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venerdì 21 gennaio 2005 - ore 21:46
Castelli di rabbia
(categoria: " Riflessioni ")
finalmente, un post dedicato al libro di Baricco...

Mi scuso con tutti coloro che visitano il mio blog per la lunga assenza dovuta a problemi tecnici - la navigazione su Spritz si rivela sempre più lenta e pesante; questa che segue non è una recensione vera e propria del romanzo di Alessandro
Baricco. Non ho mai recensito un libro finora, e il timore di condizionare la lettura altrui (rivelandone i punti chiave) è sempre
in agguato; in più non conosco abbastanza l'autore, e non posso trarre conclusioni sul suo pensiero oppure fare confronti con i suoi successivi lavori (ho letto solo "Seta" e non l'ho trovato particolarmente avvincente). Invito quindi sin da ora tutti coloro che hanno un background più solido del mio (come Anna e ZorroBobo) a lasciare commenti...

Non mi dilungherò in note biografiche sullo scrittore, visto che, oltre ad essere un personaggio che ha sempre goduto di una buona esposizione mediatica, esistono diversi siti (il più interessante che ho trovato è www.oceanomare.com) che le contengono. Quali sono dunque i
pro e i
contro di Castelli di Rabbia? E perché è intitolato così? All'apparenza criptico, il titolo svela subito qual è il motore delle vicende narrate: il sogno (di 'rabbia' appunto perché c'è un trionfo della routine, della tradizione, della mediocrità); si avverte che Baricco SA scrivere, e alterna sapientemente differenti stili, seppure alcune parti ripetitive rendano un po'noiosa e meno scorrevole la lettura. Già: alla fine di questo libro, che ho letto per due volte, ho avuto la netta sensazione che lo stile trionfi sulla sostanza: la trama è esile, le vicende sono surreali (Quinnipak è un luogo inventato, e il tutto si svolge in un tempo lontano, nel
diciannovesimo secolo). Colpiscono subito alcuni personaggi: i
coniugi Dann e Jun
Rail, Mormy (il figlio di Rail avuto da un'avventura con un'altra donna), Pekisch, Pehnt (che annota ogni giorno in un quaderno
ciò che impara), la vedova Abegg, il vecchio Andersson.

Da una parte c'è una spinta verso il futuro (la locomotiva di Rail – il cui cognome, neanche a farlo apposta, in italiano si traduce con 'rotaia' - il Crystal Palace, l'umanofono e il coro sperimentale di Pekisch), dall'altra la tradizione (Andersson, ma anche Pehnt nelle lettere che si trovano verso la fine del libro, che rappresentano secondo me uno dei punti più alti dell'intera narrazione). Stranissima la relazione tra i signori Rail, a partire da com'è iniziata; è piuttosto ambiguo anche il modo in cui Jun si relaziona a Mormy quando lo vede da piccolo (immagina quanto sia bella sua madre) e quando cresce – ma cosa vuol dire la scena della masturbazione?
Ho una domanda per i fan: come può essere interpretato il fatto che sia la locomotiva di Rail che la nave su cui sarebbe partita Jun prima di conoscere Dann abbiano
entrambe nomi femminili? (iniziano tutti e due per E, Elisabeth ed Esther) Perché Dann dice alla moglie che "non moriranno mai"?
In conclusione, nel valutare questo libro (che, pubblicato nel 1991, ha vinto più di un premio letterario ed è distribuito in più Paesi) mi affranco da quella che è
l'opinione comune - ovvero "Baricco o lo si ama o lo si odia" - promuovendolo
con riserve. Non è un brutto libro, né un capolavoro.
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