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Monday, January 24, 2005 - ore 11:41
Samugheo. Una gran folla ha invaso le vie del centro per il raduno di maimone
(categoria: " Viaggi ")
Sfilano le maschere della tradizione
Mamutzones e Thurpos hanno inaugurato il Carnevale
Storie antiche che si ripetono. Riti, credenze e tradizioni popolari che si tramandano. Dai nonni ai più giovani: uomini forti che si colorano il volto di nero carbone. Saltano leggeri con il peso delle campane sulla schiena, indossano con orgoglio il copricapo cornuto. È il ritratto della fierezza, la sintesi e allo stesso tempo il simbolo delle vecchie consuetudini contadine. Ci sono i misteri delle campagne, i tratti più ambigui della superstizione. Sono le facce inquietanti dei Mamuthones di Mamoiada, la tristezza de Sa Fiuda di Orotelli, l'animo selvaggio degli Urthos e Buttudos di Fonni e lo sguardo zoomorfo de Su Bundu di Orani. La metafora del Carnevale sardo che, ieri pomeriggio, si è ripetuta nelle strade del centro storico di Samugheo, affollato come non mai. C'erano tutte le maschere della Barbagia che, come ogni anno, hanno partecipato al raduno regionale "A Maimone". Quest'anno in paese sono giunti anche dalla Slovenia. I Koranti di Lancova hanno la faccia di un bovino, arrivati a cacciare l'inverno e gli spiriti malvagi. Il suono ancestrale dei campanacci rimbomba nelle stradine del centro storico. È un frastuono da brivido: forte, impetuoso e travolgente. Irresistibile. Roberto Tatti, quindici anni appena compiuti, fa la faccia orgogliosa. Ha il sorriso pitturato di nero, ma non riesce a contenere l'entusiasmo. Per lui e per i suoi amici è quasi un privilegio indossare i panni antichi dei Mamutzones. La faccia più autentica dell'identità di Samugheo. «Bisogna mantenere viva la tradizione ? dice con la voce grossa - Mio nonno mi ha raccontato tutto, so bene cosa rappresenta questa maschera». E poi via, di nuovo a saltare, tra due ali di folla che applaude. Originale rappresentazione della vita nelle campagne nella rappresentazione dei Thurpos di Orotelli. Ci sono i buoi che trainano l'aratro e persino gli attrezzi del maniscalco. Poi le urla selvagge dei Thurpos: uomini barbari che si confrontano con una civilizzazione difficile da accettare. Gli atteggiamenti sono tipicamente animaleschi: si arrampicano sui muri, si aggrappano alle ringhiere delle case, invadono i balconi e si schiantano contro i cartelli stradali. Non bastano le frustate e una grossa catena al collo. L'animo incivile trionfa ancora e la gente si spaventa. La maschera più originale tra tutte è quella di Su Bundu di Orani. È l'unica realizzata artigianalmente in sughero: il volto ambiguo di uomo con le sembianze di un toro. È il contadino travestito da demone, con tanto di forcone in legno. La forza umana per cacciare il male. Il grano sparso nelle strade del paese è il giusto antidoto contro la maledizione, segno propizio per il lavoro nei campi. La gente balla al ritmo dei Tumbarinos di Gavoi. I turisti improvvisano un ballu tundu, qualcuno si fa colorare le guance di nero e alla fine foto di gruppo per tutti. Con tanto di copricapo taurino. Quando arrivano i Mamuthones di Mamoiada la gente non resiste. Tutti li aspettavano, a parte i bambini spaventati dai loro movimenti aggressivi. Volti scuri e lineamenti quasi paurosi. Eppure quasi tutti sperano di finire nel mirino degli Issocadores: è un buon segno, quasi un augurio. Un flash per immortalare il momento di una tradizione che dura da secoli. Nicola Pinna
24/01/2005
Storie antiche che si ripetono. Riti, credenze e tradizioni popolari che si tramandano. Dai nonni ai più giovani: uomini forti che si colorano il volto di nero carbone. Saltano leggeri con il peso delle campane sulla schiena, indossano con orgoglio il copricapo cornuto. È il ritratto della fierezza, la sintesi e allo stesso tempo il simbolo delle vecchie consuetudini contadine. Ci sono i misteri delle campagne, i tratti più ambigui della superstizione. Sono le facce inquietanti dei Mamuthones di Mamoiada, la tristezza de Sa Fiuda di Orotelli, l'animo selvaggio degli Urthos e Buttudos di Fonni e lo sguardo zoomorfo de Su Bundu di Orani. La metafora del Carnevale sardo che, ieri pomeriggio, si è ripetuta nelle strade del centro storico di Samugheo, affollato come non mai. C'erano tutte le maschere della Barbagia che, come ogni anno, hanno partecipato al raduno regionale "A Maimone". Quest'anno in paese sono giunti anche dalla Slovenia. I Koranti di Lancova hanno la faccia di un bovino, arrivati a cacciare l'inverno e gli spiriti malvagi. Il suono ancestrale dei campanacci rimbomba nelle stradine del centro storico. È un frastuono da brivido: forte, impetuoso e travolgente. Irresistibile. Roberto Tatti, quindici anni appena compiuti, fa la faccia orgogliosa. Ha il sorriso pitturato di nero, ma non riesce a contenere l'entusiasmo. Per lui e per i suoi amici è quasi un privilegio indossare i panni antichi dei Mamutzones. La faccia più autentica dell'identità di Samugheo. «Bisogna mantenere viva la tradizione ? dice con la voce grossa - Mio nonno mi ha raccontato tutto, so bene cosa rappresenta questa maschera». E poi via, di nuovo a saltare, tra due ali di folla che applaude. Originale rappresentazione della vita nelle campagne nella rappresentazione dei Thurpos di Orotelli. Ci sono i buoi che trainano l'aratro e persino gli attrezzi del maniscalco. Poi le urla selvagge dei Thurpos: uomini barbari che si confrontano con una civilizzazione difficile da accettare. Gli atteggiamenti sono tipicamente animaleschi: si arrampicano sui muri, si aggrappano alle ringhiere delle case, invadono i balconi e si schiantano contro i cartelli stradali. Non bastano le frustate e una grossa catena al collo. L'animo incivile trionfa ancora e la gente si spaventa. La maschera più originale tra tutte è quella di Su Bundu di Orani. È l'unica realizzata artigianalmente in sughero: il volto ambiguo di uomo con le sembianze di un toro. È il contadino travestito da demone, con tanto di forcone in legno. La forza umana per cacciare il male. Il grano sparso nelle strade del paese è il giusto antidoto contro la maledizione, segno propizio per il lavoro nei campi. La gente balla al ritmo dei Tumbarinos di Gavoi. I turisti improvvisano un ballu tundu, qualcuno si fa colorare le guance di nero e alla fine foto di gruppo per tutti. Con tanto di copricapo taurino. Quando arrivano i Mamuthones di Mamoiada la gente non resiste. Tutti li aspettavano, a parte i bambini spaventati dai loro movimenti aggressivi. Volti scuri e lineamenti quasi paurosi. Eppure quasi tutti sperano di finire nel mirino degli Issocadores: è un buon segno, quasi un augurio. Un flash per immortalare il momento di una tradizione che dura da secoli.
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