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Thursday, November 11, 2004 - ore 12:38


san precario
(categoria: " Riflessioni ")


Chi intervista San Precario?
Pierluigi Sullo
Non dirò che, mentre una città irachena viene trattata da un esercito nemico alla maniera in cui furono trattate Guernica, Dresda, Coventry e Stalingrado, versare tanto inchiostro su una faccenda che è passata alla cronaca come "esproprio proletario", è una perdita di tempo. Se se ne discute tanto, una ragione - anzi più ragioni - ci sono, evidentemente. Quindi, dopo aver a lungo discusso - qui in redazione - con i nostri compagni, che avevano opinioni varie, e dopo aver letto molta roba soprattutto sui giornali di sinistra, cercherò di dire qui che opinione mi sono formato, per quel che vale [e vale solo per uno].
Che il ministro degli interni, Pisanu, convochi un vertice sulle "tre emergenze", la camorra a Napoli, le bombe carta a Milano e, appunto, l'"esproprio" a Roma, è una tale farsa che non varebbe la pena di dedicarci nemmeno un minuto, non fosse che suona come un avvertimento: ogni illegalità, di qualunque genere, verrà iscritta d'ufficio nella categoria della "criminalità", se va bene, del "terrorismo", se ve n'è l'opportunità. Dico questo non per proiettare il film, ormai logoro, della "repressione", ma perché coloro che praticano forme di disobbedienza o conflitto che rasentano il limite che le leggi impongono [ed è spesso un limite molto stretto, dato che "legalità" e "giustizia" com'è noto non coincidono automaticamente] devono sapere in che ambito agiscono.
Ognuno può tenerne conto o no, può cercare di far sì che scelte di questo tipo siano largamente condivise, nell'ambito sociale o culturale di riferimento o anche in altri, o può scegliere l'azione esemplare, isolata, fidando che poi, tanto, gli altri seguiranno o dovranno schierarsi contro la repressione, appunto, approvando di fatto ex post quel che è avvenuto: è cosa che riguarda la coscienza e lo stile di ciascuno. Si può non esser d'accordo - per molti motivi - con un certo avanguardismo, oppure sì: suggerirei, comunque, di non decidere, nell'un caso e nell'altro, che chi la pensa diversamente è un traditore o un nemico. Ma su questo torno poi.
Ho letto - dicevo - tutto quel che è uscito sui giornali, specie quelli di sinistra. E anche qui mi sono rafforzato nella convinzione che un certo uso dei media [che fatalmente si converte in uso da parte dei media], per esempio nel mettere in scena un'azione diretta contro la spoliazione dei redditi, si coniuga con l'irresistibile necessità, da parte dei commentatori di sinistra, di mettere le brache al mondo, e questa miscela produce incomprensione e schematismo. Apprezzo l'onestà intellettuale e la franchezza di chi, come ad esempio Piero Sansonetti su Liberazione e Loris Campetti sul manifesto, dicono "non sono d'accordo". Non apprezzo invece che in generale questo episodio venga adoperato variamente per: a] giocare il gioco tutto politicista [e di politicismo, anzi di politica novecentesca, che è un concetto più serio, c'è n'è in abbondanza anche nel "movimento", perché nessuno vive dietro paratie stagne] di descrivere la geografia di gruppi, gruppetti e partiti, e il loro relativo "posizionamento", sempre nei confronti del problema del governo [o potere]; b] dedurne la "frantumazione", "crisi" o sinonimi, di quel aggregato inventato che è il "movimento noglobal" [e vorrei chiedere, con umiltà, a Cosimo Rossi, del manifesto, di spiegarmi cosa intende per "social forum", quelli che sarebbero stati "abbandonati a se stessi" da "una parte dei movimenti", "a causa di certa loro insipienza paralizzante": per me questa è una lingua incomprensibile, non so letteralmente di cosa si stia parlando, salvo sospettare che "insipienza" sia un'arma a doppio taglio].
Cosa in effetti è accaduto, sabato scorso? Per quel che ho capito, parlando a lungo con alcuni di coloro che quella giornata avevano promosso, è accaduto che per la prima volta, nella storia di questo paese, nelle strade della capitale politica [avviene già a Milano da qualche anno], si sia manifestata una generazione che le politiche "di destra" e anche "di sinistra", oltre che quelle sindacali [anche se ora la Cgil chiede l'abolizione della legge 30], hanno condannato a una precarietà di vita generalizzata, grazie a quel paradigma liberista che prescrive, ai fini della competitività, la massima flessibilità del lavoro. E che ha dunque diffuso in tutta la società quel che nella lingua di legno dell'economicismo di sinistra si chiama la "produzione di valore". Questo è il punto: sinistre e sindacati, prima di discettare e giudicare, dovrebbero cercare uno specchio per guardarsi e vergognarsi, non fosse che buone porzioni di queste sinistre e sindacati pensano che, in effetti, quel paradigma è giusto e ragionevole.
Quella generazione, che si organizza in reti di precariato e altre forme, molto diverse da quelle che poltiici e sindacalisti di sinistra hanno conosciuto in passato, si è manifestata adoperando simboli, linguaggi e forme di lotta estremamente innovative. Perché non ho letto, sui giornali di sinistra, nessun articolo su San Precario, qualche raffinata analisi di questo simbolo tantro efficace? Un tentativo, in verità, l'ha fatto Liberazione, fornendo un "glossario" divertente: ma è troppo poco. Dico la verità: anche se Carta è nata proprio per uscire dal linguaggio stereotipato della sinistra, e per raccogliere, mostrare, far circolare i nuovi linguaggi [e non esiste naturalmente solo quello dei devoti di San Precario, ma decine di altri, perché appunto non stiamo parlando di "un movimento", ma di una società civile più o meno organizzata e molto varia], noi stessi facciamo fatica a star dietro alla produzione di nuove parole, da "precog" a "flexicurity", per dire.
E' successo anche che, nell'ambito di questa produzione simbolica e pratica di conflitto, e di tentativo di creare qui e ora nuove condizioni di vita [vero e unico tratto comune del "movimento", che invece sulla diplomazia geopolitica fa una fatica terribile, dato che non è, ripeto, un movimento "politico", ma sociale], si sia fatto quel che in molte altre occasioni, e in diverse città, si era tentato: invadere un centro commerciale e trattare una riduzione - simbolica perché riguardava quel supermercato e quel momento - dei prezzi di una serie di beni. Così che si potesse mettere in comune, con pensionati o lavoratori che fanno fatica a sbarcare il lunario, il problema della precarietà di vita. Anche qui, si può discutere, come dice Campetti, se questo problema vada aggredito dal lato della produzione o da quello del consumo: quel che è certo, è che diversi pezzi di società [i lavoratori dipendenti classici e quelli precari, o le famiglie dei Gruppi di acquisto solidale, o i contadini che si ribellano alle reti di distribuzione e al dominio delle multinazionali sulle loro coltivazioni, o gli stessi centri sociali che organizzano ristoranti e gruppi d'acquisto, e gli eccetera sono infiniti] agiscono su un alto e insieme sull'altro. Se si parlassero di più, sarebbe meglio. E l'adesione della Fiom alla manifestazione dei precari, sebbene a sua volta solo simbolica, potrebbe essere un'apertura di discorso [era già accaduto alla Mayday di Milano, quest'anno].
La cosa non è andata per il verso giusto. C'era molta gente, e molti clienti del supermercato, che non si sono fermati al confine che era stato tracciato: otteniamo uno sconto enorme e simbolico e facciamone un discorso. Hanno cominciato, in un gran disordine, a prendere quel che potevano. E' seguito il tentativo, da parte degli organizzatori della cosa, di fermare i carrelli avviati all'uscita, poi di redistribuire la roba, poi di ri-trattare con la direzione del supermercato...
Sul perché le intenzioni siano state travolte da quel che è accaduto, il dibattito è aperto, specialmente tra coloro che hanno organizzato le azioni. E' una domanda che - lo dico con rispetto - si dovrebbero fare molto seriamente. Perché, per quanto controversa possa essere la questione della nonviolenza, mi pare di poter dire che in tutto questo non c'era alcun intento aggressivo, e in ogni modo le azioni dirette, specialmente se rischiose, hanno bisogno di molta preparazione, molta condivisione tra chi le fa, molto dibattito sul loro senso e il limite che ci si dà. Ma, è sicuro, il '77 non c'entra nulla, come il '68, o qualunque altra stagione di movimenti. Putroppo, il messaggio che è venuto da quelle azioni è stato molto facilmente utilizzato dai media e dalla politica [perciò dico che la riflessione su quel che è accaduto è necessaria, perché i media ti divorano, se non li sai tenere a bada]. Dopo di che, è capitato sempre, da Genova in poi, quelli che appaiono sono gli utilizzatori, per scopi tutti "politici", degli avvenimenti. Nessuno ha intervistato San Precario.
Conclusione del mio modesto [e troppo lungo] ragionamento: siamo in un altro paradigma sociale e, di conseguenza, della democrazia. Che si esprime, dal basso, in forme nuove. E che tende a creare fatti compiuti positivi: se poi ci riesca o meno, dipende da molti fattori, interni ed esterni alle reti in movimento. Se è così, il punto basilare è come annodare fili tra parti diverse della società. Il che presuppone una comunicazione - in tutti i sensi della parola - efficace, diretta e veritiera. Questo richiede pazienza e disponibilità all'ascolto. Altrimenti, saremo sezionati in singoli movimenti - ciascuno dei quali da sé è insufficiente allo scopo - e ridotti al silenzio, o sovradeterminati da una politica che, per quanto illusoriamente, crede ancora di poter comandare sulla società. Chi progetta una azione diretta in un supermercato deve sapere che ha una reponsabilità anche oltre se stesso.

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