passaggio, del Greenwich o di Wall Street o della 5th. Stesse facce. Stesso modo di camminare, col bacino in avanti e i passi piccoli. Colonizzatori di ostelli, occupatori di divani e docce, mangiatori di pesce crudo di frodo, facce da domande e da fotografie, chic e alla moda, ultra tecnologici e digitali, e spesso solitari. Sol levante forever.

La quinta cosa che noti sono i negozi. Mai visto tanti bei negozi tutti insieme. Mai in vita mia. Love perenne. Continuo. Faccia a punto esclamativo, senza fiato, vetrine e interni, tutto. Un paradiso. Ma come mi vestirei li è tutta un’altra cosa. Li puoi osare colori forme tessuti e abbinamenti, tirare fuori creatività e ingegno anche solo per legare un maglioncino. Ma poi tornando in patria tutto quello che hai creato viene distrutto perché l’Italia non è pronta. Aspetterò. Magari intanto faccio i corsi di sostegno.

Poi c’è NY vista di notte dall’Empire. E li puoi solo vederla. A raccontare non rende.

Ma non si può scrivere 10 giorni così. non so nemmeno se ho voglia di farlo. Non so se voglio tenerlo solo per me o condividerlo. Perché NY è stata mia per 10 giorni. L’ho imparata bene. L’ho amata perché la ami quando la conosci. Ami quei posti in cui ti senti te stesso alla grande anche a mille mila chilometri da casa, anche in mezzo a gente che ti chiede di ripetere come se il tuo inglese fosse una specie di cimbro dell’est Europa.
La vacanza finisce quando cominci a dire “ti ricordi”. Maury. ti ricordi? Cuda, ti ricordi? Gianpa, Iccri, vi ricordate?
Ciao melone. Torno presto. Per il WTC nuovo vengo a trovarti di sicuro..
magari Itaca è li. kisses


e un bacino a Miu..


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