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Friday, November 12, 2004 - ore 08:57


Hardcore / Minor Threat vol. 3
(categoria: " Musica e Canzoni ")


In My Eyes è un Ep del 1981, con 4 brani, per 7 minuti. La comprensione di questo secondo atto, uscito quando il gruppo si era già sciolto, sta tutta nella lunghezza dei brani (doppia): ciò corrisponderà a una dimensione "post" che tuttavia si configura più come un naturale proseguimento che come un tradimento o cambio di rotta. I Minor Threat infatti, fin dai testi, non hanno mai avuto il nichilismo reazionario dei Circle Jerks, ad esempio: niente minacce, niente sadismo, niente rivoluzioni. In loro, insomma, la dimensione punk (nel senso storico del termine) è del tutto soffocata. E per questo sono eminentemente hardcore. I testi e i loro titoli partono già dal nichilismo e si propongono come una meditazione su di esso o come una sua inevitabile sopportazione. Da qui la scelta di vivere una vita che pur, per la sua inautenticità, si sente come una non-vita: è la presa d'atto di un'inevitabilità, è il dovere di vivere perché tanto non serve a nulla il contrario. E ciò senza compiacimento. Il fatto è che il non-punk del primo Ep era hardcore, il non-punk successivo sarà l'inizio della lunga strada verso il "post-hardcore".
"In My Eyes" dimostra come il gruppo tecnicamente sia migliorato. È un brano (sintomatico dell'Ep tutto) metà hardcore, metà riflessione sull'hardcore, nel ritornello "canzonatura" (e per questo orecchiabile: per essere strafottente). Questi Minor Threat sono tra i Dead Kennedys, i Descendents e i Minutemen: hanno lo spirito adolescenziale e il fascino commovente dei primi (il concetto del giovane a cui si permette tutto per via dell'età e del quale ci si stupisce quando si vede che con il passare del tempo non cambia, anzi inasprisce il proprio sentimento); la strafottenza dei secondi; l'arte-jazz dei terzi. Questi Minor Threat hanno in più i Minutemen.
"Out of step" è un hardcore zeppo di melodia volutamente infantile: l'assolo di chitarra, la melodia sono già non-hardcore; la violenza dell'esecuzione, la voce al limite, il finale urlato rimangono nell'ortodossia del genere.
"Guilty of being white" è uno dei brani più violenti del gruppo, e uno dei più Black Flag: per l'urlo iniziale, l'incedere corale, gli echi, il petulare di ogni strumento che sembra come voler a ogni secondo cambiar tempo o esplodere. In un'apparente confusione e anarchia, l'evidenza di ogni singolo strumento è massima (da qui la grandezza del gruppo).

Nel 1983, i Minor Threat si riformano e registrano il loro primo album, Out of Step: 8 brani, 17 minuti: è la prosecuzione del discorso. "Betray" potrebbe benissimo essere un brano dei Fugazi; ve ne sono tutti gli elementi: l'apocalisse adolescenziale, il simbolismo, il primigenio, gli strumenti (rigorosamente quelli rock) che suonano tra rock n' roll e ensemble cameristico, la voce di MacKaye tra una nenia atea e una filastrocca così atavica da considerarsi extraterrestre; la melodia infine, sempre caldeggiata, ma mai abbracciata totalmente, così da rendere ancor più lancinante il senso di disagio, alienazione, nevrosi. Per il genere, un capolavoro. E il genere non è l'hardcore.
"It follows" ritorna, a modo suo, alle cantilene punk, quelle con i coretti: ma lo fa in modo così deformato e tecnicamente perfetto quanto variegato da spogliarli dell'essenza (la goliardia). Finisce con un tenue fischio più zombie che cowboy: come dire che quando il malessere è interiore pesa maggiormente di quello esteriore, che diventa anzi come ingenuità (anche il look del gruppo segue questa linea: semplici vestiti trascurati, pantaloni strappati, camice, felpe: come tutti, niente più; come il look, così la musica, proprio per questa eterna normalità, rimarranno sempre attuali: come a dire che l'indifferenza è la verità).
"Think again" cambia ancora le forme di regole che sono pienamente quelle Fugazi: un altro capolavoro, fatto di passaggi basso-batteria da conservatorio, chitarre oscure e roventi per rinsaldare il tutto, battezzato da una voce coinvolgente tanto nelle strofe, mitragliate alla velocità della luce, come nei ritornelli, dove la melodia è raggiunta in extremis, a fine parola, come trascurata, come di sfuggita: e raffinatissimamente. Il finale poi è lasciato all'intervento di un basso che finisce per fare lo strumento solista con la chitarra che l'accompagna. E questo sarà nei Fugazi: sezione ritmica protagonista, chitarre a delineare i contorni dell'emergere vocalico.
"Look back and laugh", nella sua sofisticatezza primitiva, nel suo nucleare preistorico, conferma il fatto che questo è il migliore lavoro dei Minor Threat e il lavoro fondante per i Fugazi: conferma però anche che questo lavoro non è hardcore: essendo molto più evoluto, colto, complesso, concettuale. Non la chitarra elettrica che suona Mozart, ma Mozart che suona la chitarra elettrica. A brani come quelli di quest'album si ispireranno un po' tutti: e ne avranno tutte le ragioni. Dopo aver fatto ri-nascere, o approdare al suo stato definitivo e in parte invalicabile l'hardcore, i Minor Threat dettano le regole anche per il "post".
"Sob story" è un arrembaggio che va a scavare di nuovo (vedi il ritornello spastico) in certa demenzialità punk, per mostrare che fagocita anch'essa una seriosità espressione del tragico dell'esistere. Tragedia senza pubblico e tanto più disperata, dunque, perché non può né mostrarsi né così sfogarsi.
"No reason" presenta subito una sezione ritmica antitetica all'hardcore e vicina al jazz: la chitarra rimane l'unico baluardo del genere, e la voce di MacKaye è come se sciogliesse i suoi messaggeri di saggezza (basso e batteria: l'arte post-hardcore) chiamandoli alla carica con chitarre e voci delle più rumorose e potenti (l'hardcore, che fondamentalmente è questione esistenziale).
"Little friend" distende subito un tappeto che potrebbe essere, salvo gli eccessi d'accompagnamento di basso e batteria, hardcore, ma la chitarra rimane a cantare sparutamente (non accompagnata: la sezione ritmica prosegue la sua strada spietatamente) per quanto a più non posso, come una sirena tra le conflagrazioni cosmiche. L'urlo del cantante le dà manforte, ma come per spingerla al soffocamento.
"Out of step" ripropone, eleggendolo a manifesto, il brano del secondo Ep: ancora strati di basso e batteria, in un campo di battaglia parallelamente condiviso dalla chitarra e dalla voce, che ora mitragliano sino alla incomprensibilità e ora, ma sempre violentemente, sembrano indugiare in qualche aria più riflessiva.

Nel 1985 esce l'Ep Salad Days, che raccoglie tre brani registrati nel dicembre '83. "Salad days" inizia con bassi che promettono molto, ma continua con un hardcore mediocre né pieno né post; frammisti interventi acustici e gong. Il salto verso la dimensione Fugazi è ancora in parte prematuro.
"Good guys don't wear white" è un riadattamento dai Count Bishops (Inghilterra, 1977), più chiaro l'intento di raggiungere la dimensione-Fugazi; con una cover MacKaye può più agevolmente sperimentare sull'estetica dell'operazione.
"Stumped" è il capolavoro dell'Ep e un brano pienamente Fugazi. Incredibilmente evoluto per l'epoca (la media dell'epoca almeno): in una miniatura di un minuto e mezzo, riesce a dilatare i confini temporali per infondere effetti potenti e sincopati, eppur cameristici; la voce di MacKaye è come di chi ha vissuto molto e molto forte e ora può usare questo grande margine per confidarsi in una surrealistica armonia, lontana tanto dalla retorica quanto dal pop. Complesso quanto un garage-funk, questo pezzo (che molto deve al Pop Group, ma anche ai Clash) raggiunge la perfezione nella resa emotiva, concettuale ed estetica. Sembra una canzonetta, per l'incedere rocambolesco ed il tono non-curante, ma è un gioiello di calibrate architetture armoniche, melodiche e ritmiche.

La Complete Discography uscita nel 1988, oltre a tutto quanto su esposto, regala un paio di inediti fra cui una cover degli Wire ("12XU": e si noti cosa fanno i Minor Threat del garage-punk inglese, considerato un punto di riferimento dell'hardcore) e il capolavoro "Cashing In" (oltre tre minuti). Questo brano dice gran parte di ciò che sapranno dire non solo i Fugazi, ma anche gruppi come i Faith No More. Tralascia la trascinante tragicità di "Stumped" per un insieme di trovate dove una melodia tra il toccante (per l'amara autodistruzione) e il sarcastico (per la voluta ignoranza) convive con sofisticate evoluzioni strumentali: ancora hardcore e jazz, con un filo di punk melodico. Finisce, dopo una sublime coda strumentale, surrealisticamente e metafisicamente a cappella.
A parte i Fugazi (e non è poco...), dai Minor Threat non si originerà più nulla di apprezzabile. La diaspora nel 1983 porterà a un albero genealogico intricato e caratterizzato da una sorta di gelosia reciproca che porterà in pratica ciascun membro-fondatore del gruppo a prendere parte ai progetti riguardanti di volta in volta i singoli con altre "famiglie". In particolare, MacKaye vorrà essere onnipresente, come per proteggere o comandare i propri figli.
La ristretta comunità hardcore mostra così le sue possibilità di estendersi a macchia d'olio tra gruppi più o meno limitrofi, ma perde al contempo - fermo restando questo humus di conoscenze comunque un cemento importante - la propria ragione artistica fondativa, che, nel caso dei Minor Threat, verrà ritrovata solo nei Fugazi.
I Dag Nasty (1985-89) dovrebbero essere la più immediata continuazione del progetto Minor Threat. Vi prende parte attiva, come chitarrista, Brian Baker; MacKaye si occuperà della produzione, Nelson della grafica. Ma si tratta soltanto di un insipido, inutile, brutto neo-hardcore. Baker sarà nel periodo più mediocre dei Meatmen, e infine in quello ancora più mediocre dei Bad Religion (1995-2002), tentando di sostituire Brett Gurewitz..

Nelson sarà negli High Back Chairs (1989-1993).
Lyle Preslar sarà prima con Baker nei Meatmen, poi nel primo album dei metal-hardcore Samhain (1983-1990), l'incredibile band di Glenn Danzig post-Misfits.
Mackaye, sempre a Washington, darà vita agli Embrace (1985-86), quindi ai Fugazi (dal 1987).

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