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.. senza dimenticare Grace Papaia.


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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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Sunday, January 30, 2005 - ore 19:52


Blog lungo - ode alla Biblio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La biblioteca di Borgo Cavour è rimasta chiusa in semi restauro per un mese, gettandomi nell’abisso dello sconforto come una povera homeless. Dovevo controvoglia andare a studiare alla moderna Università degli Studi di Treviso, tra fighe di legno e manichini di Prada. Poi la mia biblio ha finalmente riaperto.
Credevo di aver ritrovato il mio tempo perduto e il mio universo ludico e culturale ma ora, nonostante abbia le pareti linde e bianche e sia pulita come non accadeva da tempo immemore, non mi soddisfa pienamente. Non mi piace come l’hanno rifatta, né i mobili che ci hanno buttato dentro, parrebbe alla rinfusa. Intanto è troppo ridotta: hanno tolto quasi metà dei posti, eliminando un’intera sala per metterci degli anonimi scaffali in metallo corredati di squallide urlanti faccine rosse. Qualcosa di aberrante, non esagero, scaffali da biblioteca per l’infanzia o libreria dei bambini, che ovviamente non si addicono all’atteggiamento goliardico ma contemporaneamente e necessariamente serioso di noi assidui frequentatori. Inoltre le sedie sono troppo scomode, troppo alte e troppo ergonomiche: prima di trovare la giusta posizione mi devo rigirare come una dormiente in stato confusionale e in preda a incubi perturbanti – per non dire di quando rimangono solo i posti “in castigo" a rotelle, e li è grave perché la mia instabilità fuoriesce in tutto il suo splendore. Poi i nuovi tavoli, la cui disposizione e conformazione è moderna, giovane e alternativa, ma decisamente sprecona perché potevano starci altri posti stringendo un po’ di più come succedeva prima. Si stava accalcati come pecore nell’ovile, ma ci si scaldava l’uno con l’altro nel preparare la sessione invernale, e ci stringevamo a vicenda le mani dopo la necessaria pausa caffè/sigaretta che congela dita ed espressione facciale - come è logico sia in pieno gennaio.
Hanno sistemato, dicono Loro, e hanno levato tanti posti a sedere e le comode anche se rumorose e cigolanti vecchie sedie, togliendo alla mia biblio il fascino della vera biblioteca, e soprattutto della biblioteca che amavo io. Da dire che a breve – sempre a detta Loro, ma doveva succedere ancora un anno e mezzo fa – apriranno quella nuovissima, nuova di pallino davvero, e avrà 200 posti, grandi finestre, distributori automatici e maggiori strumenti di consultazione. Ma io alla mia vecchia biblio ci sono parecchio affezionata. O ci ero. Non capisco a che tempo devo scriverne - e parlarne.

“Cicca e ci vediamo dentro”. Tessera già in mano appena salivo le scale e varcavo l’atrio, per non perdere tempo li davanti al casello che poi si faceva coda e ovviamente di conseguenza brutta figura. Truffaldina che non sono altro facevo scivolare la borsa dalla spalla e la tenevo in mano quasi a sfiorare il pavimento, abbastanza bassa da passare inosservata sotto il bancone dei vigili controllori della biblioteca (con la nobiltà di una baronessa, schiena dritta e petto in fuori per non destare sospetti) mentre portavo abusivamente con me tutto l’ambaradan di fogli agende fazzoletti e quant’altro. Da sottolineare che dopo 4 anni di presenza fissa i bibliotecari, per un probabile tacito accordo di omertà e probabili sentimenti di pena nei miei confronti, non commentavano la mia fuga per la vittoria con il trofeo nascosto, e fingevano di avermi vista chiudere la borsa a chiave nell’apposito armadietto (io apprezzavo il bel gesto e mi sentivo capita, significava fiducia). Arrivavo dalla porta di vetro che dava sulla sala centrale e sbirciavo dentro per trovare conferma in qualche sguardo - distratto dal mio maldestro e trascinante passo - della momentanea disponibilità di posti. Magari due posti dirimpettai, per potermi espandere in pieno regime colonialista con i milioni di libri e quaderni che mi portavo appresso. Sala centrale preferibilmente, ed evitare che Gabry ti si sieda di fianco [tanto poi arriva lo stesso a scocciare, tesoro]. Anche se abbiamo poi scoperto essere il posto migliore, quello vicino a Gaby, perché non sta dentro più di 10 minuti e passa le restanti ore a comprare cellulari e palmari che poi rivenderà per mancato utilizzo o incomprensioni tecniche. E poi c’è Steven che, quando non ti sorprende alle spalle con nuove foto di tir scaricate da internet durante la notte, lo vedi cambiare posto quando le patate escono, e ne cerca una più pata-teens che nel dubbio non si sa mai, e trasloca lui, con le sue enormi dispense di estimo. E quando arriva Fede Hotel si fanno la sfilata per controllare la situazione con occhi indagatori, e di corsa escono a fumare perché stare dentro dopo tutto questo non ha veramente più senso. E Maury che si porta gli esercizi di armonia e tamburella le dita sul tavolo, e Fede Piscina che fa collezione di numeri di telefono e costumi da bagno, e Pappa con il computer, e Silvio con il lettore MP3 bianco e le cufie, e Annibal che fa i video col telefonino, e Dado che in un giorno ti saluta 15 volte all’andata e 15 al ritorno, e Edo che entra ed esce telefonando dalla sala lettura e sparisce per lunghe interminabili mezzore, e Fox che cammina per il corridoio come quel video dei Blur, Coffee and TV, e quelli che vengono solo per farci compagnia con lo spritz, arrivo sulle 7 non andate via prima.
E io, la Dany e la Fede che per non disturbare chi studia davvero ci scriviamo quintali di bigliettini, con commenti acidi e/o rassicuranti precisazioni sulla salute sentimentale dei nostri vicini di posto.
Le cose sono cambiate, la sala centrale non c’è più, e nessuno mi squadra dalla testa ai piedi mentre varco la porta: ci hanno messo quelle insipide file di scaffali grigi. E non mi è più possibile eccedere nell’ampliamento della mia postazione in quanto i banchi sono stretti e a malapena contati, e per rispetto non mi approprio di spazio che per studenti più diligenti della qui presente sarebbe di vitale importanza.
Quattro anni della mia vita li dentro: a marcire tra i libri non direi; piuttosto a confrontare pareri e stringere amicizie, a preparare esami e costruire castelli di relazioni pubbliche da fare invidia a un PR professionista. Ho conosciuto persone validissime tra le enciclopedie, i volumi introvabili e i preziosi manoscritti del piccolo universo trevigiano della biblioteca comunale: alcuni sono diventati i miei migliori amici - li ho incontrati proprio tra quelle mura. Ho ricordi legati a ogni angolo di quell’edificio e a ogni centimetro di quelle pareti, in cui si affilava la mina della matita, si scarabocchiavano cerchi concentrici o si lasciavano messaggi ai postumi. Postumi un corno, hanno imbiancato tutto, anche le 2 scritte di Gaby della sala in fondo: Maury mona. Erano parte integrante della mia biblio, quella che era casa mia ogni pomeriggio. Fosse stato per me io ci avrei anche dormito, se avessi potuto, così avevo il posto prenotato per la mattina successiva.
Ci vogliono spostare tutti nella nuova sede più spaziosa e vanto della giunta, che è effettivamente figa e sprona allo studio. Ma non la sento mia, non so come dire, è diversa, è semplicemente diversa, e ci allontana dai nostri bar, da Mario e Gian, e dalla Ale e la Maria, parti integranti anche loro dell’organigramma biblioteca ormai, visto il trasferimento ingente di moneta e persone dalle sale polverose ai caffè con tanta schiuma grazie. Nuova sede non lontana in linea d’aria, ma che ci allontana dalla tradizione, dagli esami superati e festeggiati con gli amici e compagni di studi, dalla familiarità con un luogo che per tutti noi era un focolare: con i bagni sporchi, i termosifoni spenti, l’aria condizionata rotta, le finestre senza tende con la luce che distrae, le campanelle tipo ricreazione delle medie che scattavano all’ingresso personale dalla porta di servizio per non fare il giro.
E ci allontana da quello che per tanti di noi era un luogo di ritrovo, un ingresso privilegiato alla vita universitaria, un codice di accesso alla conoscenza inutile e superflua delle ore sulle panchine rovinate dal tempo e dalla pioggia, a buttare cicche in terra e schivare le ghiande che cadevano dagli alberi, a raccogliere pezzi di burrocacao gusto mango, a imprecare davanti a una chiesa che a Natale espone il presepio “rastafari”.
E arrivare a casa la sera tardi con gli occhi rossi tra lacrime di riso e sforzo letterario, e trovarsi una chiave con allegata targhetta numero 42, e pensare “cavolo mi sono portata via la chiave dell’armadietto.. ma tanto torno domani”. Più di qualcuno deve ancora restituirne una manciata. Io però non faccio nomi, perché adesso finirà e io mi tengo tutto nella testa, tra i ricordi più belli.

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