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Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire.




STO ASCOLTANDO

I silenzi che ho trovato,

Il respiro calmo di chi mi sta serenamente vicino...


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Pantacollant e infradito

ORA VORREI TANTO...

Ho già quello che vorrei tanto,
anzi no,
questo:



STO STUDIANDO...

come sopravvivere per almeno i prossimi 25 anni...

OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


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MERAVIGLIE


1) sentirsi dire, a freddo, da un Amica:
Per fortuna non ne esistono molti come te...
perchè altrimenti non ti si potrebbe apprezzare.

e commuoversi
2) Anche oggi aver aperto gli occhi per svegliarmi in questa giungla e con un gran sorriso aver dato inizio ad una nuova guerra ,
perchè quando il gioco si fa duro, i duri sorridono.....

3) fare l'amore con una persona speciale e sentire i brividi...poi avere la sua testa sulla tua pancia e accarezzargli i capelli!
4) ..quelle notti che sembrano non finire mai in compagnia dei due amici che contano di più, in cui la stanchezza non si fa sentire e allora per fermarti "qualcuno" si è inventato l'alba...
5) Perdere a DAMA ETILICA (vodke al posto delle pedine!)
6) La carbonara!





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Saturday, October 09, 2004 - ore 15:08


Quanto pesa un metro cubo d’acqua?
(categoria: " Accadde Domani ")


No, no, non preoccuparti di rispondere esattamente. Basta che ci mettiamo d’accordo.

Un metro cubo d’acqua? Mille chili, una tonnellata. Una tonnellata va bene? Le frane le misurano a metri cubi. Il metro cubo è l’unica cosa che resta fissa, perché poi la densità, e il peso, cambiano. Allora bisogna prendere quest’unità di misura, l’unica cosa abbastanza certa, bisogna prendere i numeri, però poi bisogna metterli vicino alle cose, ai nomi, per vedere se scatta qualcosa.

Un nome: Stava.Ti dice niente? Val di Stava, una conca tra Bolzano e Trento. In cima alla Val di Stava, lassù in alto, c’era una diga di terra e dietro c’erano i fanghi, gli scarichi di una miniera Montedison. Dopo che è piovuto un bel po’, il 18 luglio 1985 la diga non ce la fa più: scoppia. Tutto quello che c’è dietro alla diga, 450.000 metri cubi di fango, va giù a spazzare via dalla faccia della terra il paese di Stava e una fetta del paese vicino, Tesero. Duecentosessantotto morti. Quattrocentocinquantamila metri cubi.

Un altro nome: Valtellina. Stesso mese, luglio. Però del 1987. La frana della Valtellina è più grossa di quella della Val di Stava, è parecchio più grossa, cento volte più grossa: 45 milioni di metri cubi di montagna cascano in fondo alla Valtellina a fare uno schizzo lungo due chilometri che cambia la geografia della valle. Quarantacinque milioni di metri cubi.

E allora un altro nome: Vajont. Ti dice niente Vajont? 9 ottobre 1963. Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia. Duecentosessanta milioni di metri cubi.

Vuol dire quasi sei volte più della Valtellina. Vuol dire seicento volte più grande della frana della Val di Stava. Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga: solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.

Duemila i morti. La storia della diga del Vajont, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse con l’olocausto di duemila vittime.

Come si fa a capire un fatto come questo? Capire che peso ha avuto, che peso ha? Dove va a cadere il peso di certi avvenimenti? Che pressione fanno sulla morale delle persone, come incidono sui comportamenti di una comunità, nelle scelte di un popolo? Quale clima raddensano in un paese?…”

………Gli inviati speciali sul luogo della sciagura sono i giornalisti più importanti del paese. Arrivano la notte stessa, quasi mattina, spaventati come formiche sotto la diga, perché non è mica facile anche solo arrivarci, non è facile anche solo capir dove sei... E' solo fango qua... Non sanno neanche più dove mettere i piedi, perché gli tiran sassi, anche, ai giornalisti... "Via de qua! State pestando la mia casa!". "Via coi piedi che gh’è i morti a cavar su... ". E in mezzo a questi signori ce n’è uno di Belluno, e la diga è là, sul confine tra il Veneto e il Friuli, allora per questo signore è diverso... La storia, lui che è di Belluno, la sente più degli altri. E scrive, ispirato, sul suo giornale:

Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.

Dino Buzzati, è lui lo scrittore, sul "Corriere della Sera", venerdì 11 ottobre 1963. La diga del Vajont era ed è un capolavoro.

Era ed è? Come sarebbe "era ed è"? Sì, per forza! Perché la diga del Vajont non era crollata come pareva al primo momento. No, figurati! Era là, ben salda. Come ha detto Buzzati…”.

DA “IL RACCONTO DEL VAJONT “ Garzanti 1997, pp.7-13
di Marco Paolini e Gabriele Vacis




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