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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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Wednesday, October 20, 2004 - ore 09:41


IL CANTO DELLE OMBRE
(categoria: " Poesia ")


Quella dei Crepuscolari è la prima corrente letteraria vera e propria del '900 italiano, così chiamata perché autrice di una poesia più affine alle tenebre che non alla luce del sole. La vita non è intesa come un'esperienza da fare ma come una malattia con cui bisogna convivere con rassegnata tristezza. Di essa sottolinea, infatti, gli aspetti più squallidi, dimessi e miseri rinunciando ai canti "alti" per una poesia piena di zone d'ombra e trascoloramenti. Discende dall'opera intimista di Verlaine, che identificava nella grigia malinconia di un lento consumarsi la propria esistenza, e dalla serie di poeti che gli succedono: Maeterklink ecc. fino al Pascoli chiuso e quotidiano che proprio della quotidianità aveva fatto materia poetica. Anche dal punto di vista formale le opere si adeguano a questa tendenza: il verso è despoetizzato dall'uso insistente di una terminologia familiare, il ritmo dei versi è più discorsivo. Sono il contraltare di D'Annunzio, celebratore delle gioie della vita e delle aspirazioni umane all'ennesima potenza; al suo mondo rutilante di chiacchiere, feste e risate felici i Crepuscolari oppongono tutto il loro dolore. Non danno responsi o massime ma sottolineano l'impossibilità di avere certezze; Montale scrive in "Non chiederci la parola": "non domandarci la formula che mondi possa aprirti...possiamo dirti ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...". La demitizzazione del poeta trova l'apice della sua agonia che terminerà ad opera dei Futuristi che scalzeranno la tradizione decretandola morta, giungendo a negare la stessa "esistenza"dei poeti.
Il più autorevole esponente dei Crepuscolari è Guido Gozzano (Torino, 1883-1916) che mantiene nella forma una certa classicità eppure la intacca. La sua metrica è perfetta, eppure non è di un sonetto classico che si tratta ma di tutt'altra musica. Egli si distacca sotto un certo punto di vista dalla corrente perché talmente conscio della propria nullità, dell'impossibilità di essere qualcuno o anche solo qualcosa, si abbandona ad un gioco di simulazione e finzione ("...sorrido e guardo vivere me stesso") pregno di ironia, l'ironia di chi sa, e in questo sta la sua diversità rispetto agli altri compiaciuti e lacrimevoli poeti contemporanei. Alla fine di questo crudele gioco è impossibile scernere la realtà delle "maschere", il sorriso dal pianto, la verità dalla menzogna, e l'uomo ne è inevitabilmente distrutto.
La sofferenza per la vita umana è meglio espressa emotivamente ma non tecnicamente e poeticamente da Sergio Corazzini (Roma, 1886-1907). Malato di tisi come quasi tutti i suoi familiari, ebbe una vita breve ma intensa, morì poco più che ventenne dopo aver fondato un giornale, "Cronache latine", e aver dato alle stampe alcune raccolte di poesie: "Le dolcezze", "L'amaro calice", "Piccolo libro inutile", "Libro per la sera della domenica". La breve vicenda terrena si riflette dolorosamente nella sua opera. Anch'egli, come il Gozzano, predilesse i temi umili del quotidiano con una particolare attenzione per le "piccole cose di pessimo gusto". Il suo mondo è circoscritto, privo di una prospettiva slegata dalla sua personale esperienza di "angoscia del vivere". La rinuncia alla vita, a qualsiasi ideale, ad ogni aspirazione atta a rendere più interessante l'esistenza, è totale. Corazzini sa solo morire e nega la sua stessa figura di poeta. Il rapporto col mondo si riduce dunque ad una desolata e rassegnata tristezza ravvivata, talvolta, da qualche lampo di tiepida ironia. Come ha scritto il critico letterario Petronio "tutto il mondo della sua arte consiste nel carezzare il proprio dolore e la propria umiltà ed insistervi sopra con un compiacimento morboso e quasi maligno, e compatirsi così: con una voce sottile che ogni tanto si incrina e si rompe".
GIACOMO

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