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Tuesday, November 09, 2004 - ore 09:29


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(categoria: " Riflessioni ")



Oggi la decisione dei professori sulla punizione ai cinque studenti responsabili dell'allagamento dell'istituto

LA SVOLTA DEI LICEALI DEL PARINI TRA RIMPROVERI E SENSI DI COLPA

Così un atto di teppismo ha messo in crisi gli adulti



di MICHELE SERRA
MILANO - Davanti al liceo classico Giuseppe Parini, lato via San Marco, l'icona più notevole è quella di un signore elegante che, su un cartellone pubblicitario grande come una basilica, traccia sulla sabbia un cerchio giottesco: prima pietra del "tuo" istituto di credito. Il gigante in abito blu è la sola autorità manifesta, in un sonnacchioso pomeriggio milanese, nel quartiere più caro e più snob di Milano. Il resto, anche sulla facciata del Parini (lato via Goito) è il solito vertiginoso inseguirsi di graffiti sui muri, indecifrabile e mugugnante, misterioso e insultante.

Dentro la scuola si fanno i turni che tocca fare, maledizione, dopo il famoso caso dei rubinetti e dei pentimenti, e il giornalista che osserva pensieroso la facciata, le finestre, l'entrata e l'uscita di professori e ragazzi, si sente abbastanza pirla, dunque piuttosto in tono con una vicenda che avrebbe dovuto e potuto essere solamente grave, e invece è diventata via via imbarazzante, e in qualche caso ridicola.

Via via che gli adulti, che di quel fatto grave avrebbero dovuto essere giudici e al tempo stesso tutori dei colpevoli, l'hanno nervosamente aggrovigliato, quasi rubando la scena ai ragazzi, e agitando i loro esagerati sensi di colpa di educatori indegni, di genitori distratti, di controllori incapaci.

Il genitore Sergio, per esempio, racconta di "non avere dormito la notte perché anche mia figlia frequentava quel gruppo, e non mi sono accorto che era un gruppo a rischio". Ma a domanda risponde, quasi ridendo per il sollievo, che non saprebbe esattamente descrivere "un gruppo a rischio", se non a frittata fatta. E altri genitori, come la madre Anna, che "quei ragazzi" li ha visti per mesi in casa sua, e li conosce bene, li descrivono, anche nei difetti, come adolescenti tipici, attraversati dalle fisiologiche crisi di identità di quell'età, in lite prima di tutto con se stessi, magari prevedibili nel ruolo del ragazzo che sbanda e si introna di spinelli, ma imprevedibili (è ovvio) come distruttori di un liceo.


Dalle infinite chiacchiere sull'argomento, alcune con i protagonisti diretti, genitori e compagni di scuola degli allagatori, traggo la netta impressione che l'eccesso di emotività nelle reazioni adulte sia (finalmente!) messo sotto accusa. "E' come se avessimo buttato benzina sul fuoco - sostiene Marco, un altro genitore - , o per meglio dire altra acqua sul pavimento? Compresi quei presidi che hanno dato interviste ai giornali tranciando giudizi molto leggeri. Non dico che i panni sporchi si lavano in famiglia, ma penso che una sbrigativa, severa compostezza sarebbe stata molto preferibile a questo interminabile psicodramma mediatico. I ragazzi si aspettano da noi un giudizio su loro stessi, non una seduta di autocoscienza su noi stessi".

La sola opinione unanimemente positiva è sui carabinieri di via Moscova, unico volto adulto della vicenda che abbia parlato e agito da adulto. "I carabinieri hanno saputo tutto quasi subito, già di lunedì - racconta il padre di uno dei rei confessi - Cognomi e nomi, conosciuti attraverso le velocissime dicerie che percorrevano Milano in lungo e in largo. Ma hanno preferito aspettare che fossero le famiglie a farsi avanti, contando sul fatto che, su cinque, almeno una sarebbe riuscita a raccogliere la confessione del figlio".

Tanto per dire quanto opinabile e frettolosa sia la sociologia a serramanico della quale si è fatto ampio uso per scardinare il "caso Parini", le cinque famiglie coinvolte sono le più diverse: di destra e di sinistra, quattro su cinque apparentemente unite e solide, due dai princìpi robusti e dall'educazione formalmente severa, una sola poco abbiente, le altre da benestanti a ricche. Perfino il gossip arretra di fronte all'impossibile etichettatura degli ambienti di provenienza, e si assesta attorno a un quasi corale "sono famiglie normalissime, sono i nostri figli" che vorrebbe essere rassicurante e al contrario alimenta l'ansia: potrebbe succedere a chiunque, allora?

A chiunque abbia figli adolescenti, che si affacciano, chi più chi meno, sul cono d'ombra del rischio esistenziale, della bravata sperimentale, dell'azzardo incosciente. "In una cena di pochi giorni fa - racconta sempre il genitore Marco - una decina di cinquantenni milanesi, tutti professionisti stimati e quasi probi, di diversa estrazione sociale, si raccontavano (e io a loro), ancora con un brivido di sgomento, i rischi corsi (e fatti correre) durante la loro adolescenza: sassate alle macchine, carta incendiata dentro la tromba dell'ascensore, colpi di fionda contro i passanti, piccoli gesti insani e detestabili che solo il caso ha aiutato a non degenerare, a non diventare crimini, a non finire sui giornali". C'è l'angelo custode, dicevano i nostri vecchi, oppure c'è la fortuna, o il colpo di paura che ti aiuta a tirarti indietro appena in tempo.

"Tutti, nessuno escluso - continua Marco - ci siamo detti che, all'epoca, in caso di conseguenze gravi, saremmo stati rassegnati a una punizione severa, e a morire di vergogna, ma avremmo anche desiderato che qualcuno, ovviamente i genitori, ci mettesse poi una mano sulla spalla e ci dicesse "non sei un criminale, sei solo un pirla di quindici anni, ora pagherai per quello che hai fatto ma dopo tutto tornerà normale". Perché questo dovrebbe essere una punizione, no?, un prezzo che si paga proprio per avere il diritto, dopo, di rialzare lo sguardo a conti saldati".

Quale punizione più "esemplare" di quella che già tocca ai cinque ragazzi? Avranno un processo penale. Sessantamila euro da risarcire per ogni famiglia. Sputtanati, giustamente, davanti a tutti compagni di scuola. "Soli di fronte alla gigantesca idiozia che hanno fatto", mi dice ancora il padre di uno dei colpevoli. Probabilmente sospesi - il Consiglio di istituto deciderà stamattina - con il massimo della pena, che è comunque inferiore a quella auspicata, in una triste lettera, da venti professori pariniani alla ricerca di compensazioni punitive, "forse per risarcire se stessi dell'onta che il Parini è stato semidistrutto da cinque loro alunni, mica da alieni", commenta una ragazza di terza liceo. E poi c'è il rifiuto da altri licei classici pubblici, e questa davvero non si era mai sentita, che la scuola pubblica possa scegliersi gli alunni più gratificanti anziché gratificarsi di essere la scuola di tutti.

Mentre l'eccesso di emotività accenna finalmente a placarsi, tra genitori e insegnanti del Parini forse si sta facendo strada l'idea, salutare, "che i cinque abbiano fatto una gigantesca cazzata - dice sempre Marco - che vadano severamente puniti, e che la cosa più giusta, dopo, sia farli tornare, se lo chiedono, nella stessa scuola che hanno offeso, rimettersi alla prova". "Se fosse capitato a me - aggiunge Luigi, prima liceo - penso che la punizione più severa sarebbe tornare al Parini".

Forse, anzi sicuramente, lo sbandamento dimostrato dal mondo adulto, oscillante tra una vanitosa smania di perfezionismo e il crollo nervoso quando ci si accorge che i figli sono imperfetti, ha ricevuto dal piccolo grande dramma del Parini una lezione salutare: no, i figli non sono perfetti, i genitori nemmeno, la scuola men che meno, perfino una buona scuola come il Parini. La fatica, ben più improba e costosa della ristrutturazione di un liceo allagato, è gestire l'imperfezione, accettarla, e magari scoprire che severità e serenità non si escludono, e sono quasi anagrammabili. Qualcuno dovrà pure sorridere ai cattivi ragazzi della "banda", così come hanno fatto, per adesso, solo i carabinieri mentre scrivevano i loro verbali che porteranno i cinque diritti alla condanna.



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